“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Sabato, 20 Dicembre 2014 15:47

Scatole cinesi

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Lo spettacolo comincia nel foyer. Tutti seduti, in silenzio, ad attendere. Finalmente compare un attore, vestito da borghese distinto della fine del XIX secolo (scopriremo in scena che si tratta di don Alberto). Il giovane ci intrattiene con un monologo sul niente, che in quanto tale non può essere qualcosa, e, a parte la differenza linguistica, nulla ha da invidiare al logos sull’essere di Parmenide di Elea.

Questo primo scarto ci preannuncia già qualcosa che non sarà una “semplice” commedia, un intrattenimento innocente da dimenticare insieme alla cena, ma un prodotto più semplicemente raffinato, da gustare a vari livelli, senza che il gusto ne venga alterato (come il roccocò, che conserva un sapore diversamente piacevole sia inzuppato nel vino che asciutto – per chi apprezza il roccocò...). Siamo invitati a prendere posto, ma non è finita qui. L’allocuzione pre e metateatrale viene reiterata da un Pulcinella (sotto la maschera Marcello Raimondi) che introduce cripticamente al’argomento della commedia, ma soprattutto, proprio attraverso la reiterazione dell’introduzione crea e rompe al tempo stesso la finzione scenica, annunciando che stiamo per accomodarci in sala, dunque assisteremo ad uno spettacolo, e al tempo stesso crea la magia dell’illusione di esistenza di quel niente che andremo a vedere.
Prendiamo posto in sala sulle note di un Miserere. Pulcinella giace in scena, sdraiato su un fianco. Sembra morto, considerata la musica, ma sta solo dormendo. Non racconterò l’intreccio della macchina teatrale petitiana portata in scena. Piuttosto cedo sia interessante sottolineare il gioco di scatole cinesi messo in opera. Taiuti ritrova Petito all’interno del teatro di Scarpetta e in questo lavoro si ritrovano l’uno e l’altro, Eduardo, i Beatles, Fred Buscaglione, i dolci di Natale (ma non aspettateveli alla fine dello spettacolo...). Tutto viene rimescolato e rigenerato. Il risultato è un prodotto moderno. Una commedia che fa ridere davvero, attuale e atemporale. I costumi ondeggiano tra il realismo mimetico storico e l’anacronismo, ma senza stonature. Sembra piuttosto che gli anacronismi, visivi, sonori o concettuali siano il viatico per evitare la mera riesumazione testuale e condurre lo spettatore nella finzione teatrale, sospendere l’incredulità, avvincerlo nel meccanismo scenico.
È stato scritto (E. Massarese) che le trascrizioni petitiane sono un esempio di contaminazione linguistica, che vede l’incontro del livello pregrammaticale della lingua scenica con le forme della scrittura, che determina un processo di grammatizzazione e pulitura della stessa. L’operazione di Tonino Taiuti va ancora oltre. O forse, potremmo dire, affronta nuovamente la questione in termini diversi. Sulla scena non abbiamo sentito la lingua di Petito, quella lingua profondamente onomatopeica, quella sorta di trascrizione fonetica del parlato. Non troviamo quelle parole che a leggerle suonano così irrimediabilmente arcaiche, che non fanno più parte della lingua parlata a Napoli (se volessimo operare una distinzione tra dizionario della lingua e dizionario della lingua parlata). Non troviamo quei suoni così grevi, quel dialetto sincopato, cacofonico, pieno di raddoppiamenti e sonorizzazioni consonantici. Troviamo invece una nuova lingua (raffinatissima operazione letteraria senza parere), quasi una metalingua, che mostra di essersi nutrita profondamente di Petito, della sua lingua, del suo ritmo, ma ne ha conservato solo i succhi vitali, quelli che fanno fiorire una lingua moderna, ma non troppo, che parla ad un pubblico attuale. Potremmo dire che a livello linguistico Tonino Taiuti e la sua compagnia realizzano lo stesso risultato che si riscontra a livello scenico, ovvero l’utilizzazione del materiale petitiano, della sua linfa vitale, delle trovate e del ritmo scenico, ma trasposto in una forma che parla allo smaliziato spettatore contemporaneo.
E ci si avvia così alla conclusione. Tutti felici, ciascuno sposerà colui/colei che amava. Lo zio Gennaro accontenta tutti, ché tanto conosceva già i loro desideri. E allora? Perché ingarbugliare la vicenda? Ma è ovvio, per "allungare il brodo" e creare quella finzione teatrale che recasse tanto diletto al pubblico. Per far esistere quel niente che è il teatro, quella finzione di realtà, e farlo essere qualcosa, che vive lo spazio della rappresentazione per poi addormentarsi, sulla scena, come il Pulcinella che avevamo trovato prendendo posto in sala. Il cerchio si chiude. Rimettiamo il coperchio alla scatola. Verrà riaperta domani, per la prossima rappresentazione.

 

 

 

Nu Petito dint’a Scarpetta
regia
Tonino Taiuti
con Marcello Raimondi, Aurelio De Matteis, Federica Totaro, Vittorio Passaro, Simona Pipolo
scene Clelio Alfinito
costumi Maria Rosaria de Liquori
tecnico luci Enrico Scudiero
fonico Franco Di Carluccio
lingua napoletano
durata 1h
Napoli, Circolo Teatro Arcas, 19 dicembre 2014
in scena dal 19 dicembre al 6 gennaio 2014

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