“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Domenica, 04 Maggio 2014 00:00

Silenzio, si parla

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Sono stata zitta per una settimana prima di cominciare oggi il mio racconto di Mutu. Non che non avessi nulla da dire a riguardo, anzi. Diciamo che una serie di eventi capitati in questa settimana mi hanno tenuta lontana da penne, fogli e tastiera, finché il mio “boss” mi ha incalzata che basta star zitta, è giunta l’ora di dire qualcosa su questo spettacolo. Non ho la scrittura forte di Rapè, non sembra che le parole sul mio foglio urlino come le sue ma cercherò di raccontare fedelmente le sensazioni provocate dalla messinscena. E adesso zitti, si parla.

Domenica sera c’era tanta pioggia in strada ma entrando al Rostocco di Acerra ci siamo lasciati il grigio alle spalle e siamo stati accolti dalla luce arancione del foyer. Stretti l’uno all’altro perché c’era sold out, ce ne siamo stati al caldo come in un’asciugatrice. Una volta ben secchi, siamo entrati nel nero della sala. Un ragazzo gentile ci ha aiutati a salire i gradini per far sì che ognuno raggiungesse il proprio posto, poi ha continuato sistemando cuscini e aggiungendo panche man mano che le persone entravano. Sembrava un giostraio che ci stesse sistemando per la partenza di un giro, solo che, quando ha dato il via, il nero della sala è rimasto nero.
La scena è sudicia. Il palco è coperto da vecchi pacchetti di sigarette calpestati più volte. I mobili sono scatoloni e cassette della frutta. Da un lato c’è una branda sottile, sicuramente scomoda e sulla parete di fondo, accanto alla porta, c’è appesa una giacca elegante. La radio, accesa su uno degli scatoloni, trasmette la pubblicità. Quando Saro entra in scena, ciabattando e con la faccia ancora sporca di schiuma da barba, subito lo spazio si riempie di lui. In un luogo angusto una figura ingombrante. Ci fa ridere mentre sintonizza un programma di opera alla radio e dà prova di conoscerne le parole. Ha già conquistato la nostra simpatia. Quando, poco dopo, un’altra figura arriva attraverso la porta sul fondo, lo spazio si restringe ancora di più. Salvuccio è tornato in Sicilia a trovare il fratello Saro dopo essere stato missionario in Africa. Questo fratello, uomo di Dio, più curato, più attento ad usare le parole, più freddo, resta per noi un estraneo finché il flusso dei ricordi che si trasformano in parole, non rompe la sua corazza di stoffa. Salvuccio si toglie la tonaca e noi lo conosciamo per quello che è realmente.
Mutu ci mette di fronte a due uomini che hanno avuto la medesima infanzia. Figli di un padre mafioso che fa prostituire la madre, fratelli di altri nove fratelli, tutti morti. Il confronto tra le scelte di vita dei due personaggi è uno scontro corporeo dell’uno contro l’altro ma è allo stesso tempo dimostrazione d’amore e richiamo del sangue. Se uno è scappato ritirandosi nella pace della vita ecclesiastica, l’altro è rimasto a mantenere la famiglia, seguendo le orme del padre, vivendo con il valore di un rispetto che si conquista con la forza e la paura. Più la vita esce fuori da quei corpi attraverso i racconti urlati, più ci sentiamo stretti, anche sulla nostra poltrona. Succede così quando in una discussione non si sa da che parte stare. Salvuccio e Saro sono entrambi degli sconfitti. Entrambi si domandano che senso abbia avuto la propria vita lontana dall’idea di una vita pienamente vissuta.
Partendo dalla storia personale dei due fratelli siciliani, Aldo Rapè muove una doppia critica al mondo della mafia così come a quello della Chiesa, dichiarando che entrambi hanno molti punti in comune e che ci si sente forti dietro un crocifisso portato in processione così come dietro una pistola.
Pur trattando il tema mafioso ormai ricorrente in teatro così come nelle fiction in tv, Mutu impone la sua visione. È un punto di vista più profondo, che prende in considerazione la crudeltà di una società che non permette possibilità di scelta. Ad essa si sopravvive e, nel caso dei due fratelli, lo si fa prendendo le strade più facili. Lontano dall’immagine del mafioso felice, dominatore della città, Saro è un topo in trappola che vive al buio nella sporcizia, rintanato dietro porte e cancelli. Non può scegliere né amare, fa quello che gli dicono di fare. Allo stesso modo, Salvuccio con il suo collarino bianco non si sente un santo, fa e dice ciò che gli hanno insegnato, la sua vocazione è nata dalla paura e dal desiderio di fuga. In Mutu si parla dopo anni di silenzio, senza avere timore, di tutto ciò che si ha dentro, di tutto ciò che si è tenuto segreto. È la nascita della verità partorita con dolore, urla, amore, sudore e lotta. 
Abbiamo applaudito a lungo lo spettacolo che si è concluso con un colpo di scena e il palco vuoto. Quello dell’applauso è stato anche un momento per scaricare la tensione tenuta alta per tutto il tempo della messinscena, grazie all’interpretazione degli attori, sempre aggressivi anche nei momenti di tenerezza, grazie alla musica e alle arie trasmesse dalla radio in determinati punti dello spettacolo e alla sensazione claustrofobica ottenuta dalla scenografia povera e sporca.
Mutu proseguirà il suo viaggio fino a New York, Rapè nel ringraziare il pubblico e l’ospitalità del Rostocco, ha suggerito alle persone presenti di frequentare più assiduamente i teatri. Dopo uno spettacolo così, non dovrebbe essere difficile accettare il suggerimento.

 

 

 

 

 

Mutu
di
Aldo Rapè
regia Lauro Versari
con Aldo Rapè e Marco Carlino
durata 1h
Acerra (NA), Teatro Rostocco, 27 Aprile 2014
in scena 27 aprile 2014 (data unica)

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