"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Martedì, 24 Giugno 2014 00:00

Un ordito che soffoca

Scritto da 

La scenografia non c’è, solo il nero palco del Teatro Nuovo. Unica eccezione lo scheletro di una testa di animale messa in alto sulla parete di fondo, quasi un trofeo che forse annuncia una scarnificazione. Il dramma è interamente proiettato sulla scena dai singoli attori con il dialogo, con la gestualità e con i costumi. Inizia con degli attori a centro scena gettati a terra e Cristina Donadio e Lalla Esposito che si posizionano ai lati del proscenio. Sono vestite come delle nobildonne ricche e ingioiellate ed iniziano ad esprimersi come l’abito lascia intendere per poi, d’un tratto, scivolare con una cadenza plebea in un dialogo in napoletano dove si parla del “padrone in carcere, lui… un signore!”.

Moscato entra in scena nel ruolo del regista di Le serve di Genet e rimprovera le attrici per avere reso il loro ruolo di serve troppo simile alle vajasse. L’espediente del metateatro svela subito la doppia lettura di questo testo che è arrivato tra i finalisti della cinquantesima edizione del 'Premio Riccione per il Teatro'. Anche nelle note di regia, Moscato indica quale deve essere l’interpretazione che si deve dare a quest’opera volutamente caotica, ma anche lineare. Da un’intervista al filosofo francese Michel Foucauld, Moscato ha preso spunto per una riflessione sulla scrittura che si presenta sempre come un arazzo, un ordito composto da parole. Se da un lato vi è ciò che si vede, dall’altro vi è il suo opposto, quindi se da una parte si legge il tragico, il suo ordito insinua il contrario, cioè il comico, e viceversa.
Partendo da una riflessione teatrale sui rapporti conflittuali eterni tra Signori e Servi e, quindi, anche sul rapporto di potere che c’è in politica, nella società e nelle emozioni, Moscato ha voluto sperimentare quello che lui stesso definisce un ”bizzarro pamphlet scenico”, pertanto tutto sarà condotto sull’inversione voluta e cercata dell’elemento opposto a quanto si vede e portato contemporaneamente sulla scena. Vale come esempio la scena in cui Lalla Esposito, vestita da serva, recita il suo monologo inginocchiata a lavare per terra facendo ben sentire lo sciacquìo della pezza nel secchio come vuole il regista. Un tragico monologo “servile” accompagnato, però, dalla romantica melodia di Moon River di Henry Mancini.
Il gruppo di servi, che tali resteranno per tutta l’opera senza cambiare il loro ruolo, è composto da giovani bravissimi per tempi teatrali, dizione, recitazione e mimica. Sono loro che, a turno, descrivono il ruolo dei servi dell’epoca che fu, addetti alle funzioni più umili e abbiette, che per compensare la loro sudditanza si vendicano agendo contro i nobili padroni dominanti con quello che avevano a disposizione, allora pulivano i bicchieri con la loro urina, preparavano i cibi senza badare troppo all’igiene o fingevano inciampi e posizioni maldestre per ripagare i signori con la loro stessa cattiveria. L’unico punto in cui Servi e Padroni si incontrano è il sesso: tra Servi e Signorine, tra Padroni e Cameriere, un sesso che maschera il desiderio di potere e di rivalsa su di esso. Tutto ciò che è basso, volgare è nel continuo ripetere termini come umori, deflussi, rinali, fogne, fango. Tutto intramezzato da citazioni che Moscato e gli altri interpreti fanno attraversando il palco, quindi c’è il Grande Bardo, Swift, Strinberg, Totò Principe de Curtis, Petito, Mastriani, Scarpetta, sperimentando questa “contaminatio” tra il Nord Europa e gli autori del Teatro del Sud, di Napoli in modo particolare.
Il pastiche linguistico, che è un tratto distintivo della drammaturgia di Moscato, qui si arricchisce anche con battute in cinese, raggiungendo un insieme “sgangherato, demenziale”. Il tutto si accompagna ad una scelta musicale altrettanto variegata ed altrettanto scomposta. Schubert con Sergio Bruni e Gloria Christian, l’Ave Maria di Mario Merola, Mina, la Callas, la musica del film 2001: Odissea nello spazio, Così parlò Zarathustra. Citazioni di Pasolini e Tommaso d’Aquino alternati a termini come “complottamenti”, la “Amedea”, cioè Medea assassina dei propri figli, le storpiature volontarie di molte parole semplicemente facendo scivolare l’accento tonico sulla sillaba sbagliata per avere “inaùdita” o “cadavèri” e così via scivolando.
L’ora e quaranta minuti è pregna di tutto questo e di innumerevole altro che ha finito per stancare il pubblico portandolo a tiepidi applausi rivolto più agli attori, comunque bravissimi, che a questo, tutto sommato, indecifrabile testo.
Una sperimentazione, un divertimento che solo Moscato può portare sulla scena, ma troppo lungo, troppo pesante, una trama, un ordito che soffoca, non fa volare alto.

  

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Istruzioni per minuta servitù. Il mondo come in-volontà e ir-rappresentazione
di
Enzo Moscato
progetto, testo, ideazione scenica e regia Enzo Moscato
con Salvatore Cantalupo, Cristina Donadio, Lalla Esposito, Enzo Moscato, Giuseppe Affinito, Caterina Di Matteo, Gino Grossi, Carlo Guitto, Amelia Longobardi, Francesco Moscato, Giancarlo Moscato, Giuseppe Moscato
luci Cesare Accetta
costumi Tata Barbalato 
selezione musicale Donamos
coproduzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Compagnia Teatrale di Enzo Moscato
durata 1h 40’
Napoli, Teatro Nuovo, 20 giugno 2014 
in scena 19 e 20 giugno 2014

Lascia un commento

Sostieni


Facebook