“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Giovedì, 20 Novembre 2014 00:00

Tanto di cappello

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Poco pubblico popola la piccola Sala Assoli. Peccato. Voglio sperare perché è martedì sera e il tempo è un po’ incerto. Oppure perché lo hanno già visto Wrong Play, My Lord. Spero non fosse per il timore dello spettacolo in inglese, perché tra la sinossi e la recitazione caricata degli attori l’azione scenica è perfettamente evidente. Potranno sfuggire i gustosissimi giochi di parole, ma il risultato finale, la sostanza comunicativa, il potere performativo dell’agire scenico non ne sono depotenziati.

Facciamo un passo indietro. Dalle note di regia apprendiamo che The Hats Company nasce in un bar, dall’incontro tra un attore tornato da Londra e un regista amante dei cappelli. Poi verranno altri attori, un aiuto regista e l’idea di lavorare su un testo di Shakespeare, in inglese a Napoli. Qualcuno va, qualcuno resta. Entriamo in sala e troviamo tre attori già in scena. I tre attori. Per gli otto personaggi che giocheranno sulla scena (permettetemi di giocare anch’io tra il play "recitare" e "giocare", perché i personaggi saranno, al tempo stesso, recitati come si conviene, con tutte le sfumature tragiche del caso, ma anche giocati, come caratteri farseschi da accentuare per il gusto proprio e del pubblico). E se il gioco è scoperto è naturale che venga allo scoperto il meccanismo della rappresentazione, anche gli errori, i travisamenti, gli a parte, che si traducono in gustose irruzioni del fuori all’interno della scena, come quando Amleto e Orazio trepidano in attesa dello spirito del padre “È lui? – No... è solo uno scooter”. O ancora Polonio che interroga Amleto sulla sua identità come si trattasse di un alunno somaro: "Do you know who am I? Po, Po, lo, Polo, Polonius!"
Essenziale la scenografia, evocativa e funzionale all’azione scenica. Un drappo cremisi al fondo, un drappo bianco sulla destra. Una panca di legno scuro al centro, una poltrona di stile romano, con un drappo cremisi a sinistra. Essenziali anche le luci e i colori. Bianco e nero l’abito degli uomini. Bianco quello di Ofelia. Nero e bordeaux setificato quello di Gertrude.
Non staremo qui a raccontare la vicenda di Amleto, ma piuttosto proviamo a rendere omaggio a tre giovani attori che hanno saputo saltare da un ruolo all’altro, da un tono all’altro, da uno stile all’altro senza batter ciglio, magari con con un semplice cambio di cappello.
Orazio e Claudio (Arturo Muselli) portano la bombetta, ma il primo ha una voce cavernosa, trascina le parole e sembra quasi che incanutisca la barba, come un vecchio satiro un po’ ridicolo e un po’ lascivo, ma furbamente crudele. Bastano un colbacco e l’accento russo per materializzare sulla scena Polonio, mentre suo figlio Laerte si presenta con giacca bianca, bastone e accento tedesco, francesizzato dopo il soggiorno francese (ancora una volta Arturo Muselli).
La regina Gertrude e Ofelia (Margherita Romeo) sono agli estremi della scala cromatica e delle emozioni: nera/rossa, lasciva, terrena l’una, bianca, diafana e spettralmente irreale l’altra, squassata dal desiderio inconfessabile al padre, che continua a ripetere "she’s young", dunque troppo giovane per l’amore. L’una e l’altra hanno una gamba fasciata e zoppicano vistosamente, forse per uno spiacevole incidente occorso all’attrice, che, se è così, ha saputo trasformarlo in un tratto comico, una pennellata che rende più vivo il quadro. Ancora lei darà voce e braccio ossuto allo spettro del padre di Amleto. Voce stentorea, imperiosa, tragica, eppure inguaribilmente comica nei giochi di parole, come quello tra mother (madre) e murder (omicidio), pronunciati quasi allo stesso modo, o tra sword (spada) e swear (giurare), per citare due esempi, o nel movimento delle dita che accompagnano le parole, per sottolinearne il peso, in teoria, con effetti da morra cinese in pratica.
Unico punto fisso Amleto (Alessio Sica), serio e impostato, peccato sbagli ogni tanto tragedia e l’amico Orazio, che diventa metateatralmente suggeritore e capocomico, deve ricordargli spesso e volentieri cosa stanno recitando: "Remember me – My Lord, you are playing Macbeth, this is the wrong play, My Lord". O ancora – "Tomorrow, tomorrow and tomorrow – My Lord, tomorrow we can play Macbeth, but tonight we must play Hamlet". Si confonde ancora con Otello, chiamando Ofelia "Desdemona".
Il testo è pretesto, per raccontare la sua eterna storia a long long long long long long long story (e il susseguirsi sincopato dei long è musicale come una campanella tibetana o uno scacciapensieri siciliano) e soprattutto giocare, play, con la lingua e sulla lingua, con il testo e attorno al testo. Il testo è sempre lì, fisicamente presente, libro poggiato sulla panca o compulsato dagli attori. Allitterazioni, omofonie, omografie, tutto è lecito in questo gioco, la parola scritta si fa detta, recitata, travisata, giocata.
Il tempo scorre veloce, stupiti e divertiti si giunge al fondo della tragedia, alla morte del principe di Danimarca tra le braccia del fidato Orazio, che fino a qualche secondo prima giaceva in scena nei panni di Laerte... a lui il compito di raccontare la storia di Amleto Again?
Il resto è solo silenzio prima degli applausi.

 

 

 

 

 

 

Wrong Play, My Lord or The Mousetrap
da Amleto
di
William Shakespeare
regia Ludovica Rambelli
con Alessio Sica, Margherita Romeo, Arturo Muselli
assistente alla regia Victoria de Campora
drammaturgy/project/stage conception The Hats Company
lingua inglese
durata 1h 15’
Napoli, Sala Assoli, 18 novembre 2014
in scena i martedì e i mercoledì di novembre 2014

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