“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Sabato, 06 Dicembre 2014 00:00

Cesira: un ritratto da incorniciare

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Le tre verità di Cesira, è un monologo femminile estrapolato dall'opera Ritratti di donne senza cornice, di uno dei più grandi autori teatrali viventi, Manilo Santanelli. I ritratti che si sceglie di lasciare spogli di una cornice sono sempre quelli meno ben riusciti e di cui si va meno fieri, da qui la scelta di riporli in un cassetto. Cesira è uno di questi tre ritratti e la ragione di questa mancanza di cornice risiede in un eccesso munificente di Madrenatura: il suo volto, infatti, è vistosamente provvisto di un elemento prettamente maschile: i baffi.

Non si tratta di quella parca peluria che a volte cresce sopra il labbro superiore delle donne latine, scure di carnagione e di pelo, sono veri e propri virili mustacchi cespugliosi, alla Nigel Mansell.
A calarsi nel ruolo di Cesira è Rino Di Martino e, per chi scrive, difficilmente avrebbe potuto essere fatta scelta migliore. L'attore napoletano è molto noto per i suoi monologhi trasformisti, e in Mamma – Piccole tragedie minimali aveva già mostrato come un uomo possa dare ad un personaggio femminile quella 'completezza' umana collocata su di una vetta che non è stata violata da attrici che hanno affrontato la medesima prova. Anche in questo spettacolo la sorte del 'fatto teatrale' è affidata alla sua prova attoriale intorno alla quale tutto ruota e dipende.
L'oscurità della sala è pervasa dai rumori dei vicoli di via Toledo che lentamente vengono coperti dalla calda voce di Milva: "vieni, pesciolino mio diletto vieni...", la luce si affaccia tra le stecche di due persiane bianche che sul fondo del palco generano un'attesa da 9 settimane e 1/2. Da lì si attende l'apparizione dell'ombra di Cesira, che invece ci prende alla sprovvista con un ingresso che definire esilarante è riduttivo. Aggirandosi tra le poltrone di sala con un velo da odalisca che le copre la parte inferiore del viso, presenta i suoi "pesci con le palle" – la boccia di cristallo con i pesciolini rossi – e definisce la sua professione: Cesira Scognamiglio, dei Scognamiglio di Montefiascone, acquaioli da più di trecento anni, tre secoli, "N'è passata acqua p' 'e mmane noste!". Dopo il rifiuto del primo cliente in prima fila, al quale si era offerta di fare "il servizio speciale" – una bibita chiamata 'Diego Armando Coccodè' – sale sul palco e inizia la sua consueta giornata di lavoro guarnita dai dileggiosi improperi che rivolge ai passanti. Ma quello è un giorno speciale, tra quei passanti ne nota uno che di certo è un giornalista della televisione, e fortunatamente è pure del "Tiggitré", il suo preferito. Conosce bene la ragione di quella visita, per nulla inaspettata, tutti vogliono intervistare Cesira, la donna baffuta, "'a femmena co' 'e baffe, o mascolone", come viene comunemente chiamata; e con un gesto ieratico si toglie il velo mostrando la ragione di tanto interesse, i baffi che le hanno fatto salire gli scalini che portano agli onori della cronaca mondana e scientifica.
Dopo un veloce cambio d'abito e la scelta di qualche accessorio decorativo (un paio di ombrellini di carta piazzati sulla testa per creare un bell'effetto geisha), a telecamere accese e ciak autoproclamato, con l'ausilio dalla prima delle tre sedie poste sull'assito, inizia la prima versione dei fatti: le origini di quei baffi partono da molto lontano e di sicuro tutto quel contatto quotidiano con liquidi di ogni genere non deve averle fatto un gran bene. Poi ci ripensa, in effetti quella era la versione che aveva già dato alle telecamere del "Tiggiuno", forse può fare di meglio e se il giornalista ha ancora una manciata di minuti di pellicola lo mostrerà. Così inizia la seconda versione di Cesira, e la narrazione comica comincia ad aprire squarci su una realtà drammatica, sono piccoli baluginii che smorzano a singhiozzi l'ilarità suscitata dal racconto. Ma anche questo non la soddisfa pienamente, a pensarci bene si tratta della stessa versione fornita tempo prima a quelli del "Tiggidue", può fare di meglio, sempre che ci sia ancora qualche minuto di pellicola. La terza versione è il trionfo di Di Martino, un meccanismo perfetto e bene oliato mette in moto un'alternanza mai forzata di dolce/amaro, giocoso/ferale, in cui i franchi sorrisi di Cesira che coinvolgono ed empatizzano, sfumano in espressioni cariche di pericolo e pàthos. I ricordi la prendono alle spalle come degli assalitori e lei rivive attimi di sofferenza insostenibile. Gli occhi restituiscono tutto il terrore che hanno vissuto e le mani tremano nel semplice gesto del portare alla bocca un bicchiere d'acqua; le battute che immediatamente seguono, dileguano sempre meno l'amaro in bocca degli attimi precedenti. Perché adesso conosciamo Cesira, non per quello che mostra, ma per quello che è.
Non ha importanza quale sarà la versione che sceglierete come veritiera, tutte, una accanto all'altra come le tre sedie di diverso colore, sono servite a mostrare il vero volto di Cesira e di una società che da semplice sfondo – all'inizio è solo evocata con i rumori di strada – amplifica gradualmente la sua presenza superando il mero folclore, fino a diventare la 'cornice' di Cesira. Le tre versioni si sono fuse in un'unica grande verità, dove finzione e realtà si compenetrano e si completano a vicenda creando un ordito inestricabile, così come accade all'essere e all'apparire della protagonista.
Il testo di Santanelli, portato in scena da Antonello De Rosa, è stato da quest'ultimo abilmente dragato e rimodellato per trarne nuove e inedite connotazioni, ottenendo così un abito cucito addosso ad un grande interprete che ha saputo valorizzarne sia il taglio che la materia prima.

 

 

 

 

Le tre verità di Cesira
di Manlio Santanelli
regia Antonello De Rosa
con
Rino Di Martino
scene Tonino Di Ronza
costumi Giusi Giustino
disegno luci Salvatore Palladino
produzione TTR – Il Teatro di Tato Russo
lingua italiano e napoletano
durata 1h
Napoli, Teatro Piccolo Bellini, 4 dicembre 2014
in scena dal 25 novembre al 7 dicembre 2014

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