“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Martedì, 10 Giugno 2014 17:49

La partita di Pasqual

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"un artista non si limita a esemplificare il senso della fine: ne fa uso"
(John Barth)


Nel 1961, due autori si aggiudicarono l'International Publischers' Prize. Congiuntamente. Si trattava di Jorge Luis Borges e di Samuel Beckett. Una condivisione emblematica dato che, oltre al 'premio', questi nomi sono accomunati da un pensiero artistico 'contemporaneo' in grado di reggere il confronto con i 'vecchi maestri' della narrativa del Novecento. Rappresentano l'eccezione, l'eccezionale. Entrambi hanno fatto del 'senso della fine' l'elemento riflesso e rappresentato dalla loro opera. Lo scrittore americano John Barth, in un saggio sulla letteratura diceva di Beckett: "Un artista non si limita a esemplificare il senso della fine: ne fa uso". E in effetti non solo le sue opere vanno tutte in questa direzione, ma l'insieme delle stesse come 'opera delle opere' riflette un percorso sul cui traguardo si leggerà: 'Non una parola di più'.

Dalle articolate costruzioni in inglese, Beckett è passato a testi sempre più scarni in un francese sempre meno articolato, per approdare all'assenza della punteggiatura e, quindi, all'assenza di parole. In Respiro il sipario si alza e resta in questo stato per soli trentacinque secondi. Fine. In questi trentacinque secondi non una parola, solo due gridi intramezzati da un'inspirazione/espirazione.
Fatte queste premesse possiamo collocare Finale di partita in una posizione centrale e apicale di un'evoluzione/involuzione a spire di serpente: "la fine è nel principio". In quest'opera le parole sono presenti e copiose, alla stregua del teatro ottocentesco, ma la conversazione che ne deriva è svuotata di significato. I personaggi raccontano storie che hanno già raccontato ma che non possono fare a meno di continuare a raccontare in un inarrestabile parlarsi addosso per rimandare il più possibile il silenzio, la fine, entrambi inevitabili: "Ormai siete al mondo, non c'è più rimedio la fine è nel principio eppure si continua".
Ed è con quest'opera che il regista catalano Lluìs Pasqual ha scelto di fare il suo ingresso da Rock Star in questa edizione 2014 del Napoli Teatro Festival. Il Finale di partita di Pasqual si presenta con l'andatura sciolta e dinoccolata della persona abituata a muoversi nei meandri beckettiani dei quali conosce sia le strade principali che le scorciatoie sterrate. Il regista sembra aver fatto suo il motto barthiano sul concetto di 'artista' perché non ha bisogno di seguire il percorso indicato sulla cartina per arrivare alla meta. Quella a cui ho assistito in prima assoluta è una rappresentazione di un'opera che è stata lasciata decantare e poi defluire in un lavoro di contestualizzazione che ne ha amplificato la portata, ed ha consentito a Pasqual di affrontare e vincere questa partita entrando in campo e giocando in un modo inconsueto ed estremamente efficace.
Al centro della scena, Hamm coperto dal suo lenzuolo/sudario e Clov, in tuta da imbianchino e il volto ricoperto da cerone bianco. Ma non avrebbe dovuto avere la faccia 'molto rossa?', da questo primo dettaglio si intuiscono le intenzioni di Pasqual: come ai tempi di Shakespeare, il testo diventa di chi lo mette in scena. Alle loro spalle una parete ondulata ripropone le finestre e la porta esattamente come Beckett ha previsto che fossero, ma nessuna tenda e soprattutto neanche l'ombra del quadro appeso con la faccia contro il muro. Il lenzuolo viene tolto e ci appare Hamm, seduto su di una sedia da barbiere, avvolto in una vestaglia rossa intarsiata di pietre e con un copricapo intrecciato come un turbante, sembra il più opulento tra i Re Magi o forse il sultano di Shahrazād che non ha più bisogno di qualcuno che gli racconti delle storie, sarà lui a farlo se ci sarà chi gli darà la battuta: lui "è il re in questa partita a scacchi persa sin dall'inizio".
Dai primissimi scambi si avverte la forza di impatto di una cadenza tipica del parlante partenopeo, in Clov è solo accennata, mentre in Hamm, interpretato da un bravissimo e sorprendente Lello Arena, l'inflessione vernacolare è marcata come il passaggio di tacchi a spillo su di un prato inglese.
Per rendervi un po' l'idea dell'effetto che fa sentire recitare Beckett così, vi invito a pensare (ammesso che ne abbiate l'età e una memoria che non abbia già deciso di lasciarvi in panne) al primo ingresso a Wimbledon di André Agassi, quando si presentò in jeans stracciati e acconciatura da moicano e cominciò a giustiziare gli avversari come un eroe ellenico lasciando il pubblico estatico; ecco, è accaduto un qualcosa di simile. E l'efficacia di questa scelta emerge in tutta la sua potenza nei 'passaggi' metateatrali, quando l'attore/autore si rivolge al pubblico svelando la finzione narrativa e i tempi dell'opera: 'stiamo per finire, ancora qualche cretinata come questa...'.
Gli anziani genitori Nagg e Nell − interpretati da Gigi De Luca e Angela Pagano che messi insieme hanno fatto elevare il quoziente di talento e bravura presente su quel palco a cifre con svariati zeri − insabbiati nei loro bidoni della spazzatura, sbucano fuori con volti clauneschi che trasudano tutta la loro ironica infelicità. La drammaticità della loro condizione è tale da annullare ogni possibilità di commozione: "Non c'è niente di più comico dell'infelicità".
Con questa regia Pasqual fornisce una lettura assolutamente realistica alla materia principale dell'opera di Beckett: l'assurdità dell'esistenza. Non sono i testi di Beckett ad essere 'assurdi', afferma il regista, è la vita ad esserlo e, per non tradire lo spirito di questo autore, alla sua rappresentazione va dato il giusto realismo. In Finale di partita emergono frattali di un'umanità plurale, con tutte le sue contraddizioni. È un testo scabro e serrato nel quale, se viene dato il giusto ritmo, è possibile ritrovare sia la dolcezza che l'infelicità, la nostalgia che si alterna al cinismo quando questo, di tanto in tanto, si acquieta, e l'ironia che è presenza costante perché, da sempre, regna sovrana sulle disgrazie umane.
Ebbene, come Hamm, Pasqual gioca fino in fondo, con perseveranza e senza esitazione, la sua non facile partita, ma mentre Hamm dimostra di essere un cattivo giocatore che si accanisce nel rinviare la fine di una partita persa in partenza, con questa rappresentazione Pasqual ha, invece, ottenuto un risultato molto poco beckettiano, dato che ha indiscutibilmente vinto.

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Finale di partita
di Samuel Beckett
regia Lluís Pasqual
con Lello Arena, Gigi De Luca, Stefano Miglio, Angela Pagano
scene e costumi Frederic Amat
produzione Fondazione Campania dei Festival– Napoli Teatro festival Italia, Teatro Stabile di Napoli
durata 1h 30'
Napoli, Teatro Nuovo, 9 giugno 2014
in scena 9 e 10 giugno 2014

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