“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Domenica, 19 Ottobre 2014 00:00

Macelleria Napoli

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Una nebbiolina evanescente si incunea tra gli spazi del Teatro Elicantropo ed invade la scena occupata dagli attori del primo quadro, “Bell’è Babbele”, di Signurì Signurì di Enzo Moscato, liberamente tratto dal romanzo La pelle di Curzio Malaparte.

Questo testo apre la diciannovesima stagione del teatro Elicantropo dedicata al drammaturgo napoletano: un testo difficile e complesso come tutti i testi di Moscato che si animano di profonda poesia, quando sono interpretate dall’autore. Questa messa in scena dimostra come il suo teatro sia vivissimo ed altrettanto poetico anche quando viene messo in scena da altri e con altri.
Dunque, si diceva, la nebbia, una nebbia che sfuma i contorni e soffoca come la polvere delle macerie provocate dalle bombe, i gas di una guerra che ha devastato le anime molto più dei corpi e delle case, che ha ridotto gli uomini e le donne e i bambini in carne da macello. Gli attori di questo primo quadro sono a piedi scalzi, a torso nudo, le donne hanno lunghi camicioni, insieme intonano un canto polifonico che racconta una storia fatta di strofe e guerra. Una “Babbele”. Dal 1943 al 1945 Napoli fu occupata dall’esercito alleato che in scena è un marinaio e due turisti americani. Il quadro “Sciuscià” moltiplica la figura del lustrascarpe che si prende gioco del marinaio americano, mostrando fin da subito la lettura del regista Carlo Cerciello. È una lettura corale, una polifonia di voci che gridano un dolore atavico di fame e di miseria reso parossistico dalla guerra. Una tragedia greca per i vicoli della Napoli che fu greca ed ora è solo tragedia.
La rappresentazione scenica dei quadri successivi (“La vergine di Napoli”, “Il mercato”, “Il bordello”, “I mendicanti”, “Il cafè chantant”, “La figliata”, “Il ballo di sfessania”, “La sirena”, “Le nane”, “La cena, “Tammurriata nera”) risulta rapida e incisiva grazie ad una coordinazione pressoché perfetta di gesti e di movimenti che descrivono e raccontano. Pochi oggetti sulla scena che si spostano e si muovono dal fondo della sala alla scena e viceversa, pannelli che si aprono e si chiudono come sipari, luci calde e fredde che si alternano, musiche dalle note riconoscibili eppure nuove, ventiquattro attori in uno spazio angusto che lo dilatano riportandolo ad un tempo senza tempo. Davanti al pubblico è reale quella ragazzina costretta a prostituirsi che racconta la sua storia vestita con un camicione largo, i capelli davanti al volto chino, che ripete in una litania funebre i suoi ottanta, cento clienti al giorno per guadagnare un soldo solo, chiusa in una sofferenza mortifera riscaldata solo dalla solidarietà di una donna delle pulizie, sciagurata anch’essa.
Tra i vari quadri si aggira la coppia di turisti americani, con la macchina fotografica, il loro candore e nello stesso tempo il loro distacco da ciò che vedono, quasi come se quello che stesse accadendo davanti ai loro occhi non fosse vero. “Hann vinciut lloro, vengono a fottere e a sfottere” dice un personaggio. I vinti si sbranano tra loro, straccioni, vittime perfino della monaca spietata che gli elemosina il cibo calato in un pentolone. Una monaca tratteggiata nei colori boccacceschi e crudeli.
Gli stereotipi su Napoli che gli americani cercano in quell’inferno, cercano di resistere a questa disfatta, ma anche loro portano i segni di una realtà in frantumi, infatti la ballerina del Cafè Chantant canta la sua Ninì Tirabusciò con un braccio legato al collo, il cantante che si esibisce con lei in un’altra canzone ha l’occhio bendato mentre in scena compare Pulcinella, ma su una sedia a rotelle. Con l’abito di ordinanza, ma con un calzino nero su un piede ed una vezzosa scarpina sull’altra. La sua maschera nera dal naso aquilino è divisa a metà, l’altra parte è bistrata di bianco. Pulcinella e Zeza, l’altra metà, il suo alter ego, che è interpretato da una giovane attrice, Francesca Morgante, che con questa performance fa emozionare. Questo Pulcinella è Napoli, non definibile in un’unità, ma sempre esprimibile almeno in una dualità dove sacro e profano si mescolano, come bontà e cattiveria, guerra e pace. Il pastiche linguistico dei testi di Moscato qui si realizza così in un “pastiche” scenografico dove tutto il popolo, tutta la città vive la propria tragedia senza avere sconti o redenzioni. Violenza, amplessi, gesti volgari sono mimati con una leggerezza che, per contrasto, risulta crudele, affilata. Una Napoli che per uscire dalla guerra deve fare a pezzi la tradizione, gli stereotipi e l’olografia pizza-mandolino (diventato minuscolo nelle mani di due personaggi con il vestito gessato) e che, invece, gli occupanti americani, stanno cercando e continueranno a cercare. Una Napoli che è rappresentata nell’ultima scena da un vecchio che interroga Pulcinella ripetendo: “Signurì, signurì”, che esclama: “Ha da passa’ ‘a nuttata”,  che viene ucciso da un colpo di pistola alla testa da un giovane cameriere che vuole provare a cambiare tutto, “se nulla è misura di nulla”.
Questo testo, rappresentato per la prima volta alla Biennale di Venezia, fu allora come oggi interpretato da attori giovanissimi, tenendo fede al testo che vuole urlare la necessità di un cambio generazionale. Gli attori in scena all’Elicantropo sono gli allievi del Laboratorio Teatrale Permanente diretto da Carlo Cerciello che ha realizzato, con questi ragazzi, un’opera artistica dal significato michelangiolesco: ha liberato questi giovani da quella materia inutile che imprigionava i loro talenti e ha fatto emergere, pura, la loro passione per il teatro emozionando il pubblico in sala. Una bravura ed una energia vitale che non si trova in attori giovani “collaudati” (o forse sarebbe meglio dire "sponsorizzati"), che godono delle luci della ribalta in teatri dai nomi altisonanti. Ma sono questi ventiquattro giovani il nuovo teatro del futuro.

 

 

 

 

 

Signurì, signurì
di
Enzo Moscato 
liberamente tratto da La pelle
di Curzio Malaparte
adattamento e regia Carlo Cerciello
con Viviana D’Agnello, Giuliana Ciucci, Serena Mazzei, Claudia Gilardi, Ida De Rosa, Sara Balestrieri, Gaetano Franzese, Luciano Dell’Aglio, Fabio Faliero, Paolo Aguzzi, Claudio Fidia, Filippo Stasi, Vincenzo Liguori, Giuliana Orlacchio, Giovanni Meola, Pasquale Saggiomo, Lucia Lombardi,  Sefora Russo, Claudia Gilardi, Francesca Morgante, Eleonora Ricciardi, Federica Pirone, Donatella Di Ruocco, Lisa Abbategiovanni
scene degli allievi del III anno di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Napoli coordinati da Marco Perrella 
musiche Paolo Coletta
movimenti coreografici Cinzia Cordella
aiuto regia Aniello Mallardo
assistente alla regia Jack Hakim
foto di scena Andrea Falasconi 
durata 1h’
lingua napoletano, inglese, italiano
Napoli, Teatro Elicantropo, 16 ottobre 2014
in scena dal 10 ottobre al 30 novembre 2014 

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