“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Mercoledì, 26 Novembre 2014 00:00

Peter, una storia fuori dal tempo

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Un Peter inconsueto, che indossa abiti ottocenteschi e sembra uscito da un romanzo di Charles Dickens, fa il suo ingresso con un grande mappamondo. Con ampi gesti da mimo inizia una serie di evoluzioni con la palla/mondo che, dapprima, si lascia dominare dall'acrobatica camminata di Peter e poi si rifiuta di fargli poggiare la parte dove non batte il sole trasformandolo, così, in un Chaplin indispettito. Si rivolge ai bambini invitandoli a tornare, con la memoria, in un tempo altrove, quando loro avevano ancora le ali e, a lui, era scappata l'ombra: è allora che era avvenuto il loro primo incontro − "ricordate?" − ed è allora che incontrò per la prima volta la bella Wendy e suo padre, il "molto scienziato" Arturo.

Una lunga parete di lamiera ondulata divide l'assito tra la realtà e un tempo immaginifico, di una qualche remota stagione della mente, dove desiderare è ancora efficace. La parete ha varchi e finestre, ma rigorosamente serrate e rivestite da fogli zeppi di numeri e formule matematiche. Siamo nella realtà razionale e presente a sé stessa e, il professor Arturo, è uomo di fatti e calcoli: "Non ci vuole distrazione, più importante è l'addizione!". Anche il professore ricorda un personaggio ottocentesco dickensiano: potrebbe essere l'utilitarista Thomas Gradgrind di Tempi difficili: "Uomo concreto. Un uomo di fatti e calcoli. Un uomo che parte dal principio che due più due fa quattro e basta; un uomo che non si lascia convincere a concedere niente di più... Regolo, bilancino, tavola pitagorica sempre in tasca, signore, sempre pronto a pesare e a misurare ogni particella di natura umana e a dire esattamente a quanto ammonta il tutto. Mera questione di cifre, semplice operazione aritmetica".
Wendy, la sognatrice figlia del professore, è malata di fantasia e si rifiuta di crescere e andare in collegio. Vorrebbe restare per sempre bambina e, per questo, indossa sgargianti vestiti, definiti dal padre "da Alice nel Paese delle Meraviglie": che poi anche quella mica esiste! E, inoltre, per lei uno più uno non fa mai due ma è uguale a 'tutto', se i due si vogliono bene.
La sua favola preferita è quella di Peter Pan, il suo raccontare diventa evocazione e Peter, passando la frontiera del tempo, giunge nuovamente a casa Darling. Come uno spiritello dispettoso si mette a tormentare il povero professore: se la fantasia è una malattia contagiosa, allora ci sarà pure un modo per contagiare il padre di Wendy. L'arco di un violino si fa pungolo da mandriano e, un clarinetto, emette suoni e bolle di sapone di dimensioni sempre più grandi, fino ad imprigionare Arturo in una membrana trasparente destinata a scoppiare.
Il professore reagisce, ancora non vuole credere, ma è deciso a reagire perché quel fastidio ha un qualcosa di reale che non può essere ignorato, quell'ombra malefica e dispettosa va catturata o, quantomeno, presa a cuscinate sulla testa. Ma un'ombra, è veloce − lo sappiamo − ed è quasi inafferrabile e così l'inseguimento, dal palcoscenico, si sposta in platea: sale e scende dai gradini, si riversa addosso al pubblico mentre volano cuscinate alla cieca, con fisiologiche dispersioni di piumaggio.
"Ridi papà! Ridi!". Ma il professore non sente perché è troppo impegnato a ridere e non si accorge di essere stato trasportato nell'isola dell'oblio. Wendy, in una storia che racconta la sua storia − come la Shahrazad di Borges che si mette a raccontare testualmente la storia delle Mille e una notte, tornando nuovamente alla notte in cui racconta, in una spirale che potrebbe procedere all'infinito − riprende il suo posto di mamma di Peter e dei bambini sperduti, oltre al suo ruolo di narratrice eterna. E così avrebbe potuto andare avanti fino all'in-esaurimento se, il professore, non avesse deciso non solo di credere ma, anche, di dare un'aggiustatina alla storia.
Con l'aiuto del pubblico, e un mostruoso sforzo di fantasia, Arturo entra nella storia diventando il personaggio che da sempre lo ha affascinato, Capitan Uncino: "Ho sempre desiderato essere quel losco personaggio". Ci crede per davvero: con urli pirateschi trascina sul palco mozzi da arruolare, fa danze primordiali e propiziatorie e, a bordo di un monociclo, affronta Peter Pan. Tutto questo per riportare il suo grande amore, Wendy, nuovamente a casa. Riuscirà a convincerla a tornare in un mondo dove c'è bisogno di 'grandi' che non abbiano paura dei sogni e che sappiano tenere delle bianche piume tra le dita senza tremare?
I varchi vengono aperti, i numeri stracciati e le finestre spalancate. Da quelle porte entrano piume e sogni e, "l'isola che non c'è" è ad un passo da noi. Basta tenere sempre aperti i varchi e, le storie, possono continuare a farci sognare anche se abbiamo perso le ali e il ricordo di quando le avevamo. Quell'isola c'è ed è il teatro e, finché ci sono grandi e piccoli che lasciano le loro case accoglienti per andarlo a visitare, le sue porte resteranno aperte, permettendo alla fantasia di fluttuare liberamente, come una candida piuma che solletica i ricordi di un tempo, in cui, il sogno è ancora efficace.

 

 

 

Peter Pan. Una storia di pochi centimetri e piume
di Fabrizio Visconti e Rossella Rapisarda
regia Fabrizio Visconti
con Davide Visconti, Rossella Rapisarda, Simone Lombardelli
scene e costumi Paride Pantaleone, Claudio Micci
lingua italiano
durata 50'
Napoli, Teatro Galilei 104 – Teatro Le Nuvole, 23 novembre 2014
in scena 23 novembre 2014 (data unica)

 

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