“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Mercoledì, 19 Novembre 2014 00:00

La verità del teatro, la finzione dello schermo

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Andrea Cosentino è un attore che mette in scena il gioco dell’attore; nel senso che, nel suo occupare la scena, diverte col gioco dei ghirigori concentrici in cui incastra i piani di senso, costruendo in assito un sistema di scatole cinesi dal quale emergono tanti quadri di un’unica galleria. E l’esposizione, in diretta da Telemomo' è un gioco di mescola sapiente, una satira esilarante, che sovrappone i piani, li ribalta e li compone ammiccando al pubblico, rendendolo partecipe e consapevole del gioco del teatro, e del gioco consapevole che il teatro fa sulla televisione.

Al di là della elaborazione testuale, intelligente nella sua capacità di suscitare la risata di cuore nel far parodia degli spropositi mediatici usuali e quotidiani, Andrea Cosentino costruisce il suo gioco sull’antinomia a lui cara – e ricorrente nei suoi spettacoli – verità/finzione, giostrando il suo ruolo di mattatore in scena attorno ad una dichiarata metateatralità (continui i rimandi al fatto che si stia recitando), che nella fattispecie si arricchisce di un ulteriore marchingegno, ovvero un’aggiunta allusione metatelevisiva, con tanto di travalicazione da parte sua dello schermo (evidentemente fasullo) all’interno del quale avviene la sua performance.
La scena lo vede protagonista infatti all’interno di uno scheletro di schermo che s'appollaia su un trespolo e che egli animerà da programmatore del palinsesto, da anchorman, da puparo, da mattatore. Una valigia dei trucchi (una valigia da attore) in un lato di scena sarà il cassone da cui attingere tutto il necessario alla pantomima: i personaggi delle telenovelas, cosce e cosciotti, mezzibusti, parrucche, un piccolo mappamondo a scimmiottare la sigla del telegiornale, il Wojtyla tremolante già visto in Angelica ( altro spettacolo di Cosentino, di cui Telemomo’ finisce per essere una sorta di prequel).
Si ride, e tanto, nell’ascoltare l’ininterrotta logorrea di Cosentino, e insorge spontaneo un raffronto con quello che ormai in televisione (in quella vera) è un ambito pletorico – quello del cabaret – inflazionato ed impoverito dal proprio replicare se stesso, i propri tormentoni, le proprie vacue e volgari reiterazioni, fidelizzando un pubblico in cui anche la risata è stereotipa; la satira che Cosentino inscena nella sua televisione ha una freschezza ed una vis comica che quel tipo di spettacolo televisivo, ormai ridotto a fatuo intrattenimento per uno spettatore abbindolato ed addomesticato, non possiede più, svuotato di ogni carica caustica e corrosiva, replica scosciata e pecoreccia di quanto il resto del panorama mediatico (e quindi reale) offre. La televisione vista da Cosentino, vista con Cosentino all’interno del rettangolo vuoto, possiede tutt’altro spessore, anche perché Cosentino prende il medium (il televisore) e lo fa diventare “davvero” interattivo, trasportandolo in teatro, esplorandone le possibilità di dialogo che questo mezzo ha con la propria utenza, facendolo uscire dalla sua dimensione lontana, “attraversando” lo schermo, come a voler annullare quella distanza, quella faglia che ormai la televisione ha creato tra esistenza reale e rappresentazione percepita; lo fa, certo, passando attraverso il contatto diretto del teatro, ma contemporaneamente imbastendo un gioco di dentro e fuori, di scena nella scena,  di scena nella televisione che dimostra quanto i livelli di identificazione possano essere contigui e quanto i contenuti veicolati dal medium catodico (oggi al plasma, a cristalli liquidi ed in HD) possano penetrare ed attecchire nell’utenza.
Quel che è e quel che appare (non ce ne vogliate se quando scriviamo di Cosentino indugiamo sempre su questa antinomia, è il suo teatro che vi affonda piene le mani) è l’insistente motivo di ciò che si offre in visione, giochicchiato sulla consapevolezza della recita, che è tale ed è ostentata sin dall’inizio, quando Cosentino, seduto in platea, si finge spettatore, per poi rimarcare più volte che quel che sta avvenendo è teatro: “Siete venuti a teatro e questo è teatro”, “Sotto i fari si suda”, fino al confessorio finale di ammissione esplicita della recita. Lo schermo vuoto diventa per lui una sorta di teatrino delle marionette, in cui gestire il palinsesto di una ridicola televisione generalista con la stessa abilità pupara con cui negli ultimi venti o trenta anni la televisione (quella vera) ha cloroformizzato lo spettatore medio, pupo sonnacchioso proclive alla distrazione e al disimpegno.
Lo spettacolo non ha un attimo di respiro, caracolla a cavallo della voce di Andrea Cosentino, abile narratore, eccellente costruttore di immagini satiriche che di quelle parole sono fedele traduzione e congruo complemento.
Spaccato socio-antropologico proiettato in uno schermo che non c’è, Telemomo’ racconta realtà reale e finzione mediatica, realtà rese fittizie dalle mistificazioni mediatiche, realtà mediatiche, infine, spogliate dell’orpello della finzione che le ammanta di verità fittizia. Condensando in un’ora un plausibile palinsesto generalista, Andrea Cosentino ne mostra con l’ironia e l’intelligenza di una scrittura ficcante e salace, tutti gli ormai acclarati limiti, lasciando nello spettatore la sensazione di aver assistito ad una vera prova d’attore che, fingendo, smaschera l’inganno di ciò che viene propinato come verosimile.
Gioco raffinato per drammaturgia compatta, Telemomo’ buggerando il fintume fa ridere davvero.
E, ridendo, la verità del teatro seppellisce la menzogna dello schermo.

 

 

 

Telemomo’ live
di e con Andrea Cosentino
musica di scena Bernardo Nardini
indicazioni di regia Andrea Virgilio Franceschi
lingua italiano
durata 1h
Caserta, Teatro Civico 14, 15 novembre 2014
in scena 15 e 16 novembre 2014

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