“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Giovedì, 27 Novembre 2014 00:00

Di sangue, d'amore, di terra

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Mela granata, colore del sangue, colore di gocce che stillano dal cuore; Mela granata, passioni violente di un mondo ancestrale, fatto di scene rurali, rituali tribali, amori carnali; Mela granata è una storia tinta di rosso, intinta nel rosso; storia di passioni che si fa messinscena compiuta. La scena che l’accoglie è uno spazio cintato, nudo steccato su tre lati conchiude – lasciano aperta la quarta parete – il luogo dell’azione scenica, delimitandolo e designandolo come un’enclave, luogo che si sottrae all’esterno, che rapisce se stesso per vivere in se stesso.

Giuseppe Giannelli è regista a latere della scena, direttore di scena in senso stretto, imprimendole l’inizio con un tocco vocale, seguendola da presso, intervenendo in voce (cantando) con l’accompagno di chitarra e tammorra, mentre la fisarmonica scandisce il ritmo musicale della rappresentazione: angolo di scena fuori la scena, propaggine esterna di un mondo chiuso, il regista e i suoi musici sono come custodi della storia, tramite visibile fra il suo spazio chiuso, cui loro hanno accesso privilegiato, e l’esterno che ne fruisce.
Ad abitare lo spazio, figure in abiti rurali, agresti: Rachele, personaggio centrale, matrona campestre, cui un paio d’orecchini pendenti ai lobi aggiungono civettuolo sembiante da fattucchiera, da janara, da donna capace d’intrugliare misture dal magico potere; un ragazzo selvaggio privo di favella, Rafiluccio, le è accanto, una corda alla caviglia ne lega (e ne nega) la libertà, su di lui s’appuntano le attenzioni carnali di Rosalia, che come una figlioccia bazzica intorno a Rachele; lo spazio conchiuso – che potrebbe essere un’aia, un pergolato, un giardino campestre – dichiara la propria mistura di devozione e paganesimo, tra immagini votive cui si presta deferenza e rituali antichi che sanno di terragno e che vedono evoluire in scena anime mute al suono di tammorre, lemuri del dionisiaco che permea le tradizioni popolari; echi di feste in cui la commistione di sacro e profano si fonde rimandano alla Madonna delle Galline di Pagani.
C’è la scena e c’è la storia, che si srotola in più d’un lembo, senza abbandonare il proprio nucleo centrale; c’è l’amore, ci sono anzi gli amori, vissuti nella loro carnalità; ci sono il presente e il passato, quest’ultimo evocato in tralice, in silhouette, dietro un drappo bianco teso sul fondo, flashback in funzione d’antefatto, che prelude all’amore di Rachele ed Alfonso, di quest’ultimo narrando vicenda che ne prelude l’avvento.
Il dramma incipiente s’ammanta delle brume del fosco, seguendo la progressione geometrica degli amori e delle loro consunzioni; le essenze si determinano sulla scena, mentre ciascuno cerca nella spazio chiuso e precluso all’altrove, una propria autodeterminazione, che sembra necessariamente passare attraverso il rapporto con chi è contiguo; storia di prossimità che si influenzano, Mela granata tinge col rosso della passione, di ogni stilla che sprizza dal cuore, fino a spaccarlo a metà proprio come un melograno, le vite di personaggi di un mondo atemporale, rustica progenie di un oggi che potrebbe essere ieri (o viceversa). La passione è selvaggia – come quella che la giovane Rosalia nutre per il selvatico Rafiluccio – oppure ammantata di torbido, come quella che lega Rachele ed Alfonso sulla base di una taciuta nequizia; e la stessa passione potrà degenerare allorquando subentrerà l’abbandono, imporporando il rossore granata della passione nel rosso più scuro del sangue della tragedia.
Drammaturgia dalle premesse rigorose, che mette dentro con felice coniugazione musica e storia, vicenda e caratteri, Mela granata rivela spessore drammaturgico compiuto, soprattutto nella sua prima parte, in cui cattura col ritmo serrato e appassionante della storia, con la caratterizzazione tornita dei personaggi, con l'evocativa funzione ambientale della musica; regia precisa ne affida il racconto ad immagini di efficace pregnanza, capaci di evocare un mondo senza tempo per farlo vivere al tempo presente della rappresentazione. Patisce però leggero decalage nel suo sviluppo in direzione dell’epilogo, virando verso la riproposizione di una Medea in chiave rurale, che sancisce una deriva melò della pièce che non ben si coniuga con l’impianto iniziale, portandolo a conseguenze che ne esasperano le premesse; resta comunque lavoro di ottimo livello, drammaturgia compiuta e ben fatta, connubio di note e parole dotato di una propria intrinseca poeticità, a metà fra l’elegia bucolica ed il dramma pastorale.
Storia di un cuore spaccato a metà, come una mela granata, storia di amore e tragedia, storia tinta di rosso, fino a concludersi nel quadro unitario di un viluppo di dolore, Mela granata, stillando gocce di passione, distilla estratto teatrale che è impasto di terra di carne e di sangue, e che, fruito come si gusta un frutto della terra, merita l’applauso.

 

 

 

 

 

 

Mela granata
scritto e diretto da Giuseppe Giannelli
con Fulvio Arrichiello, Rosalia Cuciniello, Rosaria Esposito, Gabriele Savarese
e con “la Confederazione delle Anime”: Buket Kilnamaz, Carla Orata, Nunzia Russo, Viola Pinelli
musiche originali, fisarmonica, percussioni, metalli, effetti sonori Daniela Esposito
chitarra classica Simone Sannino
tammorra Barbara Lombardi
scene Peppe Zinno
costumi Anna Esposito
foto di scena Nina Borrelli
lingua napoletano
durata 1h 25’
Napoli, Teatro Sala Ichòs, 23 novembre 2014
in scena 22 e 23 novembre 2014

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