“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Sabato, 31 Maggio 2014 00:00

Disegnando Bach

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La scrittura sul teatro richiede senza dubbio intuito e pensiero, logica ed equilibrio, e questi probabilmente sono i caratteri che più tardano a manifestarsi. Ebbene, non è sempre necessario armarsi di pazienza, analisi o laboriosità per esprimersi riguardo una pièce. A volte è preferibile immergersi nell'argomento stesso, lasciar scorrere e fluire il contenuto, fungendo da semplici trascrittori. Se si aprono più canali d'ascolto possibili, si riesce ad entrare nel vivo dell'opera provando a leggere la sua intricata totalità, seguire quella griglia esplicativa che può condurre ad una chiave risolutiva.

Il soccombente di Thomas Bernhard è uno di quei romanzi che si presenta ricco di domande irrisolte per la miriade di temi trattati; in alcuni punti spazia dalla letteratura alle arti, dalla psicologia alla filosofia, sconfinando nell'esistenzialismo, soprattutto per quanto riguarda la posizione dell'artista, vittima della propria passione e dell'estrema ambizione.
L'opera immerge il lettore in un lunghissimo monologo, un percorso attraverso la memoria che traccia minuziosamente le tappe di un'amicizia instabile e masochista che cresce tra tre giovani musicisti allievi del Mozarteum di Salisburgo intorno agli anni Cinquanta: l'io narrante (che rimane indefinito ma è quasi certamente autobiografico); Wertheimer;  colui che sarà uno dei più grandi pianisti del repertorio classico del XX secolo, l'unico personaggio della trama realmente esistito: Glenn Gould.
Il sovrumano talento virtuosistico di quest'ultimo ─ che raggiunge la “divina perfezione” nell'interpretazione di Bach ─ suscita nei due amici un profondo sentimento di frustrazione e di vuoto, che li costringe ad abbandonare gli studi  e a rinnegare il proprio amore per la musica cadendo in depressione. Wertheimer “il soccombente” ─ così lo definisce lo stesso Gould in un momento di ironia pungente ─ trascorsi alcuni anni all'insegna della disperazione e del fallimento si toglie la vita in preda alla pazzia, mentre il narratore (unico superstite del trio) si ritira in completa solitudine tormentato dai ricordi e dai rimorsi.
Su un piccolo palco allestito nello spazio del Museo Cappella Sansevereo di Napoli, all'interno della rassegna 'MeravigliArti', è andata in scena, in data unica, la riproposizione teatrale del libro di Bernhard, tutta in mano alla regia di Nadia Baldi, con testo ridotto ed adattato da Ruggero Cappuccio.
Lo spettacolo omonimo porta come sottotitolo Il mistero Glenn Gould ad indicare che il fulcro centrale della rappresentazione è l'immortalità artistica del compositore canadese, nonostante il protagonista sia l'io narratore superbamente interpretato da un attore che divora la scena quale è Roberto Herlitzka che, a fine serata riceve il Premio “Paolo Emilio Poesio” alla carriera da parte dell'Associazione Nazionale Critici di Teatro.
Tre pareti nere circondano l'azione di Herlitzka che in realtà non è solo, ma accompagnato dai movimenti contorti ed inquietanti di Marina Sorrenti, la quale col pretesto di interpretare la sorella di Wertheimer (o forse proprio i demoni psicologici di Werthaimer), sembra più una presenza evanescente che un personaggio, un fantasma dickensiano diviso fra coscienza e follia pura intento a rifrangere ed infrangere i pensieri del vecchio musicista. Alternando tra confusione e lucidità, Bernhard non risparmia alcun particolare della biografia del fittizzio Wertheimer e del suo percorso verso un'autodistruzione inconsapevolmente geniale; geniale quasi come quel Glenn Gould ammirato e dannato per aver vissuto la sua grandezza con assoluta disinvoltura ed eccentricità.
Il ruolo della Sorrenti può sembrare talvolta riempitivo ed invece col suo pronunciare incessantemente il verbo “Pensai”, scandisce il ritmo del monologo  come un direttore d'orchestra seduto su una gelida poltrona da manicomio. La donna riempie e chiarifica il racconto del narratore evidenziandone la profondità, la sincera partecipazione alla triste vicenda che ha colpito il suo caro amico;  certo il fato ha risparmiato lui tenendolo in vita ma lacerandolo come individuo e perseguitandolo senza trovare pace.
Il corpo dell'attrice si tramuta grazie ad una danza amorfa, assumendo posizioni taglienti e inumane, spostandosi lungo le pareti come un ossesso: è l'ombra ossessiva di Herlitzka. Come un parassita nella testa del narratore, è un senso di colpa che non vuole uscire da questa stanza oscura, un'anti-camera cerebrale dove il protagonista può ripercorrere e disegnare la mappa dei suoi ricordi. E in effetti lo fa davvero...
Entrambi gli interpreti sfruttano le pareti di ardesia per imprimervi con un gessetto nomi di città, date importanti, paesaggi vissuti, note; graffiti dal suono stridulo e tintinnante, certamente musicale come ogni tipo di azione performativa in questo requiem che loda (o forse maledice) tre destini legati a vita dalla stessa colonna sonora: le Variazioni Goldberg di Bach.
Il nome di quest'opera è la prima cosa che viene scritta sulle pareti della stanza (sono presenti in questa solo pochi spartiti, qualche leggio ed il già citato trono della pazzia).
Ascoltare i componimenti che costituiscono questo capolavoro bachiano è il punto di partenza per poter parlare de Il soccombente teatrale: è un alternarsi di ascendenze, un'architettura schematica, matematica e continua ─ nonostante l'andamento allegro ed adagio insieme ─ che libera un puro contenuto emotivo. Ancor più interessante è ascoltare la versione per pianoforte dello stesso Gould in cui ci si accorge che come sottofondo alle note si accompagna il canticchiare incontenibile dello stesso pianista.
L'aggettivo incontenibile è assolutamente adatto a descrivere la rappresentazione de il soccombente.
Non ci sono riserve. Il virtuosismo è alle stelle e presente ovunque, non solo come capriccio-oggetto che sta alla base della vicenda, ma anche nella capacità impeccabile degli attori di variare gli schemi recitativi e soprattutto nella scelta acuta della regia di non seguire un eccessivo ordine cronologico e definito nel raccontare gli eventi, consentendo al pubblico di saltare da uno stato d'animo all'altro ma con una continuità e pulizia tale da mantenere sempre vivo ed intatto il filo logico dei pensieri che si susseguono nella buia mente del superstite. È lo stesso effetto che suscitano le note delle Variazioni: l'attesa malinconica e la nostalgia di note calme e sottili improvvisamente sostituita dalla frenesia di un motivo ripetuto senza soste, incalzante ed entusiasmante.
Tutto ciò che lo spettatore osserva, ogni singola azione è eseguita come se vi fossero quei trentadue brani che si susseguono in sottofondo. Invece non ci sono.
Ci sono le dita dei piedi, le braccia e le mani di Marina Sorrenti che disegnano su quelle lavagne vortici e spirali, linee ondulate e innumerevoli note musicali, come se si disegnasse la stessa irrequieta musica di Bach in un loop convulsivo e fobico. C'è il volto, la voce di Herlitzka che cambiano colore e tonalità a seconda della luce e della posizione che occupa sul palco (prima in piedi, poi seduto in un angolo o contro la parete dando le spalle al pubblico).
Le Variazioni Goldberg di Bach sono le chiavi che aprono la mente del Bernhard narrante, mostrando le immagini di un'esistenza umana effimera ed artificiale nonostante le elevate aspirazioni, “l'atroce ingranaggio dell'esistenza” sotto il quale Wertheimer soccombe. Del resto Wertheimer, “quell'uomo bello ed intelligente”, non poteva che togliersi la vita ascoltando al grammofono per l'ultima volta quelle variazioni suonate da Gould, che tanto gli avevano rubato l'anima e la mente, cosi come si capisce dal racconto sul finire del monologo, quando giunge il momento anche per il narratore di abbandonare le forze  sul trono della follia.
Una coclusione tragica ma di certo meditata e di gran classe, una specie di riscatto morale portato alla sua estrema soluzione che chiude lo spettacolo con le stesse mute note di apertura, odiate, ricordate, rinnegate e in fine amate più della vita stessa.

 

 

 

 

MeravigliArti
Il soccombente ovvero il mistero Glenn Gould
dal romanzo di
Thomas Bernhard
riduzione
Ruggero Cappuccio
regia
Nadia Baldi
con
Roberto Herlitzka, Marina Sorrenti
musiche originali
Marco Betta
ambientazioni videografiche
Davide Scognamiglio
progetto luci, costumi e scene
Nadia Baldi
assistente alla regia
Davide Paciolla
foto di scena Gabriele Gelsi
produzione Teatro Segreto srl
Napoli, Museo Cappella Sansevero, 27 maggio 2014
in scena 27 maggio 2014, data unica

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