"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Martedì, 14 Ottobre 2014 00:00

Te piace L'elisir d'amore?

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"Te piace 'o presepe?". La domanda tormentone di Luca Cupiello mi perseguita da iersera, dopo la visione di questo Elisir d'amore qui a Napoli, al Teatro di San Carlo, che la collaudata regia (è del 2003) di Riccardo Canessa trapianta in un presepe napoletano classico, col suo fondale di tela dipinta con la luna rossa, l'osteria attaccata alla roccia di sughero, l'arco romano in rovina e tutto il corredo napoletan-popolare che addicesi alla bisogna, insieme rabberciato di luoghi comuni e personaggi pittoreschi e stereotipi vari. Così, forte mi prende la voglia di risponder di no, come quello sciagurato di Nennillo, e per le sue stesse ottime ragioni: "Nun me piace 'o presepe!", perlomeno non questo presepe, che in pieno tradisce l'essenza stessa dell'opera.

Perché l'Elisir d'amore è un capolavoro proprio in quanto esatto contrario della finzione e del posticcio, proprio in quanto testimonia – e ce lo mostra sul serio, all'interno del meccanismo teatrale, nel suo farsi, nel progressivo prendere coscienza dei personaggi di ciò che avviene in sé – l'evoluzione che stava avvenendo negli anni in cui vide la luce, il passaggio dall'opache trine del Settecento al tumulto dell'ancor giovane e vigoroso romanticismo, tanto che alcuni parlano di tratti manzoniani – del "vero" manzoniano romantico – nell'Elisir d'amore. E se – certo – "il paese dei baschi" che Romani trasla da Scribe non è il vero luogo della narrazione, lo è per certo la robusta campagna lombarda – bergamasca, per la precisione, tanto che alcuni hanno identificato in alcuni parti del coro un accento e una cadenza di quelle parti – che tanto bene conosceva Donizetti per esservi nato, non lontano – guarda caso – dai luoghi dove l'Alessandro nazionale andava ambientando il suo storico romanzo.
Come si può, dunque, innestare questa narrazione musicale donizettiana dai tratti così fortemente innovativi e romanticamente realistici nell'universo posticcio e finto d'un presepe di sughero e cartapesta? So bene di come questo allestimento abbia ricevuto consensi e plausi quasi unanimi fin dal suo apparire dieci anni fa. Ne sono consapevole ma non posso tuttavia nascondere la forte delusione e l'intensa sensazione di un consumato tradimento dell'idea dell'autore, che vede l'opera sua trasformata in favoletta bella dallo scontato vissero felici e contenti. No, l'Elisir d'amore non è affatto una favola, i suoi personaggi non sono figurine da presepe a due dimensioni. Chi scrive ama le regie originali e piene d'inventiva; non ama affatto la tradizione, che spesso è solo un guscio vuoto d'idee; crede che un regista non solo possa ma sia invece in obbligo di trovare nuove soluzioni e nuove modalità creative. Purché, tuttavia, questo abbia un senso e soprattutto non tradisca lo spirito dell'opera. Altrimenti diventa giochino intellettuale fine a se stesso, spettacolo caruccio e ruffianello, fatua e artificiosa strizzatura d'occhio al pubblico e alle sue debolezze.
Musicalmente parlando, le cose non migliorano granché. L'orchestra dell'Elisir d'amore è quasi un personaggio a sé, che assume le funzioni del coro greco: voce dell'autore, che commenta sottolinea accompagna con affetto venato d'ironia, le vicende che sul palcoscenico van dipanandosi. Soprattutto sa cogliere la maturazione dei personaggi e lo spirito di giovane novità ch'è nell'aria. Ecco, la direzione musicale di Giuseppe Finzi non mi ha fatto cogliere tutto questo: ho ascoltato dei suoni, certo, la musica era quella, quelle le note e i tempi, ma non c'era il sorriso sornione di Donizetti, in quelle note. Almeno io non l'ho visto. E il coro, dov'era il gran Coro del San Carlo che nel recente passato c'aveva fatto sognare e fremere? Era un po' distrattino il suo Maestro – già in spirito, lui sì, proprio in un paese dei baschi – tanto da non cogliere l'algido e distaccato effetto – al di là delle moine di ballerini e spiritelli – che spesso si produceva sull'attonito spettatore in platea, soprattutto nella concertazione con le voci soliste e con l'orchestra?
Nicola Alaimo rende un Dulcamara straripante al punto giusto senza molto eccedere (tranne alcune strizzatine d'occhio – tu quoque – al napoletano pubblico): buona la tecnica e grande ricchezza di stile. Il Belcore di Mario Cassi è musicalmente caratterizzato da toni gravi che risultano di problematica percezione, insieme però a un registro acuto di grand'effetto; scenicamente il suo Belcore – soldato non si capisce perché travestito da pazzariello! – non si distacca molto dalla tradizione: del resto è forse il personaggio meno toccato dalla grande rivoluzione di quest'opera, e che quindi rimane tutto sommato uguale a se stesso, dall'inizio alla fine, miles gloriosus vanaglorioso e prepotente.
I due personaggi principali, Adina e Nemorino, sono stati interpretati ieri sera da due giovani cantanti: Grazia Doronzio e Leonardo Cortellazzi. Fa sempre piacere ascoltare dei giovani: nel caso nostro la cantante lucana riesce a rendere con la freschezza della sua voce un personaggio che non ha pagine di insuperabile difficoltà, ma che condivide con il protagonista maschile il grande carattere di metamorfosi musicale e drammatica che avviene in corso d'opera. In quanto al Nemorino del tenore mantovano, colpisce la perfetta dizione, chiara e forte, che ci consente di apprezzare un personaggio lontano da svenevolezze e isterismi, pur se semplice e traparente. La sua furtiva lacrima va a segno grazie alla mezzavoce che consente di ottenere un effetto bello e accorato. Il pubblico alla fine applaude convinto. Io meno, come si è visto, ma non posso concludere senza far notare ai pochi miei lettori di come il gran teatro fosse pieno in ogni ordine di posti: nulla capisco di management teatrale, naturalmente, ma come non pensare che un prezzo inferiore alla metà di quello normalmente praticato nell'ordinaria Stagione sia uno dei motivi per cui possa riempirsi un teatro? Ruminando questi pensieri esco nella chiara e tiepida notte napoletana.

 

 

 

San Carlo Opera Festival
L'Elisir d'amore
di
Gaetano Donizetti
libretto Felice Romani
direttore Giuseppe Finzi
regia Riccardo Canessa
con Grazia Doronzio, Leonardo Cortellazzi, Mario Cassi, Nicola Alaimo, Marilena Laurenza
e con Orchestra, Coro del Teatro di San Carlo di Napoli
maestro del Coro Salvatore Caputo
costumi Artemio Cabassi
lingua italiano con sovratitoli in italiano
durata 2h 30'
Napoli, Teatro di San Carlo, 11 ottobre 2014
in scena da 5 al 12 ottobre 2014

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