“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 23 Giugno 2014 00:00

Gabbiano Gran Varietà: uno scempio

Scritto da 

Ogni rilettura è un tradimento. E ogni rilettura che non tradisca è mera filologia. Riproporre, tradire, sperimentare. A teatro ogni messinscena che si rimette in scena è un cimento, un esperimento, una prova; può essere una violazione o una filiazione naturale dell’opera originale; l’importante è che quel ne sortisce sia stilisticamente e sostanzialmente coerente con se stesso, ovvero risponda ad un disegno in cui sia riconoscibile sì la mano di chi mette mano, ottemperante o meno che sia al plot originario. Ma è anche fondamentale che quella mano che mette mano per riproporre, tradire, sperimentare sappia quel che faccia, sia guidata dal ben dell’intelletto: tradisca pure, rifaccia, squinterni l’originale, purché da quell’originale tradito rifatto e squinternato venga fuori qualcosa che abbia un senso e una ragione.

Un senso e una ragione che Un gabbiano – che in quell’indeterminativo iniziale già contiene in nuce traccia inconscia della propria indeterminatezza – proprio non riesce ad acquisire, in quasi due ore di farfugliata fantocceria e confusa psichedelia.
È un Čechov con Čechov dal punto di vista della sostanza testuale (almeno in buona parte), ma è un Čechov in cui Čechov c’entra davvero poco per tutto il resto; vorrebbe forse essere un Čechov “dopo Čechov”, come recita una battuta che immette il nome del drammaturgo nella sua pièce, ma il tentativo di dare al Gabbiano una veste nuova, che pure potrebbe sembrar nascere sotto buoni auspici, ben presto si trasforma in un pot-pourri di effetti luminosi e musicali, trovate e giochi di scena che finiscono per ammazzare Il gabbiano di Čechov più e peggio di quanto faccia Kostantin col volatile che dà il titolo all'opera.
Eppure, un inizio scoppiettante sembrava preludere a qualcosa d’interessante, parendo voler programmaticamente strizzare l’occhio al varietà: da una porta illuminata, Sorin girava più e più mandate (fittizie ma sonore) dando inizio alla rappresentazione, luci ad occhio di bue invadevano la platea, poi si posavano sulla scena e sui personaggi, ciascuno dei quali, guadagnato il proscenio si presentava e declinava le proprie generalità con un fantoccio sottobraccio; a ciascun fantoccio era conferita un’identità scenica, di personaggi marginali o anche solo nominalmente evocati nella drammaturgia cechoviana. Inoltre, lo spazio scenico dilatato (la prima fila della platea divelta per allargar lo spazio fisico della rappresentazione, che si sarebbe allungata anche in altre parti del teatro, dal corridoio centrale al primo palchetto a sinistra) sembrava felicemente voler alludere alla vastità dello spazio agreste in cui Čechov ambienta questo dramma e su cui muovono le rarefatte solitudini dei suoi personaggi. Premesse che di lì a poco sarebbero rimaste ad uno stadio larvale.
Varietà e farsa sembravano comunque le due direttrici lungo le quali intendesse muoversi questo adattamento firmato Gianluca Merolli e qualche immagine iniziale era parsa pure gradevole, come ad esempio il gioco di una lavagna posta sul capo di Kostantin, che ne riportava le età progressive e l’altrettanto progressivo e reiterato mancato riconoscimento della sua autonomia da parte della madre. Da quel momento in poi, però, la confusionarietà di immagini, suoni, giochi di luce ha preso un sopravvento tale da soppiantare il senso – originario o nuovo presunto – dell’opera, che diventava così un’ibridazione infausta fra musical, melò (perché mai questo cambio di registro nella seconda parte? Interrogativo che tende a sfuggire inevaso) e finta sperimentazione teatrale.
La pupazzeria iniziale, che aveva fatto profilare un rimando possibile, anzi lapalissiano alla metateatralità di cui pure è  intrisa la partitura cechoviana, rimane allo stato d’accenno, richiamata da qualche battuta qua e là e senza che i fantocci ripresi in scena – a volte abbarbicati ai personaggi in carne ed ossa, che nella fattispecie s’esprimono in striduli ed incomprensibili vocii – riescano mai ad assolvere veramente ad una funzione, metateatrale o meno che sia.
Poteva esserci un sovvertimento del tempo cechoviano, dato dalla frenesia e dalla concitazione propri di questo Gabbiano trasformato in una sorta di varietà, ma l’idea iniziale, che poteva sembrare un valido abbrivio per una rilettura sui generis che avallasse un’idea legittima di tradimento, naufraga ben presto in un affastellarsi di immagini prive di un reale senso, di una coerenza interna in grado di ricondurle ad una visione unitaria, in base alla quale si possa al limite immaginare il regista che, confessando il proprio tradimento affermi: “Ecco, questo è il mio Čechov!”.
Invece, questo Gabbiano stramazza al suolo più ancora del laride abbattuto in scena, impallinato da una regia confusionaria che sembra non possedere un’idea di partenza da sviluppare, ma che pare voler mirare solo al gioco ad effetto, trasformando la partitura cechoviana in un pretesto per far sì che si susseguano immagini, suoni e luci funzionali ad un malinteso senso dell’estetica.
Ogni rilettura è un tradimento. In questo caso, però, si è davvero infierito, non tradendo ma facendo scempio.

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Un gabbiano
da Il gabbiano
di Anton Čechov
adattamento e regia Gianluca Merolli
con Anita Bartolucci, Pietro Biondi, Francesca Golia, Giulia Maulucci, Gianluca Merolli, Fabio Pasquini, Enrico Roccaforte
con la partecipazione di Nello Mascia
scene Davide Dormino
costumi Gianluca Sbicca
musiche originali Luca Longobardi
luci Camilla Piccioni
trucco e acconciature Enzo Piscopo
movimenti coreografici Martina Grilli
corno francese Antonella Marino
assistente alla regia Raffaele Musella
assistente alle scene Alessandro Di Cola, Sacha Turchi
costruzioni scenografiche Gianluca Bianchini
assistenti ai costumi Gianluca Carrozza, Francesca Novati
produzione Fondazione Campania dei Festival, Napoli Teatro Festival Italia, Spettacolo SAS di Andrea Schiavo
lingua italiano
durata 1h 50’
Napoli, Teatro Sannazaro, 19 giugno 2014
in scena 19 e 20 giugno 2014

 

Lascia un commento

Sostieni


Facebook