“Perché per spiegare il prologo del Decameron, che è una questione di peste, morte, fuga, avete bisogno di di dieci pagine sulla civiltà comunale del Trecento, altre dieci sulla mimesi e la diegesi in Boccaccio, e magari altre dieci ancora per prendere in esame le opinioni di tutti quelli che vi hanno preceduto? Siete matti? Non lo vedete in televisione che fine sta facendo l'arte? Gli Uffizi devastati? Le case della mafia dentro i templi di Agrigento? Il ponte di Monstar distrutto a cannonate? Questo succede quando i popoli perdono coscienza che un romanzo o un quadro li riguardano, in quanto individui e in quanto parte di una comunità”

Emanuele Trevi

Mercoledì, 16 Gennaio 2013 12:15

Visioni

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"Temo di non aver visto mai davvero Napoli, né la realtà in genere. Temo di non aver conosciuto veramente l’Italia né prima né dopo la guerra. Ciò che mi ha consentito di accostare l’una e l’altra, e parlarne in qualche libro, sono state le emozioni, e anche i suoni e le luci, e lo stesso senso di freddo e di nulla, che da queste realtà procedeva. Insomma, io non amavo il reale, esso era per me, sebbene non ne fossi molto consapevole, quasi intollerabile”. “Fra misura e visione” Anna Maria Ortese scelse la visione: “e questo fu Il mare non bagna Napoli".

Le signore con gli abiti di seta ed i visi incipriati, i giovanotti coi cappelli larghi ed i pullover colorati, i vecchietti con la barba bianca e le mani rosa poggiate ai pomelli d’argento dei bastoni in legname sono visioni tanto quanto sono visioni – a scorrere le pagine di Un paio di occhiali che, de Il mare non bagna Napoli, è il primo racconto – il vicolo traboccante di colori e di grida, il cortile ricolmo di panni stesi, i muri diroccati e lebbrosi, i balconi arrugginiti, il pavimento lercio di foglie di cavolo, pezzi di carta, schiuma di sapone già usato. La nobiltà di via Roma ed i miserabili di vicolo della Cupa a Santa Maria in Portico. Visioni. Le belle automobili, lucenti come giocattoli, ed i carretti ingombri di cassette fiorite. Visioni. La bottega dell’ottico ed il bancone di don Vincenzo il tabaccaio. Visioni. Sono visioni le sorelle Greborio, le caramelle al limone, il filo bianco o dorato sugli occhiali in arrivo e sono visioni la Marchesa, la D’Avanzo, Luigino tanto quanto sono visioni la madre, che dorme con la bocca aperta, mostrando i denti gialli e rotti; Pasqualino e Teresella, sempre sporchi e coperti di foruncoli; Zi’ Teresa, che mastica arrabbiata le sue stesse parole. Visioni.
Per questo motivo a Il mare non bagna Napoli s’adattano male tanto le ricostruzioni teatrali in stile presepiale (di cui sembra vittima irrinunciabile, ad esempio, l’opera omnia di Eduardo) quanto le sonnolenti rivendicazioni sociali, per la quale l’Ortese – con la propria forma e la propria parola – avrebbe narrato il conflitto di classe, contrapponendo i borghesi gioiosi agli umili in sofferenza. Evita l’assillo al verismo tanto quanto alla retorica ormai stanca e ammuffita Luca De Fusco che, nel porre su palco Un paio di occhiali, pone su palco Anna Maria Ortese. Anna Maria Ortese ed il suo racconto. Anna Maria Ortese e le sue visioni.
Uno specchio incorniciato nel legno ed un basso tavolino, di forma ovale e di vetro, sono le allusioni materiche agli occhiali del titolo: pura rifrangenza passiva, stazionano ai lati per rimandare barbagli, riflessi, schegge di movenze attoriali. Completa una poltrona, nera quant’è nero il resto d’assito, sulla quale siede l’interprete. L’interprete (Gaia Aprea) è Anna Maria Ortese nell’immagine di qualche vecchia copertina di Adelphi o di qualche foto da giornale dei tardi Cinquanta o d’inizio Sessanta: i capelli tirati alla nuca, il filo di perle, i pendenti sui lobi, un completo con gonna lunga a coprire le gambe, giù fino alle caviglie. Anna Maria Ortese è seduta e seduta rimane, seduta rimane e seduta compone: “Ce sta ‘o sole… ‘o sole! Canticchiò, quasi sulla soglia del basso, la voce di Don Peppino Quaglia”. L’inizio. “Ottomila lire, vive vive”. La fine.
Tra l’inizio e la fine ogni singola pagina, ogni singola riga, ogni singolo termine e, di ogni singolo termine, ogni singola lettera: Gaia Aprea/Anna Maria Ortese intona – con cadenza mutevole – la vicenda mutevole e informe, cangiante ed amara, di questa fanciulletta che vive cinta da nebbia oculare e che, ottenute le lenti, disprezzerà il mondo cui è destinata. Ad uno spettatore superficiale verrebbe da dire che si tratta di lettura drammatizzata o di re-citazione del testo per ausilio d’attrice: sarebbe un errore. Sarebbe un errore perché troppi particolari della messinscena, pur essenziale, rivelano la cura registica.
Le luci, ad esempio, che provengono da fari diversamente collocati: il primo, posto al soffitto, è più tenue, emaciato, assai pallido e pare rappresentanza fioca della fioca solarità che carezza tanto l’Ortese (qui in un interno) quanto la piccola Eugenia (la mancanza di diottrie che allevia i colori); il secondo – basso, da sinistra e fortissimo – illumina in pieno il volto dell’Aprea quand’evoca le figure della storia: è il sole, che batte e ribatte chiaro su chi ha perfetta visione del mondo, ma è anche l’artificio voluto per rimarcare la differenza interpretativa. Il terzo, un lampo calmo ma breve, ha forma rettangolare perché – di nuovo dall’alto – disegni il balcone su cui, per un istante, Eugenia visiona il cortile: “Uscì sul balcone. Quant’aria, quanto azzurro! Le case, come coperte da un velo celeste, e giù il vicolo, come un pozzo, con tante formiche che andavano e venivano… come i suoi parenti”.
Ancora: l’identificazione Aprea/Ortese si completa aggiungendovi la piccola Eugenia: Gaia Aprea/Anna Maria Ortese/Eugenia. Ovvero: De Fusco rileva – nel testo d’origine – l’aderenza assoluta tra l’autrice ed il personaggio protagonista facendole coincidere sulla scena: l’Aprea – pur nella riduzione dei movimenti imposti dalla posa – tiene la schiena fissa, diritta, il mento puntato d’avanti quando – del testo medesimo – recita le descrizioni, gli intermezzi autoriali, le parti di Eugenia; piega il busto a sinistra, china il collo, propone il suo viso al faro giù in basso quand’ha da evocare Rosa, Nunziata, don Peppino; la Marchesa, Pasqualino, Teresella e don Vincenzo, Luigino, Rosaria, la signora D’Avanzo, il cavaliere Amodio, una delle sorelle Greborio. Più che bilocazione di ronconiana memoria (il don Ciccio Ingravallo del gaddiano Quer pasticciaccio brutto de via Merulana nella sua resa teatrale) pare attenta ripresentazione di pagina nella sua versione in ribalta: ambivalenza fisica e recitativa (e di illuminotecnica) a sottolineare un’ambivalenza compositiva d’origine.
Inoltre: sul velo di fondo, tenuto nel buio, compaiono di tanto in tanto i primi piani: il volto della Ortese, il volto dell’Aprea, il volto di Eugenia. Il volto di Eugenia, il volto della Ortese, il volto dell’Aprea. Il volto dell’Ortese, il volto di Eugenia o il volto dell’Aprea? La suggestione che ne deriva, infatti, è una crescente fusione identificativa per cui le labbra e la voce sono della Ortese, le movenze della fronte ed il sussulto delle sopracciglia sono dell’Aprea ma gli occhi… gli occhi sono certamente di Eugenia: o della Ortese? O dell’Aprea?
Nere le quinte, nero il soffitto, nero il pavimento del palco, nera l’intera platea; nero il tavolino, lo specchio, nera la poltrona di lato; nera la parte bassa del fondo, nera la parte alta del fondo mentre – nel mezzo del fondo, in evidenza –  gli occhi: di Eugenia, di Anna Maria Ortese, di Gaia Aprea.
“Il teatro è sempre una bocca” amava ripetere Jan Kott. Definizione che pure bene s’adatta a Un paio di occhiali, giacché lo spettacolo si fonda sulla tradizionale oralità del dettato ai vedenti, ma che necessita qui di un’accidentale modifica: il teatro, talora, è una bocca ed un paio di occhi.
“Il mio libro fu una visione, non fu una vera misura delle cose (di misure, ero e sono incapace)”. “Emozioni, luci e suoni, dunque: non misura della grave realtà di Napoli, e del mondo che aspettava fuori”. “Dovendo scegliere tra misura e visione, scelsi la visione: e questo fu Il mare non bagna Napoli”.
E, de Il mare non bagna Napoli, questo è stato Un paio di occhiali.

 

 

 

 

 

 

Un paio di occhiali
tratto da Il mare non bagna Napoli
di Anna Maria Ortese
regia Luca De Fusco
con Gaia Aprea
costumi Zaira de Vincentiis
disegno luci Gigi Saccomandi
musiche originali Ran Bagno
videoproiezioni Alessandro Papa
produzione Teatro Stabile di Napoli
durata 1h
Napoli, Ridotto/Teatro Mercadante, 15 gennaio 2013
in scena dal 15 al 20 gennaio 2013

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