"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Sabato, 11 Ottobre 2014 00:00

Antropologia applicata alla Mamma

Scritto da 

Per la rassegna Il Teatro cerca Casa, il salone di casa Santanelli si trasforma in palco e platea. Sul primo un telo celeste funge da scenografia, creando quasi una dimensione atemporale in cui si svolgono le storie di Mamma. Piccole tragedie minimali di Annibale Ruccello, interpretato da Rino Di Martino. In realtà una dimensione storica è ben delineata e circoscritta perché, queste donne-madri, incarnano parecchie declinazioni di tale status: a partire dalla favola di sapore seicentesco di Giovan Battista Basile, fino alla mamma moderna,“di plastica”, dei primi anni ’80.

Rino Di Martino per raccontare queste quattro storie brevi, minimali, intervallate da favole di sapore antico, indossa larghi camicioni che sembrano sai monacali, cambiandosi in scena o dietro le pareti della sala.
La favola iniziale di Catarinella ricorda Cenerentola, ma risulta più cruda forse perché quel napoletano arcaico è così tagliente nel descrivere un mondo dove l’amore pare non esserci. Catarinella è una fanciulla manovrata dal cinismo e dai calcoli di una aspirante matrigna che, dopo una serie di disavventure, trova il suo principe. Il quadro successivo presenta Di Martino con un camice celestino e mutandoni di lana. È la “mamma” per antonomasia: è la Madonna, ma in verità è una povera pazza rinchiusa in un convento-manicomio che crede di essere la madre “di” Salvatore.
La capacità affabulatoria dell’attore rende esilarante questo personaggio che passa da un registro volgare infarcito di parolacce ad un altro connotato da una realistica follia in cui la donna crede di parlare con Marlon Brando e, accanto a santi e madonne, colloca i divi del cinema degli anni’50/’60. Forse questa donna è solo stanca, perché alla fine abbandona la Madonna al suo destino e diventa Orietta Berti, uscendo di scena facendo bolle di sapone.
Da questi primi quadri è subito evidente la bravura di Rino Di Martino nel trasformare questo testo, difficile per lingua e contenuti, in un miracolo di leggerezza ed ironia anche quando la storia di un’altra madre vira al tragico. È il momento in cui una madre popolana, afflitta da un grande dolore di denti (“Al trigesimo”!), litiga con la figlia adolescente, “spuntuta”, che ascolta i neomelodici a tutto volume. È una mamma afflitta da un matrimonio triste come tutti matrimoni, soprattutto quelli popolari, contratti più per tradizione e per desiderio di uno status sociale riconoscibile che per amore. La figlia confessa alla madre di essere incinta di un ragazzo messo peggio di loro, figlio di idraulico e nipote del “cartonaro”, antesignano della nobile arte partenopea del riciclo ante-litteram. Questa mamma spietata, cinica, incattivita da una vita misera, pensa alla sola soluzione dell’aborto ad opera di una mammana. La figlia, così lontana dalla madre, si getterà dal balcone.
Prima della storia successiva, Di Martino riprende il tono favolistico con la fiaba dei “Piriti” che ricorda il classico Ratto di Proserpina, esilarante racconto sulla scaltrezza e l’opportunismo femminile.
L’ultima storia mostra l’involuzione della mamma napoletana avvenuta nei primi anni ’80, ma che è di tutta la società, specie quella popolare che ha perso la sua identità, la sua storia, massificata da quella televisione che in quegli anni iniziò ad essere commerciale, nazional-popolare. Una casalinga con una sgargiante camicia gialla evade dal suo squallido quotidiano con l’unico mezzo a disposizione oltre la televisione, il telefono. Giallo anch’esso. La canzone di Al Bano e Romina Power, Ci sarà, che apre la scena, sembra foriera di un mondo ricco di benessere per tutti: invece quelli sono gli anni in cui quei mezzi hanno anestetizzato le coscienze. Quella di classe in primis. Maria, parlando con l’amica di varie banalità, crede di essere moderna per aver dato ai numerosi figli i nomi delle telenovelas brasiliane o della buona borghesia, come Gianluca o Pierpaolo. Quando Maria cita un detto antico di cui confessa non saperne il significato, siamo giunti alla perdita di senso, che non verrà mai più recuperato. Il terremoto del 1980 che chiude la pièce è la frattura traumatica che ha segnato per sempre le classi popolari che da quel lontano novembre in poi perderanno la loro storia.
Queste Marie di Ruccello sono sottili, ironiche, spudorate, ma questa comicità nasconde un profondo dramma esistenziale, non per nulla il titolo evoca il termine “tragedie”.
L’interpretazione di Rino Di Martino segue l’evoluzione del testo di Ruccello, passando dal tono favolistico a quello brutale e moderno, senza mai perdere sicurezza grazie ad una indubbia bravura, considerando anche l’arduo contesto del salotto privato perché esso priva l’attore della sua dimensione abituale, cioè il silenzio, l’ampio spazio scenico ed i movimenti in esso calibrati. Inoltre è difficile il napoletano di Ruccello che, pur essendo ricco di termini volgari, non è mai tale, ma risulta ricercato, colto, addirittura aulico nella sua capacità espressiva e, tutto ciò, trova perfetta realizzazione nella recitazione di Di Martino che, nel momento del dopo spettacolo, racconta di portare in scena questo testo da dieci anni, da quando lo ha scelto per la rassegna Incontri al Teatro Bellini. Da allora anche la regia di Antonella Morea è rimasta intatta, asciutta, precisa ed essenziale.

 

 

 


Il Teatro cerca Casa

Mamma. Piccole tragedie minimali
di
Annibale Ruccello
regia Antonella Morea
con Rino Di Martino
lingua napoletano
immagini Ileana Bonadies
durata 1h
Napoli, Interno privato, 6 ottobre 2014
in scena 6 ottobre 2014 (data unica)

Lascia un commento

Sostieni


Facebook