"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Venerdì, 13 Giugno 2014 00:00

Un capasottamento

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Il primo dato che colpisce, di Per oggi non si cade, è la forma ovvero la maniera di darsi, il modo in cui si propone e in cui l'opera va recepita e vissuta. Il fruitore cammina, seguendo un sentiero pre-realizzato, mentre ascolta – uno dopo l’altro – i brandelli della storia usufruendo di una cuffia: le sue orecchie sono cinte da voci e rumori, i suoi occhi si relazionano, contemporaneamente, con le istallazioni create dai giovani artisti dell’Accademia. Potremmo definirla una sorta di auto-performance giacché – se tutto è predisposto in partenza perché il fatto artistico accada – questo stesso fatto artistico accade per volontà di chi si muove all’incontro: è a lui che tocca dettare i tempi dei propri passi, che tocca scegliere se stazionare o proseguire, che tocca liberamente dare (e darsi) un ritmo continuo o, piuttosto, una stasi o un rimando, attendendo (e facendo attendere) il prossimo pezzo della vicenda, il prossimo paragrafo del racconto.

Esperienza più che spettacolo, Per oggi non si cade appare – a chi scrive – non tanto una composizione teatrale vera e propria quanto una forma diversa per condividere una trama: l’autore ci parla, per interposte voci d’attori, stabilendo così una relazione intima, (in)diretta e personale con chi l’ascolta. Condivisione auricolare con aggiunte visive, determina una partecipazione fisica che si sviluppa secondo due direttrici: una lineare (per cui si traversano i corridoi come si traversa una qualunque strada cittadina quando si è diretti a una meta precisa); una laterale (per cui si volta lo sguardo ora a destra, ora a sinistra, ora in alto, ora in basso – come accade quando si attraversa una qualunque strada cittadina – per afferrare e comprendere ciò che succede intanto, nel frattempo, in contemporanea).
Visita, dunque, di una città narrata e che ci viene narrata senza forza di gravità – dalle “sette del mattino alle sei e cinquantanove minuti del giorno successivo” – per intercessione giocosa dell’Altissimo, che si diverte ad assecondare un desiderio notturno, realizzando all’alba questo effimero e tragico “capasottamento” inusuale. Napoli – questa Napoli di Santanelli – diventa quindi una “piscina d’ossigeno” in cui tutto levita, fluttua, ristagna, naviga, galleggia, si sospende: in attesa dell’inciampo, della caduta, del crollo; in attesa del doloroso ripristino della normalità.
Metafora cartacea, quella di Santanelli, capace di alludere alla compromissione partenopea con l’irreale, lo strambo, con l’eccezionale e il distorto, per cui non importa se i capelli si rizzano in testa, se gli sputi rimangono vischiosi a mezz’aria, se ciò che viene gettato non tocca mai terra, se “non si cade” quando si dovrebbe cadere giacché ci si abitua, ci si adatta, immediatamente ci si ritrova in qualche modo o maniera: gli operai di un cantiere poltriscono in altezza, due amanti focosi si congiungono dove s’affaccia un balcone, e molti (troppi) approfittano (vecchia usanza da capodanno esercitata fuori stagione) per liberare la casa da ingombri inutili e rifiuti stanziali: senza, naturalmente, considerare le conseguenze tardive dei propri gesti immediati.
Ma se quella di Santanelli è una metafora, questa stessa metafora usufruisce di ulteriori metafore giacché sono tali le opere d’arte che troviamo lungo il sentiero, nel tentativo di significare (ulteriormente) la trama. Cocci di statue e chiavi, scarpe, un busto; icone di santi tra devozione sacra e profana; fotografie vedibili al chiuso ed in alto e che ritraggono svolazzi effimeri e lievitazioni momentanee; due grandi occhi su una scalinata; ombrelli a tre metri d’altezza; proiezioni che appaiono su lenzuola distese tra finestra e finestra e un tappeto di foglie, sagome stilizzate a parete, una quadreria sviluppata in prospettiva e che anticipa la conclusione e l’uscita. Per oggi non si cade è perciò menzogna allusiva (letteratura) coadiuvata, sostenuta e tradotta in altra menzogna allusiva (arte) ed è in questo suo gioco di rimandi per rimandi che, in qualche modo, si relaziona idealmente al teatro.
Gincana tra le immagini, torrente lirico-ironico, recital verbale amplificato, Per oggi non si cade gioca offrendo avvolgenti sensazioni uditive, piccoli scarti all’orecchio, improvvisi rumori di cose che si spostano e volano, prima di tornare a fracassarsi alla terra. Nel suo darsi è – idea ulteriore di chi scrive – anche (volontaria o involontaria) rappresentazione della funzione dell’arte, capace davvero di sovvertire le leggi quotidiane generando spazi ulteriori dagli spazi consueti, tempo diverso dal tempo normale, fatti incredibili (ma creduti) tra fatti credibili (ma da non credere): non è, in fondo, una sospensione, una pausa, un’assenza di concretezza apparente l’ora che rubiamo al resto del giorno ed in cui viviamo una (ir)realtà parallela qual è quella che viene da un palcoscenico, dalla sala di una mostra o dalle pagine di un libro? Intorno il mondo prosegue, con le sue norme inevitabili e le sue leggi ordinarie, mentre noi abitiamo un’apparizione, una vicenda, una condizione momentanea, separata e illusiva, in cui – per dirla con Peter Brook – “una bottiglia può essere un razzo” e questo razzo sembra davvero possa portarci “su Venere”.
In aggiunta una suggestione e, poi, una nota a margine.
La suggestione.
Quanto sarebbe stato più coinvolgente ancora ed ancora Per oggi non si cade – viene da chiedere – se ad assumersi il compito di rendere le parti indirette del testo fosse stato Santanelli medesimo e non Mario Tozzi? Quanto sarebbe stato ancora più viva, ancora più vicina e profonda, questa trasmissione orale se – invece che limitata all’inciso “E il notaio Manes, sempre là, che non fa una piega” – Per oggi non si cade avesse potuto usufruire (nelle molteplici parti di raccordo tra una scena e una scena) della voce effettiva dell’autore? Sentirne il dettato percependone sfumature, inclinazioni, asimmetriche e personali sottolineature di una parola o di una frase, avrebbe ulteriormente valorizzato l’esperienza rendendola simile (per quanto tecnologicamente diversa) ai racconti detti al focolare, somigliante alle favole che ci si racconta la notte.
La nota a margine.
Per oggi non si cade abita l’Accademia, permettendo così al Napoli Teatro Festival di abitare un luogo cittadino. La grande rassegna, dunque, torna a soggiornare in un luogo-solitamente-ad-altro-destinato teatralizzandolo. Un tempo v’era lo splendido progetto dell’Attesa in grado di far accadere il teatro all’angolo di una strada, in una stazione ferroviaria, nell'androne di un palazzo, nel mezzo di una fila alla Posta, ad uno sportello di banca o sotto la pensilina di una fermata dell’autobus. Occorre che – assieme agli edifici diversi che diventano, per il tempo della rassegna, un nuovo teatro (è il caso del Museo di Pietrarsa) – il Festival torni a vivere la città nel suo complesso, occupandone le piazze, le università, i piccoli vicoli tanto quando i grandi panorami, gli spazi d’arte più noti e i non-luoghi contemporanei. Fare dell’Accademia la sede di Per oggi non si cade è un nuovo inizio (buono) perché ritorni davvero ad esistere una fusione epidermica tra la manifestazione e il contesto urbano in cui accade.
Una speranza, questa, che lasciamo sospesa a mezz’aria.
Confidando nell’Altissimo o in un altro capasottamento.

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Per oggi non si cade
di Manlio Santanelli
adattamento e regia Fabio Cocifoglia
un progetto di Manlio Santanelli, Fabio Cocifoglia, Rosi Padovani, Francesco Landi
sound designer e registrazioni in olofonia Hubert Westkemper
voce narrante Mario Tozzi
e con le voci di Federica Aiello, Antonella Cioli, Giancarlo Cosentino, Paolo Cresta, Bianca D'Amato, Isa Danieli, Salvatore D'Onofrio, Massimiliano Foà, Roberto Giordano, Antonio Marfella, Nello Mascia, Antonella Morea, Nico Mucci, Enzo Musicò, Loredana Porfito, Nunzia Schiano, Lello Serao, Rosario Sparno
e con il contributo di Paolo Cimmino, Greta Giordano, Salvatore De Cicco, Davide Finelli, Zi' Michele
disegno luci Cesare Accetta
istallazioni artistiche a cura degli allievi della scuola di scenografia e della scuola di fotografia dell'Accademia delle Belle Arti di Napoli
assistente alla regia Anna Bogatsch
produzione Fondazione Campania dei Festival − Napoli Teatro Festival Italia, Le Nuvole
in collaborazione con Accademia delle Belle Arti di Napoli, Centro di produzione RAI di Napoli
durata 1h
Napoli, Accademia delle Belle Arti, 10 giugno 2014
in scena dal 7 al 14 giugno 2014

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