“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Mercoledì, 17 Dicembre 2014 00:00

Luparella, Nanà, Enzo, Isa, la guerra, e l'arte

Scritto da 

Luparella è un testo di Enzo Moscato che affonda le sue radici in un periodo particolare della storia partenopea, il ’43. Recentemente l'autore ha sentito nuovamente l’esigenza di tornare sul medesimo tema con un altro spettacolo, intitolato Napoli ‘43, che è stato realizzato per le celebrazioni del settantesimo anniversario delle Quattro Giornate di Napoli. Sicuramente l’interesse di Moscato nei confronti del passato ha qualcosa a che fare con la sua formazione, ma quello che è certo, è che i prodotti dell'elaborazione teatrale in cui convergono gli eventi storici prescelti non sono un mero esercizio nostalgico e commemorativo fine a se stesso, bensì e sempre, un pretesto per parlare del presente con i riflettori ben puntati su ciò che ci sta alle spalle: "Se dimentichiamo il nostro passato siamo già condannati". Il vero argomento, quindi, non è mai l'evento storico circoscritto in un determinato luogo, ma l'esperienza della vita umana, nella sua felicità e nella sua sventura.

Caratteristica degli spettacoli di questo artista del palcoscenico e della parola, che non ama il ‘consenso facile’, è lo standard assai elevato di perizia artistica, le porte d'accesso ai piaceri della sua arte sono anguste e impervie, ma ripagano generosamente le fatiche di chi si è impegnato a varcarle con visioni uniche che solo le vette più alte possono concedere. I suoi testi si avvalgono di una raffinatissima gergalità sempre in bilico tra il vernacolare arcaico e la lingua dei poeti, da catalogarsi come ‘Moscatiana’, vista l'unicità del suo insieme. La narrazione trascende le linee più tradizionali annullando ogni possibilità di demarcazione precostituita, in lui: sacro e profano, eufuismo e vernacolare, raffinatissima eleganza e berciare popolare, alto e basso, paradiso e inferno, trovano a temperature altissime un impossibile punto di fusione nel quale viene calata l'ispirazione artistica. L'opera che emerge da quest'atto creativo produce armonie ancestrali che entrano in comunicazione con la parte più profonda e oscura di noi, si dirige quindi in modo articolato e memorabile non solo agli intelletti – spesso mettendoli a dura prova – ma anche alla nostra condizione di esseri umani.
L'ingresso nelle opere di Moscato non è mai immediato, e necessita di un periodo variabile di adattamento dello spettatore che può oscillare dalla manciata di minuti al mai. Nella sua drammaturgia è ravvisabile un intento 'selettivo' antiborghese che accomuna alcuni tra i più grandi autori di questo secolo – a questo proposito William Gass dichiarò senza mezzi termini che "non vorrebbe che i suoi libri venissero amati da tutti così come non vorrebbe che sua figlia venisse amata da chiunque". La strategia artistica sembra mirata a 'far fuori' le convenzioni borghesi e chi le rappresenta; i consapevoli parallelismi che si collocano agli estremi opposti dell'esperienza e della conoscenza umana, non arginano in alcun modo il rischio, previsto e calcolato, che qualcuno possa perdersi per strada.
Enzo Moscato in questo spettacolo è una presenza sporadica che appare e scompare come uno spiritello che anticipa e prepara la narrazione con canti ariano/partenopei, una cornice soave che attornia e sostiene la scena anche da lontano. Una sorta di anti-angelo-custode della protagonista, che a volte manifesta un certo enfatico disappunto per le interruzioni e le marce con tanto di tricolore.
Isa Danieli è l'anima, il corpo e la voce di questo spettacolo, ci appare con la solennità di una ierofania, è meravigliosa e ultraterrena, ricoperta da un ampio mantello di seta blu adornato dai candidi e folti capelli ricci. Dal fondo del palco e senza microfono, la sua voce, giunge profonda e potente in una cantilena propiziatoria "vento, portami la voce di chi può urlare, rompi le finestre e fatti sentire", al centro del palcoscenico un microfono, al quale consegnerà solo il seguito dell'introduzione alla storia, poi per tutto il tempo sarà la sua nuda voce a modulare la magia incantatoria (e se si pensa che chi scrive ha assistito fortuitamente, prima dello spettacolo, ad una serie di passaggi di tisane e caramelle fatte recapitare all'attrice per attenuare gli effetti devastanti che sulla voce hanno i malanni di stagione, tutto ciò amplifica enormemente il valore della grande prova attoriale a cui abbiamo assistito). Il mantello viene fatto scivolare via cedendo il posto a Nanà in abito di pizzo blu, siamo nei vicoli di via Toledo in un luogo che allo stesso tempo è, e non è, finzione, dato che in effetti quello narrato è il medesimo luogo in cui sta avvenendo la rappresentazione, e il casino dove lavora Nanà potrebbe essere a pochi passi da noi. Siamo però in tempo di guerra, dove tutti combattono contro tutti, e anche Nanà ha il suo combattere, la sua guerra quotidiana con le 'mazze' e le 'scope' nel bordello dove è "irregolare serva" di "irregolari schiave". È il racconto di un giorno interminabile e di una notte catartica, in cui lasciata sola nel bordello assieme alla prostituta malata e partoriente, Luparella, deve affrontare tra suppliche e imprecazioni la malattia, il dolore, la paura e infine la vita e la morte, che si presentano al suo cospetto a braccetto come due amiche inseparabili, l'una che dà, l'altra che toglie. Sotto forma di memoria evocata da Nanà, o forse già fantasma, Luparella, interrompe il drammatico presente con squarci di vita di bordello: le stanze anguste come spilli, la madame, i clienti, il freddo dell'inverno, il caldo insopportabile dell'estate che fa strappare la pelle da dosso, e infine la musica che giaceva con lei per lenirne le ferite insinuandosi in tutte le pieghe del suo corpo. È sempre Isa Danieli a prestare anima e corpo alle due donne, con cambi di scarpe e qualche accessorio che sono solo da ausilio al profondo cambiamento che pervade questa grande attrice ad ogni cambio di ruolo.
L'arrivo di una nuova vita, sospinta alla luce da una tanto disperata quanto determinata Nanà e da tutti i santi da lei evocati e tirati giù uno ad uno, sembra annunciare il raggiungimento di un climax narrativo. Ma così non è, l'orrore deve ancora venire e quando si presenta alla porta ha le sembianze di un angelo teutonico i cui desideri di insulto e prevaricazione non tentennano nemmeno di fronte alla morte. Il canto di Nanà incalza, gira in tondo producendo il ritmo di stivaloni tedeschi che calcano il suolo partenopeo, vortica su se stesso, e poi si ferma. Tutto si fa chiaro e le azioni lucide e necessarie. Poi segue il pianto, anch'esso necessario e inevitabile, ma sopratutto vero, gli occhi di Isa non trattengono lacrime autentiche che contagiano il pubblico intero.
I lunghi e commossi applausi del pubblico vengono accolti con altrettanto calore, unendo attori e spettatori in un abbraccio virtuale che rappresenta l'atto conclusivo di una magnifica relazione teatrale.

 

 

 

 

 

 

Luparella (ovvero foto di bordello con Nanà)
testo, ideazione scenica e regia Enzo Moscato
con Isa Danieli
con la partecipazione di Enzo Moscato
musiche originali Pasquale Scialò
costumi Giuliana Colzi
luci Cesare Accetta
produzione Compagnia Teatrale Enzo Moscato
lingua italiano, napoletano
durata 1h 10'
Napoli, Teatro Nuovo, 14 dicembre 2014
in scena dal 12 al 21 dicembre 2014

Lascia un commento

Sostieni


Facebook