“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Sabato, 13 Dicembre 2014 00:00

Un corps à mille facettes. Maguy Marin

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La diciannovesima edizione di Natura Dèi Teatri presenta negli spazi post-industriali di Lenz Teatro a Parma dieci creazioni internazionali ispirate a I due piani, tema concettuale che chiude il progetto triennale alimentato dalle suggestioni filosofiche di Gilles Deleuze. Martedì 9 dicembre va in scena Singspiele: il nuovo spettacolo di Maguy Marin, personalità importante della nouvelle danse francese.

Già danzatrice per la Strasbourg Dance Company e poi per il Mudra di Bejart, nel 1978 fonda con Daniel Ambash il Ballet-Théâtre de l'Arche che diventerà La compagnie Maguy Marin nel 1984. Il lavoro si presenta come un grande prisma, le cui facce sono sorprendenti e fortemente drammatiche. Il perfomer David Mambouch vive umanamente la scena ideata da Benjamain Lebreton: un guardaroba orizzontale con pannelli bianchi e tre box. Lo spazio è essenziale ed è abitato in modo sublime dalla sensibilità dell'interpete. Una ricerca che fonda le proprie radici sul desiderio di sentirsi riconosciuti senza riserve; una strada che appare infinita grazie ai volti su carta che vengono sfogliati di volta in volta. Si tratta di una sorta di album della memoria intrappolato sul volto. Una maschera in bianco e nero che evoca numerosi volti senza corpo. Il performer sfoglia le pagine dell'espressione del quotidiano trasformando progressivamente la propria postura corporea. Siamo davanti ad un perfetto strumento che diviene catalizzatore di un'espressione umana il cui bisogno è quello di esistere nel mondo. Il tempo è sospeso dall'atmosfera urbana creata dal tappeto musicale: rumori di automobili, di gente che si affolla e di melodie strozzate alle labbra. Si abita un luogo che Jean-Luc Nancy chiama "l'assordante manacanza di parole“.
Le ripetute e frequenti metamorfosi dei soggetti trasportano gli spettatori in uno spazio fatto di percezioni e illusioni: adolescenti, donne, uomini d'affari, demoni... Siamo di fronte a milioni di storie umane, alcune delle quali riconosibili nel mondo dei mass media. È la capacità invidiabile dell'attore di trasmutarsi in qualsiasi forma abbia dei tratti somatici. Nei piccoli gesti si nasconde la parte infernale dell'essere umano che deve esistere a tutti i costi e desidera l'eternità. La cura dei dettagli è totale: non sfugge nulla alla regia meticolosa e maniacale di Maguy Marin. Ogni passo è calibrato, qualsiasi spostamento corporeo è studiato rispetto allo spazio scenico. La bidimensionalità dell'interpete è necessaria affinché il volto senza corpo risulti espressivo ed efficace. Non si percepisce mai la mancanza della parola, perché i gesti ben dosati garantiscono continuità e comprensione. Forse i ritmi dovrebbero essere più urgenti, ma è vero che quando ci si deve affermare all'interno della categoria dell'esistenza è necessario farlo con tempi silenti e ponderati. Non c'è identità se il volto cambia con frequenza, semmai c'è un uomo simile ad un animale evoluto: ottimo esempio di adattamento all'ambiente.
La riflessione alla quale induce la regista/coreografa è profonda e supera ogni barriera culturale legata all'apparenza. Non si tratta soltanto di interpretare un volto che non conosce quale sia la sua casa fatta di braccia e gambe, piuttosto il contrario: il corpo abita il volto con le sue numerose espressioni. Alcuni visi tornano e chiudono insistentemente il cerchio drammaturgico ed è per merito di questa ripetizione che s'innesca la capacità di riconoscimento dell'altro. Si diviene capaci di individuare quegli occhi o quelle rughe che hanno per qualche ragione segnato la nostra esperienza visiva. L'essere umano ha bisgono di essere valorizzato e di esistere come individuo espressivo. Le maschere pirandelliane fungono da perfetto tramite tra la realtà e il mondo. L'interpete è uno, ma i volti che anima sono pulrimi e potrebbero rappresentare le sfumature di una stessa personalità. Siamo di fronte alla trasfigurazione della forma nel suo corrispettivo: l'esistenza. L'unità del tempo viene frammentata dalle rotture interne che privilegiano la quantità dei soggetti al loro sviluppo reale.
La performance termina con un volto urlante, proiezione dello stare nel mondo oggi. Un grido disperato senza voce alla Munch, la cui immagine risveglia la coscienza collettiva sul rifiuto e la mancanza di accettazione. 

 

 

 

 

Festival Natura Dèi Teatri – ND'T #19 Performing Arts Festival
Singspiele
ideazione e regia Maguy Marin
performer David Mambouch
scenografia e reponsabile tecnico Benjamin Lebreton
disegno luci Alex Bénéteaud
sound design David Mambouch
tecnico del suono Antoine Garry
assistente di guardaroba Nelly Geyres
foto di scena Benjamin Lebreton, Stéphane Rouaud, Michel Cavalca
co-produzioni Théâtre Garonne, Latitudes prod, Daejeon arts center, Marseille Objectif danse, Compagnie Maguy Marin, Ad hoc, extrapole
durata 1h 5'
Parma, Lenz Teatro, 9 dicembre 2014
in scena 9 dicembre 2014 (data unica)

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