“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Martedì, 23 Settembre 2014 00:00

Andersen ai tempi che corrono

Scritto da 

Il primo tentativo per riscattarsi dalla miseria e da una condizione sociale che detestava, Andersen, lo fece col teatro. Per quel sogno si recò a Copenaghen e ce la mise tutta per farsi strada in un mondo, al cospetto del quale, si presentò in tutta la sua sua formale inadeguatezza: poverissimo, ignorante, vestiti logori e ridicoli, aspetto strambo da 'perticone di campagna', modi da contadino. Impegno e determinazione tuttavia non bastarono, e non servì nemmeno la lettera di 'raccomandazione' che non dimenticava mai di mostrare per farsi aprire quelle porte inaccessibili, perché, malgrado gli sforzi, le reazioni che riusciva suscitare erano di derisione e disprezzo.

È così che a tempo perso iniziò a scrivere delle storie, ma senza troppa convinzione, 'con la mano sinistra' come racconta Gianni Rodari, ossia con la mano dalla quale non si aspettava il pane tanto atteso del riscatto sociale. In un epilogo che sembra uscito da una delle sue stesse fiabe, accadde che furono proprio quelle storie scritte con la sinistra a procurargli non solo il pane di cui andava in cerca ma anche il tappeto rosso per essere portato in trionfo in tutti i teatri del mondo. Ed è in uno di questi teatri che Emanuela Ponzano, con lo spettacolo Andersen 2014 – Fiabe che non sono favole, ha reso il suo omaggio al grande narratore danese. Una rappresentazione che si pone l'obiettivo principale di rispondere ad una domanda precisa: "Cosa ci lasciano queste fiabe e perché non riusciamo a scordarle?".
Dato che il mondo sul quale ha camminato Hans Christian Andersen non esiste più, e le persone che lo abitano sono profondamente cambiate; qual è, allora, l'alchimia di queste fiabe sulla quale il tempo sembra non avere alcun potere? Certo non possono essere i tramontati valori borghesi e fortemente cristiani di cui pure sono portatrici, e nemmeno la loro idoneità a plasmare individui che rispecchino un ideale sociale di moralità, vista l'estrema mobilità nel tempo dei confini di questo concetto. Eppure, ancora oggi, in una moderna società di massa lontana anni luce dalla realtà ai tempi di Andersen, le sue fiabe, pur non potendo insegnare un gran che circa le nostre condizioni di vita, conservano integro il valore intramontabile di saper stimolare l'intelletto attraverso l'immaginazione, contribuendo così alla formazione di 'menti-aperte-in-tutte-le-direzioni'.
L'idea di fondo di questo spettacolo è di proporre una riscrittura sostanziale dei testi originali, ai quali, pur riconoscendo una vitalità non scalfita, è stata data una rimodernata che parte dai personaggi fino ad invadere la tutta storia, lasciando tuttavia intatto il messaggio finale.
Sull'assito fa il suo ingresso un uomo che potrebbe essere un intellettuale contemporaneo, lo stato d'animo è quello di chi sembra fuoriuscito da una delle fiabe più cupe della sua anima. Quest'uomo è Hans Christian Andersen, e non sembra passarsela benissimo, 'brividi di concretezza' gli suggeriscono di cambiare mestiere. Parla di un mondo cinico e troppo veloce per i suoi personaggi, e troppo veloce per lui, è un mondo troppo diverso da quello per cui scrisse le sue fiabe. Vorrebbe arrendersi e abbandonarsi al sonno, ma la sua ombra ha affrontato e vinto le leggi della fisica, ed ora sembra voler fare lo stesso con lui: lo precede, lo minaccia, assume forme e proiezioni innaturali, lo esaspera sfidandolo ad un inquietante confronto con se stesso. Da un'elegante cornice marmorea di un camino vittoriano si materializzano i personaggi delle sue fiabe, dai dettagli è possibile ancora riconoscerli, ma hanno assunto nuove sembianze e la storia che ci raccontano è passata attraverso una riscrittura volta ad annullare ogni distanza generazionale con lo spettatore. Così la piccola fiammiferaia è un piccolo corriere della droga che trasporta ovuli di morte nel suo ventre di bambina. Non vende fiammiferi, ma sogni e incubi da inalare o iniettare. Ariel viene dal mare, come tutte le sirene, che sono gli uomini e le donne gettati in acqua dagli 'stregoni' scafisti. Arrivano da luoghi lontani in cerca di terre più giuste; qualche sirena raggiunge la costa e viene mandata a Rosarno a raccogliere arance, qualche altra, invece, viene trattenuta per sempre dal mare. Il brutto anatroccolo è quello che si è mantenuto più fedele al suo originale, d'altra parte il razzismo non ha subito grosse evoluzioni nel tempo, sono cambiati gli strumenti per allontanare i personaggi sgraditi, ma il concetto resta sempre lo stesso: "Si nun fai così, a questi nun te li togli più dai cojoni". E così via, ad uno ad uno tutti i principali personaggi fiabeschi della nostra infanzia assumono forme lisergiche per raccontarci il nostro presente. Per alcuni di loro la metamorfosi è ben riuscita, nel senso che l'opera di modernizzazione non li ha privati del tutto di una certa poetica fiabesca; per quanto si tratti di fiabe che non sono più favole, ma storie di orrore quotidiano raccontate ad un pubblico inevitabilmente assuefatto, riescono comunque a toccare certe corde interne riproponendo interrogativi consueti con forme inconsuete.
Altri personaggi, invece, privati del tutto di ogni aura favolistica aderiscono in modo eccessivamente esplicito ai noti tristi personaggi dai quali siamo fin troppo perseguitati nel quotidiano. In questi casi è rischioso accostarsi troppo allo stereotipo che si vuole mettere in rilievo, potrebbe essere più utile l'operazione inversa, che in questo caso poi consisterebbe in un ritorno all'originale. Fare del 're nudo' l'ennesima esplicita parodia berlusconiana, significa davvero ridurre l'immaginazione ad una 'chiave spezzata'.
Il delitto in effetti era stato preannunciato sin dall'inizio, un eccesso di concretezza avrebbe fatto fuori ogni immaginazione; alla fine, infatti, l'ombra stanca di combattere si stacca dal pannello dov'era proiettata adagiandosi docilmente per terra come un rilievo sulla scena di un crimine. Anderson si sdraia sovrapponendosi a lei, coincidono perfettamente. È lui la vittima, ha perso ogni speranza, e per un artigiano della fiaba significa la fine: "Quando la tua ombra ti precede allora vuol dire che ciò che hai di più luminoso è alle tue spalle". Poi si rialza, ma i suoi personaggi lo conducono nel camino per dargli una fine all'altezza della sua fama, morirà per una seconda volta; ma per finta, perché 'tanto si sa che le storie non bruciano mai per davvero'.
Forse quello che è mancato a questo spettacolo, indubbiamente ben recitato e ricco di ottime intuizioni, è stata proprio la capacità di lasciare più spazio all'immaginazione. Un eccesso di concretezza quasi pignola lo ha appesantito, infierendo fino a rendere esplicito e ridondante un qualcosa che avrebbe potuto essere anche solo accennato senza alcun rischio di 'non far arrivare il messaggio al mittente'. È venuta meno la favola, intesa come opportunità offerta al lettore/spettatore di vedere l'invisibile; di partire da uno spunto per poi giungere ad uno sguardo nuovo che si soffermi su di una realtà nota ma vista da prospettive inaspettate. L'ideologia si è staccata dalla fantasia, affievolendo così la capacità di creare nuovi pensieri e consapevolezze, e non raccontandoci nulla di nuovo su cosa significhi essere umani coi tempi che corrono.

 

 

 

Stazioni d'Emergenza
Andersen 2014 – Fiabe che non sono favole
ideazione e regia Emanuela Ponzano
testi tratti dalle fiabe di Hans Christian Andersen
di Serena Grandicelli, Matteo Festa
con Graziano Piazza, Alberto Caramel, Ismaila Mbaye, Emanuela Ponzano, Yamila Suarez, Davis Tagliaferro
musiche Teho Teardo
disegno luci Cesare Lavezzoli
scene Paki Meduri
costruzione scene Claudio Petrucci
costumi Marco Calandra
assistente alla regia Veronica Renda
collaboratori Christian Mario Angeli, Francesca Beatrice Vista
marionetta Antonia D’Amore
tecnico luci/fonica Samuele Ravenna
foto di scena Sefora Delli Rocioli
produzione Associazione Culturale KAOS
in collaborazione con Teatro Metastasio Stabile di Toscana
con il patrocinio di Ambasciata di Danimarca
paese Italia
lingua italiano
durata 1h 50'
Napoli, Teatro Galleria Toledo, 20 settembre 2014
in scena 20 e 21 settembre 2014

Lascia un commento

Sostieni


Facebook