“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Sabato, 30 Agosto 2014 00:00

Teatro senza teatro

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Teatro o no? Cos’è We Are Still Watching? Ma soprattutto ha poi così senso fomentare un rovello sulla definizione del ‘cosa’, o non è forse più interessante soffermarsi sul ‘come’? Nel dubbio, o meglio nell’incapacità di affibbiare una definizione inequivoca e perentoria a quel che abbiamo visto, proviamo a far riflessione sulle modalità della rappresentazione. Cercandone un senso, filtrato dal nostro sguardo e dalla nostra personale sensibilità di osservatori, proclivi a lasciarsi impressionare e stupire, talvolta in bene, talaltra in male.

Teatro senza attori e senza scena: non uno spazio destinato a riempirsi d’azione, ma solo uno script e degli spettatori, cui è affidato il compito, per certi versi spiazzante, di dar voce alla parola scritta, come se fosse stata scritta per loro, perché è a loro che spetta far sì che quello spettacolo esista. Due file di sedie su ciascun lato a formare un quadrato di spettatori, i cui sguardi convergono sullo spazio vuoto al centro; quel che accade, accade in platea, dove i copioni passano di mano in mano, cambiando lettore e intonazione; qualcuno ha la voce troppo bassa, qualcuno incespica in un congiuntivo, qualche altro farfuglia, qualche altro ancora sembra tagliato su misura per la battuta che legge. Insomma, lo spettacolo senza spettacolo prende forma nelle voci di coloro che allo spettacolo erano venuti per assistere, ignari della piega che avrebbe preso la situazione.
Quel che si legge è scritto con acume da parte di chi ben poteva prevedere le reazione dei lettori improvvisati, i quali in breve diventano partecipi, animati da un divertito stupore nel riconoscere, in quel che leggono, brandelli di situazioni, di sensazioni, di impressioni che essi stessi avrebbero potuto pensare di esprimere spontaneamente, o anche l’esatto contrario di ciò che avrebbero avuto in animo di dire o di rivelare ad un consesso di astanti. Ma soprattutto, quel che s’innesca è un meccanismo progressivo di partecipazione: attorno ad uno spazio (non) scenico, vuoto, si crea una comunità, un gruppo coagulato intorno ad un’idea ricevuta in prestito sotto forma di copione scritto, un’idea che è ad un tempo caso fortuito ed opportunità concreta: caso fortuito perché è del tutto casuale il meccanismo che stabilisce in quali mani (e in quali voci) passerà il copione per essere letto; opportunità concreta perché mette ciascuno nella condizione di essere fruitore attivo e non più mero spettatore passivo di una situazione performativa (vorremmo dire di uno spettacolo, ma temiamo che se lo facessimo incorreremmo in un difetto di pregnanza).
È chiaro che nulla o quasi cambierebbe (o sarebbe cambiato) se a quegli spettatori presenti in quel dato luogo ed in quel dato giorno se ne fossero sostituiti degli altri in un altro dove e in un altro quando: quel che accade – che poi è quel che viene letto, con note a margine che danno indicazioni extratestuali – accadrebbe comunque, perché è concepito per esistere e funzionare a prescindere da chi ne siano gli esecutori improvvisati. Ma quel che conta è proprio che, ad onta di chi ne sia occasionale interprete, We Are Still Watching mette in moto un ingranaggio di partecipazione, realizza un meccanismo di identificazione che, durando il tempo di una rappresentazione, instilla in chi vi prende parte una velleità partecipativa, che finisce per essere non teatro, ma sinallagmatica al teatro. We Are Still Watching potrebbe tranquillamente costituire una ricetta propedeutica al teatro, volendo, prima ancora che la scena sia scena, fare in modo che lo spettatore, di quella scena sia intimamente consapevole, che a quella scena sia preparato, formato, guardando per una volta non con gli occhi di chi fissa la ribalta da una platea, ma provando lo sguardo di chi dalla ribalta si rivolge ad una platea. C’è in questo – e viene significativamente riportato in una delle battute messe in bocca ai “lettori-attori per un giorno” – un riferimento al teatro greco: “Sembra una versione contemporanea della tragedia greca”, recita ad un tratto una battuta, una delle tante che vuol farsi interprete dello spaesamento dei lettori-attori; ed in effetti è un po’ come se l’intera ribalta fosse appannaggio di una sorta di coro greco, nel quale finisce per materializzarsi una partecipazione giustappunto “corale” del pubblico all’interazione, restituendo al teatro una funzione aggregante e sociale.
Il teatro vero e proprio non c’è, ma si lavora alla sua elaborazione ed alla formazione di chi ne è destinatario; We Are Still Watching è un esperimento che gioca – e gioca bene – col teatro, con chi lo fa, con chi lo vede. Gioca col teatro, anche senza teatro.

 

 

 

Festival Internazionale Castel dei Mondi
We Are Still Watching
concept Ivana Müller
in collaborazione con Andrea Bozic, David Weber-Krebs, Jonas Rutgeerts
light design e direzione tecnica Martin Kaffarnik
con il sostegno di Het Veem Theatre Amsterdam, Fonds Podiumkunsten Amsterdam, Fonds voor de Kunst, SNS Reaal Fonds
foto Erika Fucci
paese Olanda
lingua italiano
durata 1h
Andria (BAT), Auditorium Mater Gratiae, 26 agosto 2014
in scena 25 e 26agosto 2014

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