“Tutti noi riusciamo a vivere solo perché, a un certo punto, ci rifugiamo in una menzogna, una qualsiasi. Lui invece non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo: è assolutamente incapace di mentire, come è incapace di ubriacarsi. Franz è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È un individuo nudo tra individui vestiti”.

Milena su Franz Kafka

Domenica, 09 Novembre 2014 00:00

Brodo STAR

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È gremita la platea del Teatro Cilea per l’apertura della stagione teatrale. La città è spazzata da uno scirocco potente, il cielo minaccia pioggia, quando calerà il vento, gioca anche il Napoli. Ma il pubblico è venuto a rendere omaggio al teatro, al fare teatro, ad un grande autore, uno dei simboli della città, uno degli artefici moderni della stessa popolarità napoletana.

Musica a sipario chiuso. Sono le note di Antonio Sinagra. La tela di velluto rosso si apre lentamente su un fondale che mima la città, con la foto seppia di un palazzo, con le sue mille finestre e balconi, occhi ciechi e vuoti, o forse invece troppo pieni, comunque spalancati gli unu sugli altri. In secondo piano campeggiano i gradini e la ringhiera di un balcone, che attua la separazione tra il proscenio e il fondale, creando nell’immaginazione lo spazio della strada, il fuori. Un interno borghese, tavolo, sedie, un divanetto, due bussole a destra e a sinistra.
La trama della commedia, che oscilla tra toni farseschi della pochade ed elucubrazioni pirandelliane, è ricca di peripezie e colpi di scena che sarebbe ingiusto raccontare, senza togliere sugo al godimento dello spettacolo. Basti sapere che tutto ruota intorno al ritorno a casa di Michele Murri, internato per un anno in manicomio e dimesso perché parzialmente guarito. E allora non bisogna nominarla più la pazzia, non bisogna nominarlo più, per nessuna ragione, il manicomio. “... Ora basta, sono guarito, sono sano, ci dobbiamo rifare, io mo’ so’ guarito”. Ma la guarigione è soltanto apparente, la follia è solo uscita dalla porta per rientrare dalla finestra, servendosi delle armi della logica. “Io sono tornato perché sono guarito, forte... mo' spacco il capello quando ragiono”. E il filo logico del ragionamento, condotto alle estreme conseguenze della logica, genera paradossi illogici, che garantiscono il movimento della ruota della comicità. “Ci sono le parole adatte, perché non le dobbiamo usare?”. Michele prende alla lettera tutto ciò che gli dicono, per dimenticarsene un attimo dopo magari, non prima però di averne tratto le conseguenze, non prima di aver agito di conseguenza.
Tra inganni ed equivoci, colpi di scena e disvelamenti, la macchina scenica prosegue inesorabile verso lo scioglimento finale, che tuttavia poco ha di comico, lasciando un sorriso amaro e malinconico. “Gli amici, i parenti, quelli ca te vonno bene te supporteno, nu poco, ma po se stancano e tu riman’ sul’... vattenn’ ‘o manicomio, è meglio”.
Dopo un primo atto più faticoso, necessario a presentare i molteplici personaggi e ad ingarbugliare la vicenda, il secondo procede rapido e brioso, trascinante. Non mancano gustosi momenti metateatrali, in cui si fa teatro nel teatro o si riflette sulla vita come teatro “... Sembra proprio il momento saliente di una farsa”. O come quando Michele chiede reiteratamente al Don Luigino, lo studente, di ripetere il concetto che la vita e il teatro si assomigliano.
Il pubblico ride di gusto e applaude a scena aperta. Correva l’anno 1927 quando Eduardo De Filippo scrisse la commedia Ditegli sempre di sì.
Qualcuno potrebbe chiedersi il senso oggi di questo teatro. Qualcuno potrebbe chiedersi dov’è la ricerca artistica, qual è il lavoro attoriale al di là delle innegabili doti degli attori in scena. Dai protagonisti ai caratteristi poche le sbavature, qualche nota acerba in alcuni dei più giovani, ma la scuola farà il suo lavoro e accumuleranno l’esperienza necessaria per recitare come respirano, per introiettare i personaggi e renderli con la naturalezza innaturale di chi entra in un’altra pelle e ne assume le fattezze, la consistenza, gli umori, i caratteri.
Qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia rappresentare oggi, ancora, Eduardo, a trent’anni dalla sua morte, come lo aveva rappresentato lui. Ma forse questo è il problema di ogni padre troppo ingombrante. troppo grande. Troppo. In questo caso padre teatrale, di una scuola, di un modo di fare teatro, di una gestualità. Ma anche, più profondamente, agente performatore della psicologia popolare. Quanto Eduardo nei nostri concittadini... Che il popolo napoletano sia teatrale è un topos, certo, eppure quanto delle commedie di Eduardo, viste e riviste, da sempre, permane nei gesti, nelle espressioni, nel modo di raccontare dei napoletani. Il suo teatro si è nutrito del popolo e il popolo si è nutrito del teatro. E la gente continua ad andare a teatro, cercando la ripetizione dell’uguale. Rassicurante, confortante. Come il brodo STAR. Un prodotto che si vende perché si è sempre venduto. E magari in una serata di vento e pioggia, alla fine di una lunga giornata di lavoro cominciata quando era ancora buio, una tazza di brodo caldo, che faccia andare a letto rinfrancati e divertiti, fa bene.

 

 

 

 

 

Ditegli sempre di sì
di
Eduardo De Filippo
regia Marco Kretzmer
con Gigi Savoia, Antonella Cioli, Renato De Rienzo, Gianni Parisi
scene Renato Lori
musiche Antonio Sinagra
foto di scena Apsn Fotografia
lingua italiano, napoletano
durata 2h
Napoli, Teatro Cilea, 6 novembre 2014
in scena dal 6 al 9 novembre 2014

 

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