“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Martedì, 02 Dicembre 2014 00:00

Se l'amore è un diritto

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Fedra, antico mito ellenico, non è così lontana da noi, in fondo. Solo una membrana messa come quarta parete ci separa da lei, ci ricorda lei dovunque, anche sui pannelli laterali dove si staglia l’immagine marmorea della donna cretese con occhi vivi e reali.

La regia usa questo pannello che chiude il boccascena come schermo dove saranno proiettate iniziali immagini di folla, poi di colonne greche, di corridoi inconsci e di porte che si aprono e si chiudono e che si rimandano sullo sfondo in una sorta di continuità infinita.
Fedra compare sulla scena come una diva in paltò blu e grossi occhiali da sole. Ha i capelli biondi raccolti, scarpe di vernice nera con il tacco alto. Inizia a raccontare la sua vicenda come se fosse ad una conferenza stampa dove il suo viso è illuminato dai flash dei fotografi e quella folla in bianco e nero sullo schermo applaude come una moltitudine di fans. “L’esistenza umana è tutta un dolore” è l’assunto iniziale da cui si dipana la tragedia.
Sullo schermo corrono le immagini di Phaedra, film di Dassin in bianco e nero.
Fedra si narra come moglie fedele di Teseo, il giovane ateniese che ha salvato la sua patria dal tributo di morte dei giovanetti dati in pasto al Minotauro, uccidendolo grazie allo stratagemma del filo di Arianna, sorella di Fedra e figlia del re di Creta, Minosse. La madre delle due giovani, Pasifae, invaghitasi di un toro, aveva generato questo mostro rinchiuso nel labirinto.
Il mito raccontato da Euripide, da Seneca, da Racine, da D’Annunzio nel corso dei secoli, ha reso con poche varianti la storia di questa donna che ha seguito Teseo sposandolo con già un figlio, Ippolito. Il mito racconta del rifiuto del giovane alla passione della matrigna e la vendetta di lei che denuncia al marito una violenza che non c’era mai stata. Cacciato dal padre, Ippolito muore annegato.
Qui, davanti alla platea, Fedra ci racconta che ha avuto un rapporto consenziente con Ippolito, che si lascia sedurre dalla sua determinazione e sensualità. Lì dove il personaggio del mito è vittima di una passione incontrollata ed è mero strumento del “cieco dispensator de’ casi” qui, nel testo di Eva Cantarella − studiosa contemporanea del mondo classico − Fedra è padrona della propria vita e del proprio destino. Nel suo monologo introspettivo e autobiografico diventa una protofemminista, una donna consapevole dei propri sentimenti e delle proprie pulsioni che piega, alle proprie volontà, le regole morali di una società che non tiene conto della muliebre autonomia.
Tra canti e stralci di dialoghi in greco, mani protese nel vuoto, risa, singhiozzi, proiezioni di volti e paesaggi onirici che ricordano la patina elegante di certi film di Hitchock come La donna che visse due volte, il dramma si avvia alla fine. La proiezione suggestiva del volto di Fedra che ha nella bocca un’altra immagine di se stessa rimanda al nome Fedra che viene pronunciato come se fosse un’eco, una maledizione senza scampo. La donna non si sentirà in colpa per la morte di Ippolito perché “non esiste la colpa” dove esiste l’amore, né si sentirà vittima solo perché si è illusa di sfidare le regole impostale dalla società.
Messinscena non originale, ma elegantemente confezionata tra immagini e suoni. Galatea Ranzi, come una vera diva del cinema, riesce a tratteggiare il furore femminista della protagonista calcandone la sua modernità, anche se talvolta il suo tono si fa monocorde, scivolando verso malinconiche note basse.

 

 

 

 

Fedra. Diritto all’amore
di
Eva Cantarella
regia Consuelo Barilari
con Galatea Ranzi 
immagini Consuelo Barilari
consulenza drammaturgica e testi greci Marco Avogadro
musiche Andrea Nicolini
luci Liliana Iadeluca
scene Paola Ratto
produzione Festival dell’Eccellenza al Femminile, Schegge di Mediterraneo
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Galleria Toledo, 27 novembre 2014
in scena dal 25 al 30 novembre 2014

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