“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Domenica, 21 Dicembre 2014 00:00

L'Amore emarginato

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Al centro dell’assito, verso il fondale dove pende un drappo bianco, vi è un altare verosimilmente in pietra, sbrecciato, consunto, abbandonato. Più avanti, nel nero della sala, spiccano due piccole panche affiancate in orizzontale e delle lenzuola bianche a terra, messe a semicerchio a delimitare questi tre oggetti che costruiscono il mondo segreto di Tommaso e Pietro, due giovani malavitosi che compaiono sulla scena dopo un prologo composto da una scena in cui un cantante dalle mani dipinte di blu, accompagnandosi con una tammorra, intona una melodia napoletana e una seconda scena che vede l’ingresso di una donna in sottoveste nera, a piedi nudi con le mani sporche di sangue.

La sua voce recita ansia, il tono è ansimante quando pronuncia: ”Quando l’infezione è nella carne, si vede”.
Questo malinconico incipit controbilancia la dinamicità dell’ingresso dei due giovani che hanno appena compiuto l’ennesima rapina e, ancora ansimando, si spartiscono il bottino e le confidenze. I due sono amici da lungo tempo, si sono sempre divisi tutto, ma proprio tutto. In un napoletano aspro, colorito da una terminologia che non risulta volgare, ma violenta e tagliente come la loro vita, si palesa da subito che quel legame di amicizia nasconde qualcosa di più profondo e inconfessabile perfino a loro stessi, soprattutto nella scena della gelosia di Tommaso, quando Pietro gli confida di aver trovato una ragazza con la quale sistemarsi, “farsi una famiglia”, come una legittima aspirazione che dia normalità alla sua vita da emarginato. Luoghi, persone, vite, tutto è abbandonato, isolato in quel contesto. Anche Anna la Rossa, come il vestito e la parrucca da ”lavoro”, il terzo personaggio emarginato che approfitta di quel luogo per prostituirsi da sempre e che ha capito, prima ancora dei due stessi giovani, il vero sentimento che li legava. Interpretando il ruolo di autentica maieutica, come una levatrice cerca di rendere i due consapevoli di ciò che provavano con dialoghi serrati, condotti sul filo dell’ironia e dell’affetto, perfettamente in linea con un’empatia tutta partenopea. In questo ruolo Patrizia Masiello è praticamente perfetta. Tommaso sembrerebbe cedere alla confessione, ma Pietro è più duro, più brutale, vive nella logica del mantra “che può dire la gente”, perché l’apparenza è tutto in un mondo dove le regole non scritte dell’appartenenza al “Sistema” sono dogmi inviolabili. La camorra è una mentalità, uno stile di vita che poggia sulla più retriva mascolinità, sempre esibita come un trofeo, in quel continuo slacciarsi la camicia o abbassarsi i pantaloni dei personaggi maschili, è tutto in un continuo agitarsi da cocainomani, in una virilità che si prolunga nel braccio teso ad impugnare la pistola, a mettere le mani addosso a chiunque. In questo sistema la donna e gli omosessuali sono schiacciati, discriminati, sono ombre stampate rasenti ai muri. Tommaso sogna un’altra vita, come Anna la Rossa che accetterà la proposta di un suo strambo cliente (nel ruolo lo stesso regista Gerardo Gatta) di andare via con lui al Nord. Pietro non osa nemmeno esprimerlo quel desiderio perché sa, e lo esprime con una voce sempre più roca, che “la morte è come una seconda pelle”. Tra una rapina, un omicidio su commissione, momenti di relax come prendere il sole all’interno della chiesa diroccata ascoltando 'Int ‘o rione dei Co’ Sang, Pietro e Tommaso si rivelano per quello che sono: bassa manovalanza, carne da macello. Una tarantella dietro il fondale illuminato, qualche scena proiettata sul drappo in fondo si alternano come in uno spartito ai momenti più salienti della vicenda. Nell’ordinaria lotta tra clan rivali, la “famiglia” dei due ragazzi esce sconfitta e, quindi, sono diventati morti che camminano. Mentre progettano la fuga, tra penombre in sala e lame di luce, tra timide carezze ed abbracci non più fraterni, si rivelano il loro amore. Si promettono l’eternità: ”Nun ‘o facimm murì pè niente” questo bene. Ma poi arriva il momento della fuga, scompaiono dietro il drappo che copre il fondale, due colpi di pistola. Una ballerina vestita di rosso con un leggero merletto nero sistema le panche verticalmente e le copre con quelle lenzuola bianche poggiate a terra. Ora sono diventate due bare. Una danza di morte è rappresentata insieme ad un’altra ballerina dallo stesso abito. Il cantore iniziale chiude il quadro intonando Scetate, mentre Anna, vestita da sposa si inginocchia tra le due bare davanti all’altare sconsacrato. Il bianco della morte contro il nero del male. Il bianco dell’amore contro il cuore nero, appunto.
Degna di nota è l’interpretazione di Antonio Clemente, feroce e appassionato, ruvidamente innamorato come il personaggio richiedeva, altrettanto convincente Lucio Piezzo che ha regalato a Tommaso uno sguardo dolce in un profilo affilato.
L’autore del testo, Fortunato Calvino, poco prima dell’inizio della pièce, aveva presentato in un breve incontro l’argomento di Cuore nero, del 2009, e della sua drammaturgia che, fin da tempi non sospetti, dai primi anni ’90, cioè prima del boom mediatico di Gomorra, era tutta centrata a descrivere e raccontare la malavita napoletana come fenomeno sociale ed economico, insistendo su aspetti apparentemente secondari come l’usura (come in Cravattari), non trattandola pertanto solo come ferita delinquenziale del tessuto cittadino e periferico.
Plauso anche all’artista Francesca Strino che ha dipinto le due rose tatuate sui corpi di Pietro e Tommaso e la tela che li raffigura insieme all’ingresso di Sala Assoli, oltre alle parti colorate come le mani del musicista di cui si è detto prima, e di altre parti del corpo delle ballerine e del regista-cliente. Macchie di colore come lampi nel buio di quelle vite perse.

 

 

 

 

Cuore nero
di Fortunato Calvino
regia Gerardo Gatta
con Lucio Piezzo, Antonio Clemente, Patrizia Masiello, Gerardo Gatta
voce recitante Laura Casalino
voce, tammorra e chitarra Carlo Guarino
balli popolari Francesca Esposito, Albachiara De Lucia
scenografia Mauro Rea
disegno luci Ettore Nigro
coreografia Anna Tramontano
danzatrici Anna Tramontano, Fabrizia Lanzotti, Annalisa Adiletta, Giorgia Pirozzi
body art Francesca Strino 
tecnico luci e fonia Laura Casalino
Napoli, Sala Assoli, 18 dicembre 2014
in scena dal 18 al 21 dicembre 2014

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