“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Mercoledì, 06 Agosto 2014 00:00

Una nuova Medea

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Un tunnel che sembra uscito dalla penna di un visionario Kurt Vonnegut determina, per gli ignari spettatori che si accingono ad assistere ad uno spettacolo di mezza estate, un poco illusorio e alquanto palpabile spostamento in una realtà e in un tempo dell’altro mondo. Un antico traforo di epoca romana di poco più di settecento metri ipogei collega il nostro tempo a quello in cui i grandi miti latini e greci venivano portati in scena nel loro luogo naturale, i maestosi teatri di pietra illuminati dalla luce della luna e delle stelle. Attraverso la Grotta di Seiano che congiunge la piana di Bagnoli con il vallone della Gaiola, passando per la baia di Trentaremi, si accede al magnifico complesso archeologico che racchiude parte delle antiche vestigia della villa del Pausilypon: in questo paesaggio che è tra i più belli del Golfo partenopeo, l’imponente teatro romano attende in una paziente e solenne atmosfera l’inizio di una nuova rappresentazione.

Mentre gli spettatori, seguendo un rituale immutato, prendono posto sui gradini di pietra, il regista ci avverte che quella a cui stiamo per assistere è una narrazione del mito di Medea che attinge da fonti diverse, nel tentativo di superare l’abominevole personaggio descritto da Euripide per scopi non troppo anacronistici: non potendo incolpare i Corinti dei crimini commessi, la convenienza politica gli suggerì di eleggerla a capro espiatorio. Apollonio Rodio, autore del poema Le Argonautiche, non è di questo avviso, e racconta la storia diversa di due amanti separati dall’inconciliabilità dei mondi ai quali appartengono. Proprio da lui deriva la rappresentazione di una nuova Medea.
Una scenografia naturale ospita la grande sacerdotessa, le poche nubi si aprono e una luna perfettamente tagliata a metà si manifesta accompagnandola; nei teatri chiusi non c’è scenografo che potrebbe restituire una tale suggestione.
Ha così inizio il lungo racconto di Medea, interpretata dalla bravissima Cinzia Maccagnano: a lei sola il compito di restituire gli eventi con la potenza della sua parola, mentre la danza di Giasone, sensuale e ieratica come quella di un derviscio, dà corpo e forma alla narrazione. Tre duttili figure danzanti seguono la coppia tramutandosi nella magica nave parlante dei formidabili Achei, gli Argonauti, materializzando le maledizioni della sacerdotessa e impersonando tutti gli ostacoli che separano Giasone dal Vello d'Oro.
Se Argo, la nave più veloce tra quelle che solcavano i mari, non avesse issato le sue vele, tutto questo non sarebbe accaduto, il sangue di Medea non avrebbe mai sprigionato un fatale calore glaciale alla vista di Giasone. Un attimo prima è Medea e subito dopo sprofonda avvolta in spire di serpente: “Vorrei che la nave non avesse superato le nere Simplegadi”, è la voce straziata di una donna ferita a morte dal suo amore tradito. La musica incalza e in un crescendo i corpi rilasciano gradualmente il dolore ancestrale di un’eterna condanna.
Ma un’Atena implacabile spinge gli stranieri verso di lei: “Ah straniero, se il mare ti avesse divorato prima che giungessi alla terra della Colchide”. Il guerriero danzante, splendente come Sirio, deve e vuole compiere la sua impresa, e a nulla servono le suppliche della maga affinché egli abbandoni il suo disegno avvolto in presagi di distruzione e morte. Senza i suoi riti arcaici il suo Giasone non avrebbe mai domato i tori infernali, il campo arato non avrebbe mai germogliato guerrieri automi destinati a perire sotto la sua spada e il Vello d’Oro non avrebbe mai compiuto la sua oscura profezia di sciagura.
Prima del tramonto i guerrieri giunti da una lontana terra d’occidente sono già pronti a farvi ritorno. Medea è con loro mentre la nave solca un mare bagnato del suo fraterno sangue, e con una supplice litania implora il suo signore, diventato sua terra, sua patria, sua casa, di non lasciare mai che lei straniera in terra greca possa essere disprezzata e derisa: “Giura, Giasone!”. 
E tuttavia il guerriero e la strega appartengono a terre e popoli diversi. Inutile brindare a tutto ciò che li unisce: l’amore. Perché Giasone ha tradito, l’eroe ha scherzato con le fiamme di un sole nero e ora coloro che sono stati uniti da un delitto possono essere divisi solo da un nuovo delitto. Alla condanna di Giasone ad una lunga vita di infelicità si accompagna la fine di Medea e della sua magia. Ora che i tristi presagi si sono tutti dispiegati sotto la luce di un’antica luna e tutta Corinto cerca la strega per lapidarla, viene da chiedersi dove sia l’abominevole donna descritta da Euripide, l’orrore del genere umano che si è macchiata di ogni colpa, difficile riconoscerla in quanto questa sera c’è stato concesso di udire e vedere: “Sapete dirmi Medea dov’è? L’abominevole strega, l’orrore del genere umano? Non so di che parli. Non so di chi parli”.

 

 

 

Teatri di Pietra
Argonauti – Giasone e Medea
da
Apollonio Rodio, Valerio Flacco, Euripide, Strabone
regia e coreografia Aurelio Gatti
drammaturgia Maurizio Donadoni
con Carlotta Bruni, Benedetta Capanna, Stefano Fardelli, Rosa Merlino, Maurizio Donadoni, Cinzia Maccagnano
produzione Estreusa/MDA Produzioni
lingua
italiano
durata 50'
Napoli, Villa Imperiale Pausilypon, 3 agosto 2014
in scena 3 agosto 2014 (data unica)

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