“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Giovedì, 04 Dicembre 2014 00:00

Mac, Beth, e la tragedia dell’attore

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Sembra molto pop, questa rilettura di Macbeth, a cominciare dalla scena, che è accatasto pletorico di ciarpame da night club demodé; sembra molto pop, ma è solo un’impressione d’abbrivio, propria di chi si può lasciar fuorviare dalla scissione del titolo: Macbeth e Lady Macbeth scissi in Mac e Beth, ovvero due essenze fuse in una vita in comune – quella di coppia – ad incarnare la diramazione di una sorta di dualità junghiana dell’animo umano: Mac la forza, Beth l’anima; Mac il braccio, Beth la mente, che instilla in lui il germe della rivolta, della ribellione, contro il legittimo re di Scozia, o contro il legittimo padrone del teatro Gobetti, poco cambia.

Shakespeare è (anche) teatro nel teatro, e il gioco di cornici concentriche del metateatro scespiriano ben s’attaglia al dramma d’occasione, che traspone nel lugubre sottobosco di un teatraccio di periferia le cupe atmosfere del regno di Scozia. Sembra pop, questa messinscena, perché Macbeth è un’idea, spunto di partenza, su cui s’innerva drammaturgia originale, che dal Macbeth desume spirito di fondo e brandelli di testo per farne opera piena e autonoma; omaggio al Bardo che il Bardo ringrazia ma che dal Bardo s’allontana, con deferente inchino per reggersi salda sulle proprie gambe. Mac e Beth sembra pop, e forse lo è pure, ma è anche e soprattutto altro: è un piccolo gioiello teatrale, immerso nel tempo presente ma al contempo saldamente ancorato alle proprie solide basi di conoscenza teatrale. Coniuga Shakespeare col western, con gli AC/DC, col Macbeth verdiano, senza che ciò dia mai l’impressione della forzatura o del riferimento fuori luogo; forse perché è prima di tutto uscendo fuori dal testo di Shakespeare che s’imposta la drammaturgia, facendone impianto originale, da cui promana sì conoscenza approfondita e rilettura attenta del testo di partenza, ma che poi dal testo di distacca imboccando la strada che dalla semplice rivisitazione devia decisa alla totale rielaborazione.
Così, il regno di Scozia, col suo cupo clima da tregenda che l’avvolge tra l’ululare del vento e l’apparire di streghe, si trasforma nel tristanzuolo palcoscenico di un night club di provincia, fumoso e scalcinato, in cui risuonano inni e marcette; così, la tragedia del generale Macbeth, in cui s’inocula il germe della bramosia di potere, diventa la tragica epopea dell’attore Mac, animato dal desiderio di legittimazione della propria arte, costretto suo malgrado a far la parte della mummia in scena al teatro Gobetti, sotto la guida proterva di un regista di nome Duncano.
Va in scena la tragedia dell’attore, incastonata nello scenario tragico del Club Series, localaccio di quart’ordine illuminato da fari stroboscopici, lampade a specchio, luci al neon e led intermittenti che ne compongono il nome senza riuscire nemmeno a renderlo del tutto leggibile. Su questo palco che s’appropria dell’assito, Mac è la “star”, Beth – alla consolle, ovvero al posto di comando – ne è la regista, l’artefice in scena, colei che dirige l’azione, titillando l’ego attoriale di una frustrazione relegata a comparsa: Mac si sente il “re del Gobetti”, ma la legittimità della sua grandezza è tarpata dalla protervia di un regista/sovrano di nome Duncano.
Ad andare in scena è la vita dei teatranti, abbarbicati alla propria arte, anche quando questa è povera (di mezzi e di idee: barzellette che non fanno ridere, umorismo demenziale, pantomime da guitto, questo è quello che va in scena al Club Series, questo è quello che viene offerto in visione). Beth dirige, Mac esegue, così come Macbeth esegue i disegni di Lady Macbeth assecondandone le mene. Beth alla consolle accompagna lo spettacolo di un attore, consapevole di non essere “mica Al Pacino” (in verità a noi ricorda alla lontana nel sembiante Matti Pellonpää, l’attore feticcio di Aki Kaurismaki). Ma che, andando in scena ogni sera nel proprio piccolo night, dopo la recita da attore “vero”, seppur come semplice figurante, combatte la propria battaglia per la sopravvivenza – sua e della sua arte – lottando come una sorta di Don Chisciotte contro un nemico invisibile, che solo per semplificazione viene identificato in Duncano. L’epos della battaglia che Mac combatte sulla scena ha il suono della resa dei conti de Il buono, il brutto, il cattivo: inforcando una lorica manica in spalla, brandendo una lancia, dimenandosi come un ossesso, Mac combatte con furia selvaggia sulle note di Morricone, sfinendosi, rotolandosi in terra, sfiancandosi, consumandosi come si consuma l'attore sulla scena.
Lotta contro i mulini a vento della vita d’attore, per il quale il procedere del tempo corrisponde alla completa rovina, la fatica di Mac (ed anche di Beth, che lega a lui il proprio destino), è un continuo riferimento alla pratica di scena, all’azione teatrale: il loro recital s’infarcisce di rimandi e richiami alla recita dichiarata, alla realtà manifesta e scoperta della performance: “Tocca a te, Beth”, “Dammi le luci”, “Dammi le battute”, “Beth, non improvvisare, stai nel copione”, “Dammi l’occhio di bue”; pratica fasulla, quella dell’attore, tanto più manifesta, quanto più comunicata direttamente al pubblico, cui si svela in sovrappiù ciò che già è palese: “Signori, tutto è illusione”, dice Mac rivolto alla platea, con cui interloquisce più volte, rimarcando l’hic et nunc della rappresentazione.  O ancora: “Ma io cito”, oppure la stessa Beth, che rimarcando la metateatralità della finzione esorta Mac dicendogli: “Fammi sentire il Bardo che c’è in te”.
Ed è nel procedere nevrotico di uno squallido cabaret d’avanspettacolo, in cui si susseguono battute demenziali e freddure algide, che nasce l’idea, in Beth, di ammazzare Duncano, progetto audace che mira a liberare Mac dalle pastoie in cui un regista protervo segrega la sua arte, e significativamente, nella ribalta del piccolo cabaret scalcinato, Mac esegue un numero in cui spezza catene invisibili che invisibilmente ne costringono gambe e braccia; Mac le spezza come mai aveva fatto prima, il che lo porta ad asserire: “Beth! È la nostra notte!”. Gli AC/DC sono la colonna sonora di quest’omicidio progettato e che sulla scena Mac interpreta come una rock star, col fiato grosso della propria nevrosi; con la morte di Duncano Mac rende corona il copricapo che gli cingeva il capo, suo ormai il posto di “re del Gobetti”, suo l’intento fittizio e fasullo di voler scoprire i colpevoli, suo il finalmente coronato desiderio di essere il “primo gallo” della scena, una volta eliminato il principale ostacolo (e sulla scena, dall’inizio alla fine, compaiono galli impagliati), sua finalmente la possibilità di pavoneggiarsi senza qualcuno a cui dover rendere conto, presenziando in scena nel silenzioso ruolo di mummia, mortificazione del proprio talento confinato in muto bendaggio (e sul tavolino in scena, in una brocca, compaiono piume di pavone).
Ma il gallo è sfiatato, sfiancato, la sua tragedia d’attore non si è risolta, ci sarebbe ancora da risolvere la questione di Banquo e Fleance (del quale non si riesce mai a capire come vada pronunciato il nome), che andrebbero eliminati per completare l’opera. Ancora la teatralità della scena. “Come fai? Il mio trucco è sempre sfatto, il tuo è sempre su”, a rimarcare come e quanto Beth più che Mac sappia reggere la scena, sappia recitare la commedia, sappia affrontare la tragedia, rimanendo uguale a se stessa: perché, come Lady Macbeth è la vera anima del complotto che sobilla la bramosia del consorte, così Beth è la regista in scena del personaggio di Mac, colei che nell’ombra ne muove le fila, mentre Mac, il generale scespiriano, o l’attore che ne ripropone trasfigurazione, è un burattino consapevole a metà, debole, fragile, bisognoso di legittimazione – nel regno di Scozia o sul palcoscenico – di una legittimazione che viene fuori scena ad elemosinare dal pubblico, altrimenti “Citazioni scespiriane, a che cazzo servite?”.
Fragile e sfiatato, debole e fiaccato, Mac vede sfumare il proprio destino nell’apparenza dei sogni, proprio mentre si consuma il dramma dell’irriproducibilità di sé (oltre che della sua arte) nella confessione di Beth di essere in menopausa e quindi impossibilitata a dargli discendenza, mentre sulla scena s’irradia l’aria Mia fatal progenie del Macbeth verdiano.
Vita, e sogno, intersezioni possibili, scena e mondo, intersezioni plausibili; Mac e Beth conducono a conclusione il proprio recital in uno scalcinato e fumoso teatraccio di provincia rischiarati dal fioco lume della consapevolezza dell’inanità del loro agire, consci di essere avvolti nelle brume della finzione: “Ma che stiamo facendo?”, si chiedono…
Duncano non è morto, tutto è apparenza, tutto è sogno, nel solco della più pura deferenza al Bardo: desideri morenti, appetiti non saziati, uno squallido cabaret di terz’ordine, si ritorna alla realtà: Beth, dopo aver sfoggiato parrucche dai tanti colori, ri-indossa la chioma con cui aveva fatto ingresso in scena, il tran tran riprende, uguale e penoso, scandito da un’ultima malinconica chiosa canora: Indifferentemente.
Si riaccendono, freddi, i neon, si spegne la scena. Come aver sognato… Per Mac, per Beth, per noi… Il sogno di una notte in mezzo alla scena; scena in cui della vita d’attori si offre manifesto. Shakespeare uno sceneggiatore lontano, un padre antico cui si rende tributo; a chi, partendo da Shakespeare ne ha seguito l’impulso – Alberto Astorri e Paola Tintinelli – ed ha saputo raccontare in scena il fallimento cui s’immola l’attore, il plauso convinto di chi, quel fallimento in scena ha visto rappresentato, e attraverso la scena, scongiurato.  

 

 

 

 

Mac e Beth
tratto da Macbeth
di William Shakespeare
di e con Alberto Astorri, Paola Tintinelli
produzione Compagnnia Astorritintinelli Milano
lingua italiano
durata 1h 10’
San Leucio (CE), Officina Teatro, 30 novembre 2014
in scena 29 e 30 novembre 2014

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