“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Martedì, 07 Ottobre 2014 00:00

De Filippo tra (in)esistenze e sogni transustanziati

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Con Dolore sotto chiave si aprono le porte di una dimensione nebulosa, quanto effimera nella sua dicotomica carnalità: quella che vuole farsi solo spirito, esalare suffumigi alla coscienza che chiede di sapere, dannandola, e quella che vuole ancorarsi alla materia, chiede di dimenticare per salvarsi e continuare ad esistere, ancora, nonostante le “crepe nel muro” che la spaventosa Verità lascia nelle stanze labirintiche che ingabbiano l’umano sentire. È con questa metafora che Francesco Saponaro, regista della pièce, introduce l’opera per bocca dell’attore Giampiero Schiano che, nelle vesti di un becchino, attraverso il poema in vernacolo scritto da Raffaele Galiero, prepara lo spettatore alla geniale scenografia di Lino Fiorito.

In un’atmosfera che rievoca ’A livella di Totò e le “pagliacciate dei vivi”, tutti vengono informati che “la vita è un’illusione, una facciata, una mano di stucco stesa sul muro” e che la morte, come ’a livella, “fa cadere l’intonaco, solo per chi muore; per i vivi, invece, la morte incute timore, passa la seconda mano di vernice e genera sofferenze”.
Rocco e Lucia Capasso, fratelli, incarnano i due atteggiamenti che l’essere umano si costringe ad avere dinanzi a ciò che velano gli intonaci della credulità, dell’autoinganno, delle illusioni. Elena, moglie di Rocco, defunta ormai da tempo, rimane in vita per il marito, all’ignaro della sua dipartita, e per la cognata Lucia, che ne fa quasi un feticcio, un fetus (fētŭs, termine scelto per la sua ambiguità, e nel senso di “prole” e in quello figurato di “prodotto della mente o dell’immaginazione”), da accrescere ogni giorno con menzogne e veti orditi contro/per il fratello. Rocco vive nella menzogna da tempo e, a sua volta, crea un sostrato fittizio attraverso cui rinnegare una “verità” troppo scomoda e difficile, mentendo a sua sorella e alla società. Se da una parte, dunque, l’individuo protagonista della vicenda è “gabbato” da una società che sa e che lo tiene all’oscuro della verità, parimenti il protagonista tiene la società in cui è immerso all'oscuro delle sue verità interiori. Quello che viene a mancare, nell’uno e nell’altro caso, è la libertà di essere autentici. Il termine “autentico”, riteniamo importante precisare, affonda le sue radici nel greco antico e significa letteralmente “colui che è padrone di sé e dei suoi atti”, grazia di cui difettano invece Rocco e Lucia. Una spietata analisi, questa, che viviseziona in ogni battuta della rappresentazione la futilità di certi atteggiamenti che gli uomini adoprano danneggiandosi vicendevolmente più per vigliaccheria che per desiderio di compiere il male. Siamo davanti, dunque, a delle coscienze che non scelgono, ma che cadono vittime della loro stessa ignavia.

Tony Laudadio e Luciano Saltarelli (che interpreta il personaggio femminile, come era costume nel teatro antico) riescono, con la loro ottima ed efficace interpretazione attoriale, a portare in scena lo spirito critico e disincantato con cui Eduardo De Filippo scrisse questo radiogramma. In un appartamento borghese degli anni Cinquanta, le cui pareti trasudano lo squallore dell’attesa, del limbo perenne che Lucia si è cucita addosso come un abito talare, Saltarelli si prepara ad officiare la sua messa senza crocifisso: inchiodato sulla croce ci sarà Laudadio, che dà anima e corpo ad un Rocco con nerbo saettante, battezzato con la vis dell’impetuosa emotività, cui si contrappone il placido logos della sorella morigerata come un’educanda. Lucia, tramite finzioni e sotterfugi, ha privato Rocco del legittimo dolore del compianto, del dolore del distacco, delle lacrime che non può più piangere perché è arrivato col detestare la donna cui era vincolato dal sacramento più che dall’amore. Questo sentimento di appartenenza, il legame tra due individui che hanno consacrato la loro unione all’altare, subisce la deformazione teratogena della menzogna e diviene esso stesso irreale: Rocco tradisce Elena con una donna di cui si innamora perdutamente e da cui aspetta segretamente un figlio.
Quasi  si sfiora  la drammaticità delle antiche tragedie greche (“Hai reso odioso il sangue persino alle vene mie stesse che se lo dovevano sentire scorrere dentro!”), quando questo Oedipus partenopeo scopre di avere in sé una volontà omicida e di aver in realtà, se Elena fosse stata ancora in vita, attentato alla di lei incolumità (“Ho provato il gusto della premeditazione del Gesto!”). Si accascia dunque, vinto dal rimorso, per chiedere il perdono di un dio che esiste solo quando l’uomo ne avverte il bisogno, il desiderio di conforto, noncurante di tradire le sue volontà quando nel quotidiano la vita scorre assieme alle sue banalità; giudice supremo, migliore amico e protettore dei propri mali interiori quando il peso della realtà esteriore schiaccerebbe anche la più coriacea delle volontà. È più facile chiedere perdono ad una voluntas boni esteriorizzata che a sé stessi, per questo Rocco e Lucia si lanciano in una gara di prosternazione in cui fanno della divinità il loro unico interprete, mediatore grottesco della loro incomunicabilità. Eduardo riesce, con la sua sapiente drammaturgia, a lasciare nel limbo decisionale persino il pubblico, che non sa più a chi dar torto e a chi ragione – non si può giudicare da probi qualcosa di troppo comune a tutti gli uomini come l’istinto alla menzogna e la protervia di sapere come sia preferibile agire in certe anguste circostanze.
Lucia, dal canto suo, animata da un amore soffocante, vuole che il fratello, che si dichiara perdutamente  innamorato di Elena, non si spari un colpo di rivoltella dopo aver saputo della sua dipartita, come aveva minacciato di fare egli stesso se ciò fosse avvenuto. Rocco, invece, quasi come per distruggere con sadismo il velo illusorio dietro cui Lucia si nasconde e pretende di proteggerlo, le rivela una verità pragmatica: “Secondo te veramente mi sarei dato un colpo di rivoltella? Dire una cosa e pensarne un’altra è una difesa. Che significa? Dicevo che l’amavo ancora, povera Elena! Al contrario, non ne potevo più di saperla viva, in continua lotta con la morte”.

“Tutto per i vivi è l’esserci o il non esserci di un corpo” – scrive Luigi Pirandello nel racconto Pensionati della memoria, testo cui si ispira Saponaro per questa rappresentazione. Se l’organicità della materia serve da giustificazione all’esistenza (e la sua disgregazione al suo contrario), Pirandello invece asserisce che “Voi piangete perché il morto, lui, non può più dare a voi una realtà. Il che vuole dire che vi è caduto con lui, per la vostra illusione, un sostegno, un conforto: la reciprocità dell’illusione”. Questa riflessione, condensata nel toglimento dell’intonaco cui fa riferimento il poema vernacolare succitato di Galiero, non può non ricondurre ad un testo di Calderòn de la Barca, La vida es sueño, di cui riportiamo la seguente:

“¿Qué es la vida? Un frenesí. / ¿Qué es la vida? Una ilusión, / una sombra, una ficción; / y el mayor bien es pequeño; / que toda la vida es sueño, / y los sueños, sueños son”.

"Cos’è la vita? Una frenesia. Cos’è la vita? Un’illusione, un’ombra, una finzione; e il bene più grande è in realtà piccolo e cioè che tutta la vita è sogno e che i sogni, sogni sono”.

Il senso del limbo, di cui abbiamo già parlato, tracima da ogni parola di Dolore sotto chiave, dalla scenografia di Fiorito che pone l’uomo come “in sala d’attesa”, un inconsapevole viaggiatore di un viaggio che non gli appartiene, dalla mescolanza di colpevole rettitudine e di innocente colpevolezza dei due protagonisti e, ancora, dalla sottile membrana che separa Teatro e Realtà, Pubblico e Attori, così sottile da farsi quasi carta velina quando Rocco getta a terra un piatto, rompendolo per davvero, mentre frammenti di porcellana – inaspettatamente – saettano dal palco come uno sparo improvviso che desti gli spettatori dal “sogno” del Teatro. Amiamo ricordare che la parola “sogno” in idioma tedesco si traduce con “traum” e chi scrive crede che, etimologicamente, per quanto chi scrive non sia un filologo, questa parola possa essere collegata all’omofona italiana “trauma”. Non a caso, “trauma” deriverebbe dal sanscrito ”taràmi”, che significa “passare al di là”. È attraverso i “risvegli” che i personaggi si fanno consapevoli di nuove verità prima loro celate, in quanto opache e lattiginose dal loro punto di vista “addormentato” e quindi “traumatico”. È attraverso i “risvegli” che il pubblico assorbe la lezione che il Teatro effonde, nel suo essere e non essere al contempo, pur essendo. Come la questione della rivoltella che viene posta da Rocco a Lucia, un gioco della fantasia, un assunto senza verità di fondo capace, infine, di condizionare due (in)esistenze.

Da una rivoltellata tragica inesistente ad una altrettanto illusoria, ma intrisa di comicità, Saponaro, assieme a Dolore sotto chiave, atto unico “dispari”, amaro e disincantato,  (rap)presenta Pericolosamente, atto unico “pari”, di taglio puramente umoristico.
In questo testo De Filippo dà vita ad una simpatica vicenda che vede protagonisti Arturo (Laudadio), sua moglie (sempre Saltarelli) e l’amico storico di lui Michele (Schiano). In questo secondo atto unico gli attori si dimostrano egualmente padroni della scena: non un secondo di vacuum, ottimo gioco di equilibri tra sguardi, pause, mimiche e parole. Molto competente Schiano nel vivere le tensioni di Michele, all’oscuro della subdola strategia di Arturo, evitando così di incappare nel facile errore (per altri) di rendere il suo personaggio puramente macchiettistico. Parimenti equilibrato Saltarelli, che riesce a convincere in entrambe le versioni femminili, e in quello dell’affettuosa e asfissiante sorella e in quella della moglie “bisbetica” e “domata”. L’attore sulla scena non interpreta una donna, ma diventa tale, nei modi, nelle minuzie e nelle movenze, senza essere caricaturale e senza forzare le cuciture del vestito casto di Lucia e della lasciva vestaglia di Dorotea.
La tensione scenica viene scandita ritmicamente dai colpi di pistola, caricata a salve, di Laudadio-Arturo, una minaccia basata su un pretesto egoistico, un atto intimidatorio dal valore nullo che riesce a fare da paciere e intermediario, come il dio della prima opera edoardiana rappresentata, di due in(e)sistenze.
Con questa rappresentazione, che ha fatto sold out al Teatro Civico 14 per tre serate di seguito, Teatri Uniti si è distinta per bravura, sapienza nelle scelte stilistiche semplici ed essenziali e per il rispetto con cui ha trattato ed esplorato l’opera di uno dei più grandi drammaturghi italiani del Novecento.
Ancora una volta il materiale eduardiano assume i connotati di una cornucopia universale da cui attingere attraverso più generazioni per indagare, denunziare e ridere, quando si può, della fatuità dell’essere umano e delle sue convinte illusioni.

"Giro attorno a Dio, all'antica torre,
giro da millenni;
e ancora non so se sono un falco, una tempesta
o un grande canto"
.

Rainer Maria Rilke

 

 

Dolore sotto chiave
di Eduardo De Filippo
regia Francesco Saponaro
con Tony Laudadio, Luciano Saltarelli, Giampiero Schiano
scene e costumi Lino Fiorito
luci Cesare Accetta
suono Daghi Rondanini
assistente alla regia Giovanni Merano
assistente ai costumi Francesca Apostolico
direzione tecnica Lello Becchimanzi
foto di scena Salvatore Pastore
produzione Teatri Uniti, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia
in collaborazione con Università della Calabria
lingua italiano e napoletano
durata 1h 10'
Caserta, Teatro Civico 14, 3 ottobre 2014
in scena dal 3 al 5 ottobre 2014

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