“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Martedì, 09 Settembre 2014 00:00

Musica, senza parole

Scritto da 

Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli
ho dedicato inutilmente cinque anni della
mia vita.

                                              (Luigi Tenco)



Luigi l'ingenuo, sensibile, che ha il foglio con su scritto una poesia di Prévert appesa alla parete. Luigi che abita una fumosa citta settentrionale ma che osserva, a occhi chiusi, sconosciuti panorami senza limite. Luigi che ama Jolanda di un amore spietato, malvagio, feroce. Luigi che progetta un vaggio in Kenya, da fare con Valeria. Luigi che ingoia ansiolitici e antidepressivi, Luigi che tracanna cognac in un sorso. Luigi che scrive, si entusiasma e si dispera. Luigi che ha talento e al quale viene riconosciuto talento. Luigi, a cui il talento non basta per essere felice. Luigi che più volte immagina di partire, di lasciare tutto, di dare un abbraccio alla madre e un saluto al mondo.

Luigi, che pensa al padre che ha perso. Luigi che si morde le unghia, che gioca d'azzardo, Luigi che ama guardare i passanti dalla finestra chiusa, col naso premuto sul vetro. Luigi che compra, con i soldi guadagnati, una piccola torretta a Recco, in Liguria, destinata alla famiglia. Luigi che, per guadagnare, scrive canzoni. Luigi che si sente costretto a scrivere canzoni che non vuole scrivere. Luigi che desidera dire al mondo la propria opinione sulla guerra, sulla morte che gli uomini impongono agli uomini, sulla retorica che genera lo spreco di sangue. Luigi, obbligato invece a cantare d'amore. Luigi che ha con sé la chitarra, le sigarette, il portafogli, la patente, il libretto degli assegni, l'orologio e una pistola. Luigi che partecipa al Festival di Sanremo. Luigi che, prima di apparire sul palco del Festival di Sanremo, mormora a se stesso "Questa è l'ultima canzone che canto". Luigi che, al Festival di Sanremo, si attende la vittoria. Luigi che viene escluso dal Festival di Sanremo. Luigi che, nella camera 219 dell'Hotel Savoy di Sanremo, si toglie la vita.
La lettera d'addio, poi un colpo. Nel mezzo, forse, qualche lacrima.
Luigi è Luigi Tenco e Ciao amore ciao – di e con Nino Racco – è uno spettacolo tributo, un'affezionata realizzazione di scena durante la quale si percepisce la devozione artistica e il com-patimento sincero nei confronti del cantate di Cassine. Potremmo scrivere di una voluta e reiterata occasione di ricordo, che ha ragioni simili a quelle che portano – non appena se ne presenti l'opportunità – chiunque di noi a fare memoria di chi abbiamo sentito o avuto vicino, di chi abbiamo considerato importante e prezioso, di chi abbiamo amato e perduto.
Nobile nelle intenzioni, l'opera alterna convincenti sezioni musicali a parti drammaturgiche di raccordo che si mostrano ingenue, flebili, quasi infantili nella loro composizione testuale. Per questo − di Ciao, amore ciao − si apprezza l'idea di non fare biografia completa ma di limitarsi al racconto delle complicate vicende che portano Tenco a Sanremo con una canzone mutata per quattro volte; si apprezza che, questa continua e forzata modifica del testo sanremese, diventi la parabola più evidente di un fallimento intimo, di una costrizione dolorosa, di un'umiliazione personale; si apprezza l'invenzione, non innovativa naturalmente, di alcune figure immaginarie (una madre e un bambino che parlano del cantante, a suicidio avvenuto; un amico-confidente-musicista-impresario che è vaga allusione a Giampiero Reverberi) perché il racconto monologante acquisti la vivacità di un dialogo detto a una voce sola mentre, invece, si rimane interdetti quando il dettato si riduce all'uso di espressioni retoriche e scontate ("Ma perché in questa maledetta città dei fiori non si può fare nulla di innovativo?") o di frasi dolcinatamente languide, banalmente emotive ("Mamma, pensi che sono sempre un ragazzino?"; "Devo andare per la mia strada") e addirittura si prova un certo fastidio, da spettatori, quando si asoltano incisi linguisticamente errati ("Questa volta era un tempo che non esistevano gli sms") o approssimativi e inappropriati ("Bibì, bibà, questo e quello").
Si aggiungano, a testimonianza di una superficialità realizzativa palese: il vecchiume degli effetti grafici e la convenzionalità quasi scolastica delle immagini di supporto che, proiettate sul telo bianco che fa da parete di fondo, accompagnano canzoni e parole con sguardi tra le foglie, disegni di strade bianche, chitarre, sagome femminili, campi di fiori e una volutamente sbiadita immagine dello stesso Tenco; l'indecisione strutturale della narrazione, per cui si passa confusamente dalla prima alla terza persona, dall'immedesimazione (recita abbozzata con frettoloso mestiere) al riporto pseudo-epico o esterno; i segni grafici di 'Play' e di 'Pausa' che appaiono nell'angolo in alto a sinistra, e che preannunciano l'uso delle proiezioni. Ne viene, quindi, una messinscena che ha buone intenzioni e una discreta consistenza canora ma che, offrendo scarsa cura dei particolari, appare a chi scrive visivamente imprecisa, artigianalmente superficiale e teatralmente incompleta.
Simile a una canzone dal ritornello ascoltabile ma dal testo insentibile, Ciao amore ciao di Nino Racco − solita riproposizione del solito concerto inteatrato − lascia dunque sbiadire l'emozionata suggestione provocabile dalla vicenda di Tenco, che è storia complicata e dolorosa, agra, sofferta, crudelmente poetica, sporcandola con fastidiosi difetti e con gravi insufficienze creative.
Terminato lo spettacolo, si resta indecisi: se tributare un applauso in memoria dello sconfitto di cui si è narrato o lasciare che le mani giacciano immobili, per la sconfitta di questa narrazione memoriale.
È così che, mentre il pubblico applaude, le nostre mani finiscono per restare ferme.

 

 

 

Re-Act. Festival delle Residenze
Ciao amore ciao
di e con
Nino Racco
allestimento scenico e videoproiezioni Antonella Iemma
produzione Piccolo Teatro Umano
lingua italiano, con accenni dialettali calabresi
durata 1h
Soverato (CZ), Teatro Comunale, 6 settembre 2014
in scena 6 dicembre 2014 (data unica)

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