"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 18 Novembre 2014 00:00

Baricco e la memoria ritrovata al termine della notte

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Giuro, è stato un caso. Meglio, l'ha voluto il destino, di sicuro non l'ho deciso io. Perché venire alla più letteraria delle lectures baricchiane (o suol dirsi bariccole?) non è stato premeditato: altri impegni già presi, il giorno prefestivo, la combinazione con la figlia romana, il traffico favorevole, il tempo disponibile, il parcheggio possibile e l'oroscopo incoraggiante: tutto ha congiurato perché la serata fosse questa e non certo ieri, non sia mai domani. Così nella calma serata di sabato, estrema propaggine di questa insperata estate di San Martino – nell'aria, però, palpabile tensione che pioggia promette – mi siedo anch'io sulla rossa poltrona dell'ultima incarnazione del Teatro Nuovo, più volte risorto, come la Fenice del mito, dalle ceneri sue, fatale segno anch'esso di potente contraddizione e decisa antinomia, come questa parte del ventre di Napoli dov'esso trova intima sede.

Il pubblico cerca di vincer la noia dell'attesa ma il pensiero è già all'emozione che verrà; luci soffuse sul palco, si vede uno schermo, un tavolo, una sedia, un leggio: scena dal sapore scolastico e vagamente pedante ch'han tutte le cattedre, accentuata, pur se ingentilita, dai numerosi ragazzi che vengon fatti salire a sistemarsi ai lati, come cori di monaci attorno all'abate; e mi ritrovo a pensare che più povera è la scena, più grande sarà l'attore che la popolerà, o, meglio, che forse la scena sottotono servirà a più far risaltare il protagonista. Lui, il Baricco.
Come Van Gogh usava accendere i più sgargianti colori in caleidoscopi abbaglianti perché illuminassero notti altrimenti buie e dure e sole, e nel contempo innalzare oscure fiaccole che, nell'imitazione di resinosi cipressi, ascendessero riverberando stelle e lune, nel gioco folle del loro ondulato movimento, anche Baricco lo sappiamo stregonesco artefice d'incantesimi e, per inevitabile gioco di sapienti contrappesi, maestro nell'accostar contrasti – e l'alto e il basso, e il colto e il popolano, e il sapido e l'insulso, e il superficiale e il profondo, e Proust e Céline – in misurata ma palpitante trama ch'avvince e vince.
Magia della parola, certo, unica materia di queste serate – o lezioni o chiacchierate – che lo scrittore offre al variegato pubblico di teatri sempre esauriti da un po' d'anni a questa parte: spettacoli verbali capriole di concetti girotondi di pensiero che stavolta s'incarnano nelle Palladium Lectures, dal nome del Teatro romano da cui han preso vita l'anno scorso e ch'han girato poi l'Italia in lungo e in largo, per approdare infine qui da noi, nella Napoli che della (sua propria) lingua ha fatto, e non da oggi, pilastro d'identità e e di verace riconoscibilità: tanto più vale, la considerazione, in questa particolare serata, che è quella dedicata a Proust – Sulla scrittura.
Ma eccolo che entra, una battuta sul coraggio di passare il sabato sera in compagnia di Proust, e siamo subito in medias res: S'introduce l'Autore e la Recherche e la cuoca di zia Léonie a Combray, quella Françoise oggetto d'una lunga frase de La strada di Swann che per prima Baricco legge, analizza, sminuzza con quel metodo accattivante e simpatico e charmant che tutti ben conosciamo. Lo stile è il suo proprio: la dissertazione, che ad altri potrebbe riuscir noiosa, scorre via invece lenta ma sicura, come un corposo flusso di pensiero che calmo e sereno c'avvolge ci coccola ci trasporta nella sua corrente. E dalla zattera cui c'aggrappiamo per non cader nei flutti (non è agitata l'onda, ma ipnotico l'orizzonte) seguiamo – siamo obbligati a seguirlo – il valente capitano nella sua navigazione: sentiamo salda e sicura la mano sul timone.
Mi vien da pensar però, a un certo punto – la lezione prosegue quieta intanto – che l'inconfessata sfida di questa learned lesson altro non sia che gioco di parole e sulle parole: il dichiarato intento dell'Autore e Protagonista – smontare il testo di Proust per mostrarne l'insuperata tecnica di scrittura – risponde in effetti a verità, ma nel farlo, nell'indicarci la chiave del gioco, il trucco – se volete – sotteso alla manifesta parvenza delle cose, nel compier quest'operazione, dicevo, usa anch'Egli – il Capitano – l'invenzione sua, come fa esperto prestigiatore che, nello sventagliar le carte sotto gli occhi, nel mostrarti l'altrui artificio, uno nuovo ne metta in opera, più rilucente e convincente e suadente: arte sorniona e narcisella, la malìa baricchiana (o bariccola, chissà?), che ammirati subiamo e meravigliati apprezziamo. E purtuttavia verso la fine un dubbio s'affaccia: in fondo in fondo, non era forse – non voleva esser – tutto questo anche e soprattutto palese invito alla lettura di un Autore, Proust,  di cui tanto si parla e si scrive e che resta tuttavia di così ardua fruitura?
L'impressione finale, stando al messaggio non verbale (e talora pure verbale) è che il Baricco consideri invece il Proust scrittore eccelso nella tecnica ma… ma in fondo povero (o superato o polveroso o inadatto o così poco barbaro, perché ancora in fondo così romantico!) in contenuti che possano ancora risultar d'utilità all'uomo che, veloce, attraversa l'oggi. Che sembri ormai, Proust e il complesso mondo suo, pura perizia (vuota)? E quel suo considerar del tutto inutile (o impossibile o indecifrabile) il dialogo e la conversazione, che lo rende fratello di sangue di Zì Nicola che parla solo con le voci di dentro (perché nessuno ascolta più le voci reali), quel suo credere autentica e vera solo la letteratura, come altri il sogno, quel suo viaggiare nell'unica possibile direzione che è la profondità, e considerare esclusiva possibilità di crescita quella che dal di dentro promana, come alberi che dalle radici sole traggono il proprio nutrirsi, tutto questo sistema di riferimenti e valori e coordinate, tutto questo universo sfaccettato e parcamente rilucente, tutto questo è ormai d'archiviare tra le perdute cose e vagamente curiose e pateticamente rugginose d'un elegante passato?
Come non sospettare che sia questo il retropensiero del Baricco – obliqua non confessata idea di considerar Proust poco avvezzo, in fondo, a frequentar territori quali commozione e turbamento – quando decide d'affidarsi, pel gran finale, alla divers'arte di Céline, forse visto da lui più affine ai barbari emotivi, e ad un viaggio non più verso la profondità, ma au bout de la nuit?
D'altra parte, che volete, così son le baricchiane lezioni: non fai in tempo ad affezionarti ad uno che quello subito salta via come un grillo ubriaco. (O si dovrà dir bariccole?)

 

 

 

 

 

 

Palladium Lectures
Proust – Sulla scrittura
di e con Alessandro Baricco
regia Alessandro Baricco
lingua italiano
durata 1h 40'
Napoli, Teatro Nuovo, 15 ottobre 2014
in scena il 15 ottobre (data unica)

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