“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Mercoledì, 25 Giugno 2014 00:00

L’enigma senza risposte di Kaspar Hauser

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Sull’assito del palcoscenico, solo, ad attenderci, un piccolo pony il cui mantello è reso ancora più abbacinante dal contrasto con lo sfondo nero. Una figura nera con copricapo da apicoltore di identico colore si accomoda presso uno dei cinque pianoforti posti uno accanto all’altro, e inizia a suonare Claude Debussy. Sopraggiunge un piccolo uomo − la cui statura fa diventare il pony un cavallo − ha dei grandi scarponi in mano, si ferma accanto ad un recinto pieno di sabbia e inizia a scavare a mani nude, con la meticolosità di un gatto. Dalla sabbia emerge un uomo che in confronto al nano è un colosso ma che da lui si lascia guidare. Il nano gli porge una tavoletta e ne dirige la mano in un gesto che imita i rudimenti di una scrittura. Poi ad alta voce scandisce bene un nome: “Kaspar Hauser!”. Così ha inizio uno degli spettacoli più belli presentati in questa edizione del Napoli Teatro Festival.

Kaspar Hauser è stato uno degli enigmi più grandi della civiltà umana.
Nel 1828 un giovane era stato abbandonato in una piazza di Norimberga, sapeva dire solo una frase, “voglio diventare un bravo cavaliere come era mio padre”, e recava con sé una lettera anonima. Quando in seguito imparò a parlare, raccontò di aver vissuto da sempre rinchiuso in una cantina buia. Non aveva alcun concetto del mondo e non sapeva che oltre a lui esistessero altri esseri umani. Il cibo veniva spinto nella sua cella mentre dormiva. Solo alla fine un uomo vi entrò e gli insegnò a scrivere ‘Kaspar Hauser’, che quindi si suppone fosse il nome del giovane.
L'enigma della sua origine non è mai stato risolto, così come quello della sua morte. Infatti, quando Kaspar decise, dopo averne acquisito le capacità, di scrivere un diario, fu vittima di due aggressioni da parte di ignoti: dalla prima riuscì a riprendersi, la seconda gli fu fatale.
Su questo caso sono stati scritti migliaia di libri ed articoli, per la stampa popolare dell’epoca era il caso meraviglioso di una specie di extraterrestre arrivato sulla terra, ma la maggior parte di essi si è sempre focalizzata sull’aspetto criminale della vicenda.
Una significativa eccezione è rappresentata dal capolavoro cinematografico L’Enigma di Kaspar Hauser, il cui regista, Werner Herzog, dice di essere rimasto affascinato da tutto ciò che va oltre il torbido.
Questo spettacolo dal titolo Die Geschichte Von Kaspar Hauser, sulla scia del film di Herzog, sceglie di scavare nell’aspetto umano di questa storia e da un notissimo caso di cronaca approda a domande cosmogoniche ed escatologiche tutt’altro che scontate: chi siamo? Come acquisiamo la conoscenza del mondo e della lingua? Come veniamo a conoscenza della società? Come impariamo a comportarci con gli altri esseri umani?
I capitoli (trentatré, sarà un caso?) scandiscono il tempo dello spettacolo e della vita di Kaspar dal momento del suo ritrovamento nella piazza di Norimberga fino a quello della sua morte. La sussistenza di diversi livelli di lettura si impone in tutta la sua chiarezza con l’apparire degli elementi rappresentativi della cittadina bavarese. Si tratta di bambini truccati e travestiti da anziani che vengono guidati e fatti parlare da ‘ombre’. Ognuno di essi ha il suo ‘burattinaio’ che lo priva di autonomia di pensiero e azione. Sono loro il prodotto della civilizzazione, bambini invecchiati all’interno di gessi costituiti da leggi e convenzioni di natura morale, civile e teologica. Kaspar e il suo carceriere/carnefice sono gli unici personaggi ad essere sprovvisti di ‘ombra’, parlano e agiscono in totale libertà.
Nonostante il giovane venga gradualmente introdotto alle regole della società, continua a conservare la sua integra dignità di ‘alieno’. La società che deforma tutti, con lui fallisce nell’intento di conferirgli una forma convenzionale. Kaspar si evolve attraverso un percorso doloroso che più volte gli fa rimpiangere il vecchio stato di prigioniero, prima era felice e non aveva dolori, ora con gli uomini prova dolore, soprattutto alla testa, dolori che lo torturano. Impara molte cose: a parlare, a scrivere, a distinguere i sogni dalla realtà e finanche ad amare il mondo, ma non diventa mai come tutti gli altri, conserva sempre un suo pensiero autonomo e sovversivo rispetto all’ordine precostituito, le sue osservazioni sono sempre frutto delle sue esperienze e mai  modellate dall’altrui pensiero, tanto che verso la fine nel suo diario scrive: “La realtà non è verità”.
La scelta di portare in scena un nano e dei bambini travestiti da nani potrebbe avere a che fare con la paura archetipa che le favole e i miti, soprattutto tedeschi, tentano di esorcizzare (basti pensare a La Canzone dei Nibelunghi di Wagner e a Il Tamburo di latta di Grass). Lo stesso Herzog nel suo film vi fa ricorso e spiega questa scelta con la paura profonda dell’esistenza: “Il mondo è fatto di cose troppo grandi per noi, non sappiamo più gestire il mondo fisico, il mondo delle proprietà, le nostre proprietà sono diventate troppo grandi per noi”.
Alvis Hermanis, il regista di questo spettacolo, ha voluto rendere ancora più esplicite queste paure che accomunano tutti gli esseri umani, quasi a voler dire: ‘in realtà siamo tutti dei nani’. In questo mondo lillipuziano, Kaspar si muove come un Gulliver solitario ed impacciato con la sua radicale dignità che fa di lui un emarginato enigma fino alla morte e non lo risparmia dalle accuse più disparate, finanche quella di essere un impostore disposto a tutto per un po’ di celebrità.
Lo spettacolo ci offre un finale che si discosta, in parte, dai fatti di cronaca. Sappiamo che Kaspar Houser morì per le conseguenze riportate dalla seconda aggressione ricevuta. Il regista, invece, sceglie di farlo tornare lì da dove era venuto; nel recinto di sabbia dove era sotterrato. E sono proprio i concittadini che all’inizio l’avevano accolto e istruito a riportarcelo e a seppellirlo. Dopo essersi liberati del mostro, liberi anche e per la prima volta delle ‘ombre’, siedono per suonare della musica, quella musica che Kaspar non era mai riuscito a sopportare, troppo dolorosa per lui, forse perché quello che per noi è musica per lui sono sempre state grida orribili.
Sulle note di violoncelli e violini si chiude così la storia dell’enigma che da più di un secolo ha affascinatolo spirito umano. E continuerà a farlo.



 

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Die geschichte von Kaspar Hauser
regia
Alvis Hermais
con Jirha Zett, Patrick Güldenberg, Isabelle Menke, Milian Zerzawy, Friederike Wagner, Ludwig Boettger, Chantal Le Moign, Roland Hofer, David Fischer, Mira Szokdy, Sinan Blu, Linus von Seth, Lorena Schwerzmann, Charlotte Zimmermann
scene Alvis Hermains
costumi Eva Dessecker
musiche Jekabs Nimanis
luci Ginster Eheberg
drammaturgia Andrea Schwieter
produzione Schauspielhaus-Zürich
lingua tedesco con sottotitoli in italiano
durata  1h 40'
Napoli, Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, 21 giugno 2014
in scena 21 e 22 giugno 2014

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