"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Giovedì, 28 Agosto 2014 00:00

C'è del marcio in quel di Andria

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C’è del marcio in quel di Andria. E per scoprirlo s’istruisce un processo. Imputato: Amleto. Nella sala consiliare del municipio andriese, si prende Shakespeare e lo si rende plot di un dramma giudiziario. La base di partenza è l’Amleto, su cui, in medias res, s’intenta un processo nei confronti del Principe di Danimarca per l’assassinio di Polonio. O meglio, l’imputato è un Amleto del nostro tempo, un Amleto di periferia, che sembra essere saltato fuori da quattro colonne in cronaca nera: zazzera incolta, espressione stralunata, eloquio pencolante. Una Ofelia chiamata a rendere testmonianza fra lacrime e singulti ed una Gertrude che scopriremo aver precedenti per lesioni completano il cast di derivazione diretta shakespeariana. Il resto è gentilmente offerto dal Foro di Trani.

La sala oblunga del consiglio municipale s’improvvisa così corte d’assise; s’improvvisa per modo di dire, visto che a svolgere i ruoli giuridicamente rilevanti sono per l'appunto professionisti della legge: c’è un vero presidente di corte e un vero cancelliere, un vero avvocato difensore ed un vero avvocato di parte civile, un vero pubblico ministero ed un vero perito psichiatrico. Solo i personaggi shakespeariani – Amleto, Ofelia, Gertrude – abbandonata la pagina scritta, vivono in corpi d’attori per una volta non sulle tavole del palco, ma sugli scranni di un tribunale, partecipando ad un’ibridazione tra realtà e fiction che fa molto Un giorno in pretura. Ad evidenziare i ruoli giuridici, le toghe di prammatica, ad identificare i ruoli attoriali, altrettante magliette gialle con su impresso un nome (Amleto, Ofelia, Gertrude) e la dicitura “attore”, a fugar preventivamente qualsivoglia dubbio.
Il processo che vede Amleto imputato si celebra secondo tutti i crismi procedurali del codice, con tanto di verbali, atti, perizie, arringhe e requisitorie. Hanno buon gioco gli uomini di legge a svolgere le mansioni che gli è proprio espletare nella vita di tutti i giorni, entrando facilmente nella “parte” loro assegnata e svolgendola con encomiabile abnegazione, soprattutto, ci permettiamo di sottolineare, l’avvocato difensore di Amleto, la cui tignosa difesa sarebbe stata meritoria di un verdetto di assoluzione per il suo assistito.
La realtà s’innerva sulla drammaturgia: in questa istruttoria postuma ma non troppo (dal momento che avviene quando ancora non si son compiuti i destini dei personaggi: Ofelia, Gertrude ed Amleto sono in un’aula di tribunale in cui non potrebbero essere, se la tragedia fosse portata a conclusione), c’è tanta giurisprudenza e fondamentalmente poco teatro, relegato ai ruoli dei tre attori che per esser riconosciuti come tali hanno avuto bisogno di esplicitarlo per iscritto sulle magliette. E però si tratta di un esperimento che tutto sommato non dispiace, sebbene sconti una lungaggine figlia delle tempistiche delle aule giudiziarie (d’altronde se i tempi della giustizia in Italia sono sesquipedali, un motivo dovrà pur esserci!), nonché una verbosità tipica del frasario giuridico, molto meno accattivante del pur variabilissimo e variabilmente declinabile linguaggio teatrale. In effetti, in estrema sintesi, l’evidenza fondamentale è quella che sussiste fra due registri, due linguaggi messi insieme in questa sincresi giuridico-teatrale: laddove il teatro evoca, allude, suggerisce, la giurisprudenza ha bisogno di spiegare, scandagliare, sviscerare. Please Continue (Hamlet) effettua questo tentativo di osmosi, compendiando realtà e fiction, dando luogo ad una ibridazione che somiglia ad un reality show – detto nell’accezione non necessariamente negativa che ormai s’accompagna al genere – riuscendo comunque nell’intento di suscitare nello spettatore medio un sentimento di partecipazione civile ad una vicenda giudiziaria, che parla dell’Amleto della porta accanto, che condivide con la madre e lo zio usurpatore non il castello di Elsinore, ma un modesto appartamento di provincia, un Amleto che si esprime come un uomo del nostro tempo, che del Principe di Danimarca ricalca solo quella parte di vicenda che lo vede assassino di Polonio e la cui presunta follia acquisisce certificazione paranoide mediante apposita perizia. È un Amleto le cui ragioni effettive e profonde vanno sfumando, smussate dai risvolti di una vicenda che se per sommi capi riprende le istanze dell'Amleto originale (desiderio di vendetta, odio verso l'usurpatore), sostanzialmente digrada verso un dramma di ordinario degrado e di abituale violenza, di quelli di cui si riempiono i telegiornali.
Alla fine, una giuria popolare composta da sei membri estratti a sorte emette il suo giudizio di colpevolezza; avremmo sperato in un verdetto di assoluzione che riscattasse finalmente la sorte di Amleto, ed anzi, se fosse toccato a noi di entrare in camera di consiglio per deliberare, ci sarebbe piaciuto provare a ribaltare la sentenza stessa, immaginando di essere come Henry Fonda ne La parola ai giurati (12 Angry Men). Ma stiamo entrando nella sfera della fantasticheria; forse perché ispirati dalla mescolanza di realtà e finzione.
Coraggio, Amleto! Tutto sommato non ti è andata poi così male… Due anni, per giunta già scontati come custodia cautelare. La prossima volta, però, magari prova a chiamare a testimoniare in tuo favore Rosencrantz e Guildenstern.
Ne abbiamo sentito la mancanza.

 

 

 

Festival Internazionale Castel dei Mondi
Please, Continue (Hamlet)
di Roger Bernat, Yan Duyvendak
regia Yan Duyvendak
con Benno Steinegger, Francesca Mazza, Francesca Cuttica, professionisti del Foro di Trani
produzione Dreams Come True, Genève
coproduzione Le Phénix scène nationale de Valenciennes, Huis a/d Werf, Utrecht, Théâtre du GRÜ, Genève
foto di scena Francesco Confalone, Angela Scamarcio
lingua italiano
durata 3h
Andria (BAT), Sala consiliare del Comune, 24 agosto 2014
in scena 24 agosto 2014 (data unica)

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