“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Martedì, 28 Ottobre 2014 00:00

Alla ricerca di un perché

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(il tema)
L’impressione è che Jesus – ultima creazione di Babilonia Teatri – non sia uno spettacolo su Gesù ma su una sua mancanza privata, intima, personale; che sia una sorta di paradossale invocazione dell’assente, una chiamata disperata all’invisibile, un tentativo di strappare un segno o una parola di conferma a Colui che osserva in silenzio, impassibile, incurante: ammesso che esista.

A confermare tale suggestione basta la forma verbale dello spettacolo, costituito da una serie di monologhi detti a due voci e intervallati, l’uno dall’altro, da campionature musicali: monologhi che sembrano dialoghi, dunque, ma che restano monologhi e che – perciò – sono riflessioni, preghiere, constatazioni condivisibili e condivise ma comunque individuali, solitarie, singolari.
La mercificazione oppressiva e ridicola della fede, tramutata in un cumulo di ciarpame eucaristico dall'odore fasullo d'incenso; la spiegazione del senso della morte data a un figlio, le cui domande ("Ma tutti i bambini nascono e dopo che sono nati diventano grandi e dopo muoiono?") costringono a interrogarsi come mai fatto prima; la richiesta esplicita di una Chiesa disinteressata alle voglie e ai gusti sessuali di uomini e donne, non punibili per il loro desiderio di piacere; il sentimento di rispetto e di sincero intimismo contemplativo per la religione dei piccoli gesti, dei luoghi periferici, delle chiesette minuscole, spoglie, ombratili. Brani che vengono detti a mezzopalco, a luci calde, spesso a voce nuda e che rimbombano nel pieno vuoto dell’Olimpico di Vicenza: esso stesso museale chiesa del teatro, scenografia suggestiva dall’eleganza purissima, bianca, laicamente ecclesiastica.
Giungono – agli spettatori – questi frammenti che descrivono una religiosità dubbia, a tratti disgustata, infastidita, quasi impossibile ma che del tutto impossibile non è ancora; giungono queste urgenze vocali che raccontano di una repulsione per l’evidenza spettacolare data al personalismo cristiano (Dio, Gesù, Papa Francesco, i Magi e la Madonna, la Maddalena, i Martiri, San Pio, San Giovanni Paolo II: tutti tramutati in santini, quadretti, medaglie, statuine e monete, francobolli, decorazioni di piatti o bicchieri; tutti resi meta apparente di un viaggio commerciale; tutti campeggianti nelle edicole, come prossima uscita settimanale); giungono queste arrabbiature dolenti, questi pensieri confusi, questi sinceri desideri di raccoglimento e di pace da due figure che – pasolinianamente – non possono non dirsi cattoliche (“Le sue frasi mi hanno accompagnato, cresciuto, plasmato”) per quanto possano o vogliano o preferiscano pensarsi atee.
Giungono al pubblico queste frasi dette a piena voce, col tono di chi parla a qualcuno che è troppo distante, e raccontano di una crisi mistica contemporanea, vissuta tra onnipresenza del marchio, dissapore per l’ottusità antimoderna dei divieti e attrazione spirituale per un’idea di religiosità raccolta ma non penitente, silenziosa ma non punitiva, accogliente ma non oppressiva.
Jesus è ovunque (“Jesus è il nome del fidanzato di Madonna, Jesus è un paio di jeans, Jesus è una miniserie televisiva, Jesus gioca nell’Inter”) e in nome di Jesus si declina il peccato (“Quante volte la mano è scesa al pube, quante volte si è infilata dove non doveva, quante volte ho consumato fuori dal matrimonio, prima del matrimonio, nonostante il matrimonio”) ma – Jesus e il suo nome – sono anche la ragione d’interrogativi che tormentano, giacché non sono previste risposte e – Jesus e il suo nome – sono motivo dell’Arte, tema di creazione, fondamento e prima pietra di lisci edifici semplicissimi nei quali è ancora possibile il pellegrinaggio verso i propri pensieri più segreti.
Contraddittorietà drammaturgica per descrivere una contraddittorietà sociale e individuale, dunque, per cui possiamo non credere pur essendo attratti dalla fede o possiamo avere fede pur essendo stanchi di credere.


(la forma)
Se affascina in partenza, Jesus tuttavia delude nel suo darsi sul palco. Ragionando teatralmente – e dunque lasciando affievolire l’attrazione tematica, che vive quasi di per sé – lo spettacolo si rivela fragile nella scrittura versificata, che è incapace di rendere la complessità argomentativa necessaria e, soprattutto, si mostra ripetitivo nella sua forma estetica; Jesus, infatti, è un campionario del consueto di cui vive troppo teatro d’ultima generazione: l’uso del microfono, il nudo in penombra, gli spasmi fisici, i fari a illuminare la platea, le lettere a comporre il nome del titolo rimandano al teatro già visto in questi anni e testimoniano quanto – al cospetto del nuovo che si vuole proporre – questo nuovo presunto appaia fin troppo maturo, diremmo ormai quasi vecchio o stantio.
Così le poesie agnostiche di Babilonia Teatri, che cercano d’essere veri e propri lacerti di riflessioni umanissime sul Creato e sulla nostra confusa appartenenza al Creato, diventano stilizzata consuetudine d’avanguardia, sclerotizzata oramai nelle sue scelte: il palco pulito, la voce fuori scena a descrivere l’immagine che non potremo vedere (causa struttura dell'Olimpico), l’uso dimenato dei muscoli e l’unione corporea senza vestiti, l’Ave Maria cantata come in un talent rappresentano facili soluzioni estetiche, scelte approssimative o volutamente abbozzate quanto le magliette da basket con tanto di scritta simbolica (“Cometa 33”, che rimanda alla nascita e alla morte di Gesù) o la ridefinita declamazione del Credo; né aggiunge senso ulteriore la presenza iniziale di Ettore, figlio della coppia in scena, a formare un nucleo originario e di partenza che diviene allusione o rimando alla sacra famiglia ma che serve anche a definire – implicitamente – il contesto privato in cui Jesus è nato come esigenza d’argomento, come proposta teatrale: “Mancano pochi giorni a Natale, abbiamo fatto il presepe, Gesù deve ancora arrivare, non è ancora nato, Madonna e san Giuseppe sono ancora soli, Ettore, tre anni, il mio figlio più grande, custodisce il bambinello, freme dalla voglia di sistemarlo al suo posto”.
Abituati a proporre trasfigurazioni sceniche senza eccesso di abbellimenti, con l’uso della carne in luogo dell'abuso della maschera, Babilonia Teatri gioca nel prologo dichiarando le proprie difficoltà compositive, anticipando di fatto il proprio fallimento: la grandiosità del tema; l'invadenza di amici e conoscenti che sentono di possedere il consiglio giusto, l’indicazione che occorre per lo sviluppo dell'opera; la nebulosità delle direttrici estetiche da assumere diventano la premessa di una proposta che accumula materialismo povero e polemica semplice, smascheramento del teatro (“Lo spettacolo sta per finire”) e suggestioni sonore, desiderio di produrre micro-shock momentanei e incapacità di definire una linearità compositiva e poetica. Si procede di frammento in frammento – sgranato rosario che alterna alto e basso, speranza e disillusione, ricerca e rifiuto – giungendo alla fine senza aver ottenuto un’immagine o un verso che rimanga vivo, davvero, oltre la fine dello spettacolo.
Passa Jesus, lasciando la sensazione di un lavoro acerbo, ancora da sviluppare, da approfondire, cui dare la sostanza che manca.
Dagli spalti sono applausi e un paio di chiamate oltre le canoniche tre. Affetto probabilmente sincero, incedere popolare al ringraziamento, soddisfazione da platea e amore per questa infrazione sempre più consueta dell’ex teatro Off in un grande Stabile, un tempo luogo inaccessibile.
Gesto generoso, forse fin troppo, per una proposta che pare uno studio diluito per aggiunte più che uno spettacolo vero, compatto, che possa dirsi riuscito.  

 

 

 

Jesus
di Veleria Raimondi, Enrico Castellani, Vincenzo Todesco
parole di Enrico Castellani
con Enrico Castellani, Valeria Raimondi, Ettore Castellani
scene Babilonia Teatri
luci e audio Babilonia Teatri, Luca Scotton
costumi Babilonia Teatri, Franca Piccoli
produzione Babilonia Teatri
in coproduzione con La Nef/Fabrique des Cultures Actuelles Saint-Dié-des-Vosges, MESS International Theater Festival di Sarajevo
in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione
con il sostegno di Fuori Luogo
foto di scena Marco Caselli Nirman
lingua italiano
durata 50'
Vicenza, Teatro Olimpico, 25 ottobre 2014
in scena 24 e 25 ottobre 2014


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