“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Martedì, 18 Novembre 2014 00:00

Baricco e la memoria ritrovata al termine della notte

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Giuro, è stato un caso. Meglio, l'ha voluto il destino, di sicuro non l'ho deciso io. Perché venire alla più letteraria delle lectures baricchiane (o suol dirsi bariccole?) non è stato premeditato: altri impegni già presi, il giorno prefestivo, la combinazione con la figlia romana, il traffico favorevole, il tempo disponibile, il parcheggio possibile e l'oroscopo incoraggiante: tutto ha congiurato perché la serata fosse questa e non certo ieri, non sia mai domani. Così nella calma serata di sabato, estrema propaggine di questa insperata estate di San Martino – nell'aria, però, palpabile tensione che pioggia promette – mi siedo anch'io sulla rossa poltrona dell'ultima incarnazione del Teatro Nuovo, più volte risorto, come la Fenice del mito, dalle ceneri sue, fatale segno anch'esso di potente contraddizione e decisa antinomia, come questa parte del ventre di Napoli dov'esso trova intima sede.

Il pubblico cerca di vincer la noia dell'attesa ma il pensiero è già all'emozione che verrà; luci soffuse sul palco, si vede uno schermo, un tavolo, una sedia, un leggio: scena dal sapore scolastico e vagamente pedante ch'han tutte le cattedre, accentuata, pur se ingentilita, dai numerosi ragazzi che vengon fatti salire a sistemarsi ai lati, come cori di monaci attorno all'abate; e mi ritrovo a pensare che più povera è la scena, più grande sarà l'attore che la popolerà, o, meglio, che forse la scena sottotono servirà a più far risaltare il protagonista. Lui, il Baricco.
Come Van Gogh usava accendere i più sgargianti colori in caleidoscopi abbaglianti perché illuminassero notti altrimenti buie e dure e sole, e nel contempo innalzare oscure fiaccole che, nell'imitazione di resinosi cipressi, ascendessero riverberando stelle e lune, nel gioco folle del loro ondulato movimento, anche Baricco lo sappiamo stregonesco artefice d'incantesimi e, per inevitabile gioco di sapienti contrappesi, maestro nell'accostar contrasti – e l'alto e il basso, e il colto e il popolano, e il sapido e l'insulso, e il superficiale e il profondo, e Proust e Céline – in misurata ma palpitante trama ch'avvince e vince.
Magia della parola, certo, unica materia di queste serate – o lezioni o chiacchierate – che lo scrittore offre al variegato pubblico di teatri sempre esauriti da un po' d'anni a questa parte: spettacoli verbali capriole di concetti girotondi di pensiero che stavolta s'incarnano nelle Palladium Lectures, dal nome del Teatro romano da cui han preso vita l'anno scorso e ch'han girato poi l'Italia in lungo e in largo, per approdare infine qui da noi, nella Napoli che della (sua propria) lingua ha fatto, e non da oggi, pilastro d'identità e e di verace riconoscibilità: tanto più vale, la considerazione, in questa particolare serata, che è quella dedicata a Proust – Sulla scrittura.
Ma eccolo che entra, una battuta sul coraggio di passare il sabato sera in compagnia di Proust, e siamo subito in medias res: S'introduce l'Autore e la Recherche e la cuoca di zia Léonie a Combray, quella Françoise oggetto d'una lunga frase de La strada di Swann che per prima Baricco legge, analizza, sminuzza con quel metodo accattivante e simpatico e charmant che tutti ben conosciamo. Lo stile è il suo proprio: la dissertazione, che ad altri potrebbe riuscir noiosa, scorre via invece lenta ma sicura, come un corposo flusso di pensiero che calmo e sereno c'avvolge ci coccola ci trasporta nella sua corrente. E dalla zattera cui c'aggrappiamo per non cader nei flutti (non è agitata l'onda, ma ipnotico l'orizzonte) seguiamo – siamo obbligati a seguirlo – il valente capitano nella sua navigazione: sentiamo salda e sicura la mano sul timone.
Mi vien da pensar però, a un certo punto – la lezione prosegue quieta intanto – che l'inconfessata sfida di questa learned lesson altro non sia che gioco di parole e sulle parole: il dichiarato intento dell'Autore e Protagonista – smontare il testo di Proust per mostrarne l'insuperata tecnica di scrittura – risponde in effetti a verità, ma nel farlo, nell'indicarci la chiave del gioco, il trucco – se volete – sotteso alla manifesta parvenza delle cose, nel compier quest'operazione, dicevo, usa anch'Egli – il Capitano – l'invenzione sua, come fa esperto prestigiatore che, nello sventagliar le carte sotto gli occhi, nel mostrarti l'altrui artificio, uno nuovo ne metta in opera, più rilucente e convincente e suadente: arte sorniona e narcisella, la malìa baricchiana (o bariccola, chissà?), che ammirati subiamo e meravigliati apprezziamo. E purtuttavia verso la fine un dubbio s'affaccia: in fondo in fondo, non era forse – non voleva esser – tutto questo anche e soprattutto palese invito alla lettura di un Autore, Proust,  di cui tanto si parla e si scrive e che resta tuttavia di così ardua fruitura?
L'impressione finale, stando al messaggio non verbale (e talora pure verbale) è che il Baricco consideri invece il Proust scrittore eccelso nella tecnica ma… ma in fondo povero (o superato o polveroso o inadatto o così poco barbaro, perché ancora in fondo così romantico!) in contenuti che possano ancora risultar d'utilità all'uomo che, veloce, attraversa l'oggi. Che sembri ormai, Proust e il complesso mondo suo, pura perizia (vuota)? E quel suo considerar del tutto inutile (o impossibile o indecifrabile) il dialogo e la conversazione, che lo rende fratello di sangue di Zì Nicola che parla solo con le voci di dentro (perché nessuno ascolta più le voci reali), quel suo credere autentica e vera solo la letteratura, come altri il sogno, quel suo viaggiare nell'unica possibile direzione che è la profondità, e considerare esclusiva possibilità di crescita quella che dal di dentro promana, come alberi che dalle radici sole traggono il proprio nutrirsi, tutto questo sistema di riferimenti e valori e coordinate, tutto questo universo sfaccettato e parcamente rilucente, tutto questo è ormai d'archiviare tra le perdute cose e vagamente curiose e pateticamente rugginose d'un elegante passato?
Come non sospettare che sia questo il retropensiero del Baricco – obliqua non confessata idea di considerar Proust poco avvezzo, in fondo, a frequentar territori quali commozione e turbamento – quando decide d'affidarsi, pel gran finale, alla divers'arte di Céline, forse visto da lui più affine ai barbari emotivi, e ad un viaggio non più verso la profondità, ma au bout de la nuit?
D'altra parte, che volete, così son le baricchiane lezioni: non fai in tempo ad affezionarti ad uno che quello subito salta via come un grillo ubriaco. (O si dovrà dir bariccole?)

 

 

 

 

 

 

Palladium Lectures
Proust – Sulla scrittura
di e con Alessandro Baricco
regia Alessandro Baricco
lingua italiano
durata 1h 40'
Napoli, Teatro Nuovo, 15 ottobre 2014
in scena il 15 ottobre (data unica)

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