“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Lunedì, 22 Dicembre 2014 00:00

Ritratto di (alter)azioni in nero

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È dedicato – e non potrebbe essere altrimenti – alla memoria di Claudio Abbado, questo Zauberflöte che lo stesso musicista, circa diec'anni or sono, decise di metter in scena insieme col figlio regista: oggi è ancora Daniele Abbado che dirige il capolavoro mozartiano in quest'allestimento che è – secondo me – una delle migliori realizzazioni per il teatro d'opera viste in quest'ultimi anni, degna incarnazione, del resto, d'un degli assoluti capolavori non solo dell'universo musicale d'ogni tempo, ma dell'intera umanità.

In scena qui al Petruzzelli – è la prima volta, tra l'altro, che si rappresenta Il flauto magico qui a Bari – dal 14 al 22 dicembre, prende le sembianze, per l'occasione, d'una sfavillante fioritura della luce che scolpisce e cesella e sbalza forme e figure e colori ch'emergono dall'assoluto buio in cui sono immerse, e che vivono e si muovono e parlano e cantano proprio in virtù della luce che li (ri)crea e li plasma, traendoli dal caos primigenio in cui s'eran temporaneamente disciolti: l'impressione – notevole ed entusiasta per l'emozioni che suscita – è appunto quella d'un continuo farsi e comporsi e disgiungersi delle cose – personaggi, oggetti, situazioni, figure, luci – che, a partire dai quattro elementi fondamentali dell'universo, si aggreghino, vivan di propria vita e si disintegrino di nuovo, in un continuo mai cessante divenire e mutarsi, tornando notte e buio e nulla.
E allora è a partire da una camera oscura che Daniele Abbado costruisce la sua narrazione, contenitore puro privo d'ogni colore su ogni spenta sua parete di profondo nero, fuorché sulla quarta, che ci permette dunque di veder ciò che dentro quell'involucro si svolge, ma per il resto del tutto opaco e impermeabile alla luce, sicché i nostri occhi, che della luce sono evidentemente schiavi, dipendendo in tutto da quella, arrivano a percepir compiutamente solo ciò che dall'esterno (dal punto di vista nostro) sia illuminato, ovvero ciò che splenda di sua propria luce; solo a tratti, e verso la fine, sul fondo s'intravedono i color dell'alba, che il nuovo giorno e la fine della crisi e il termine della notte annunciano. E la musica scopri ch'è alla luce equivalente e corrispondente, rivelando alla mente linee e colori e forme simili: astratte idee, incauti pensieri che trovano improvvisa e stupìta concretezza e perfetta sintesi dei diversi sensi in te che guardi e ascolti. Così dal buio emerge improvvido Tamino – non solo senza frecce, ma privo pur dell'arco e con le braccia legate da spessa e robusta corda tesa da energumeni silenziosi, che sviene alla vista del mostruoso verme – più che serpente – che finirà rotto in tre parti dal magico intervenir delle tre dame in nero; così il primo mostrarsi, lontano ieratico alieno, della Regina della Notte, grumo d'oro e diamanti e coralli in forma d'allungata e sospesa croce su fondo d'ametista ch'ingialla e arrossa riflettendo e rispondendo agl'acuti d'Astrifiammante e sembra farlo palpitar di vita propria; così i fuochi ch'erratici s'innalzano in colonne, s'apron tra le mani dei saggi, illuminano le menti e i cuori dei protagonisti; così le fiere – lato oscuro dell'anima – che prendono anch'esse senso e pace dalla magica musica del flauto e dalla luce che da esso promana e che forniscono ricetto, tra le profonde fauci, ai malefici e contaminati disegni di Monostato.
Ma certo la pur accorta regia d'Abbado non sarebbe così efficace, così elegantemente essenziale e al tempo stesso sapientemente ritmica e sontuosa nella sua stupefacente e rigorosa purezza – son così le cose che semplici appaiono quasi vergognandosi della loro natura d'indicibile complessità – senza più d'una complicità: prima quella dello scenografo Graziano Gregori e, attraverso la poetica arte sua, il teatro di Maria Grazia Cipriani – Teatro del Carretto – visionaria arte del trattar i capolavori grandi del teatro come fosser – e non son tali, forse? – meravigliose fiabe per bambinoni (poco) cresciuti; poi Roland Boër c'ha diretto una sempre più sicura e valida Orchestra della Fondazione Petruzzelli rendendo in modo inappuntabile – seppure smorzando alquanto i toni e i tempi – una partitura complessa e varia come questa; Carla Teti, che ha creato gli essenziali ma eleganti costumi e Alessandro Carletti ch'ha curato le luci, così essenziali e centrali in quest'allestimento che ha, come detto, nella luce suo centro e suo motore; il Coro della Fondazione Petruzzelli, che cresce un po' in più ad ogni rappresentazione; Emanuela Aymone che con passione, competenza e – suppongo – pazienza ha saputo preparare alla bisogna i Tre Fanciulli, che escon dalla prova con grande onore, avendo a che fare non solo con impervia – benché eccelsa – musica ma con altrettanto – se non maggiormente – impervia teutonica lingua.
E poi il cast dei cantanti, giovane ed entusiasta, che affronta la prova terribile di percorrer questa strada irta di fatiche col baldanzoso ardore della gioventù. E dunque Christina Poulitsi ci dona una Regina della Notte che se, come detto, in O zittre nicht fa corrispondere perfettamente l'inumana coloritura dell'aria, vertiginosa e rigida, alla potenza visiva evocata, è ovviamente con Der Hölle Rache che il registro sovracuto del soprano raggiunge il parossismo di rabbia vendetta e passione che è proprio del personaggio; grave e pieno d'autorità il Sarastro impersonato da un Dimitry Ivaschenko in stato di grazia; Monostato ha la voce particolare di Kurt Azesberger, Papageno le grandi capacità attoriali e la notevole vis comica di Philip Smith; ottimi la Pamina di Jacquelin Wagner e il Tamino di Antonio Poli, appassionati e appassionanti quanto basta a render indimenticabile questa prima barese del Flauto magico.

 

 

 

Die Zauberflöte (Il flauto magico)
di Wolfgang Amadeus Mozart
libretto di Emanuel Schikaneder
direttore Roland Böer
regia Daniele Abbado
con Dimitry Ivashchenko, Antonio Poli, Christina Poulitsi, Jacquelyn Wagner, Lavinia Bini, Philip Smith, Kurt Azesberger
e con Orchestra e Coro del Teatro Petruzzelli
scene Graziano Gregori
costumi Carla Teti
luci Alessandro Carletti
coreografie Alessandra Sini
maestro del coro Franco Sebastiani
preparatore voci bianche Emanuela Aymone
produzione Fondazione I Teatri di Reggio Emilia
allestimento Fondazione I Teatri di Reggio Emilia – Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari
foto di scena Carlo Cofano
lingua tedesco con sovratitoli in italiano
durata 3h
Bari, Teatro Petruzzelli, 19 dicembre 2014
in scena dal 14 al 22 dicembre 2014

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