“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Martedì, 22 Aprile 2014 00:00

Complessità

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Valentina Picello pende al centro della scena, legata al soffitto da tre sottili e robusti fili, come una bambola, come una marionetta. Oro ramato i capelli, inanellati in boccoli quasi vezzosi. Spalancati e spiritati gli occhi chiari, che guardano senza guardare. L’abito è come una struttura, un involucro, una torre. Sotto il lino leggero, di un bianco caldo, si intravede la crinolina, che genera il volume, e sotto la stoffa si allarga, a invadere il pavimento, come spuma del mare. Muove il braccio sinistro, con lenti scatti meccanici, da marionetta, si dondola appesa ai fili. “Alice non dormire. Per sognare basta sognare. Basta tenere gli occhi a bada. Se tieni gli occhi a bada tutto il mondo entra dentro di te”.
Una donna, un corpo, tante voci.

Alice scosta un lembo della gonna, scoprendo un’altra gonna, marrone, a balze, con una sottana bianca. Sotto indossa pesanti calze color tortora e altissime scarpe col tacco a spillo. Evoca le mani che si sono posate su di lei. Che hanno abusato di lei. La mano del padre, forte, che le strappa la camicetta. Le mani della madre, gentili, che la prendono a schiaffi per aver disonorato la famiglia. Le mani di uno studente di medicina.
La gonna si apre completamente, Alice ne esce fuori. La gonna diventa quinta teatrale, semplice e ardita struttura scenica, alcova e cappella, attraverso la quale fluisce calda la luce. Tasche pendono dalla struttura, ciascuna ospita un burattino. Alice darà vita ad alcuni di loro, ciascuno con la propria voce, il proprio modo di gesticolare. La mano, la voce, il corpo diventano elementi dissociati. Vediamo e sentiamo Alice e il personaggio di turno, perfettamente plausibili. La storia di Alice si snoda attraverso gli incontri. Le fughe.
“Scappa Alice! Qua degli uomini non c’è proprio da fidarsi!”. I burattini si accumulano in proscenio, schiacciati sotto il suo piede. Vuole farsi guardare Alice, ma non per questo vuole farsi toccare.
Alice. Nome evocativo. Sa di grazia, leggerezza, candore, stupore, capacità di tuffarsi nelle situazioni per inseguire un Bianconiglio, un’ombra, un sogno. Ma cosa c’è dietro quello specchio? Cosa c’è dietro quegli occhi, questi occhi, che guardano, avidi, divoratori? Delusioni, mani febbrili, mani rapinose. Vomito, lacrime, paura, disinganno. Analisi, autoanalisi, trionfo. Per non essere più vittima. “Se continui a chiamarti vittima della tua vita continuerai ad annegare”. La parola come medicina. “Ogni parola era come una garza, una benda, che curava le mie ferite”. Per capire che non si tratta di curare. Che in realtà non c’è nessuna ferita. “Grazie, finalmente non ho più bisogno dell’uomo nero”. Basta paura. Basta condizionamento. Basta sistema di regole nelle quali ci si riconosce sbagliate. “Non ero guarita, ma era successo qualcosa di nuovo, avevo scoperto di non essere malata”. Per non avere più paura degli uomini neri. Per non avere più bisogno degli uomini neri. Per accogliere finalmente quella parte di sé che nel nero ci sguazza. Ne è attratta e al tempo stesso spaventata ne rifugge. Per riuscire finalmente ad accarezzarsi, a far volare l’uomo dei funghetti, senza necessariamente seguirlo nel suo volo, ma senza averne più paura. Al di là degli stereotipi. Tutti.
Quando si assaggia il male la cosa peggiore è il senso di colpa che lo accompagna, di schifo, disgusto. Quel corpo che continua a tremare, inquieto, in ogni fibra. Il tronco può essere anche immobile, ma le gambe tremano, su quei tacchi a spillo, emblema di femminilità. Quando assaggi il male vuoi strapparlo da dentro, strofinarlo via dalla pelle, dalle ossa, dalle viscere. Uscire rinata, strangolare e schiacciare quelle viscide creature, quelle larve, quei parassiti che hanno succhiato linfa, vita, allegria, candore, stupore. “Voi siete solo delle larve viscide, vi odio!”. Denunciare. Perché altre possano avere la stessa forza. Ma questo è solo il primo passo. Perché lo specchio riflette la luce in tante maniere. E ogni raggio torna riflesso e dopo mille triangolazioni potrebbe tornare a restituire una immagine altra.
Riprende da terra i burattini Alice, li adagia con garbo sul un filo teso attraverso il proscenio, li accarezza e si adagia anch’essa sul filo, burattino tra i burattini. Buio. Applausi.

 

 

 

 

 

Alice, cara Grazia
libero tradimento da
Dario Fo, Franca Rame, Patrizia Valduga
con Valentina Picello
regia e drammaturgia Filippo Renda
scene e costumi Chiara Donato, Eleonora Rossi
musiche Zeno Gabaglio
produzione Idiot Savant/Ludwig
lingua italiano
durata 55’
Napoli, Start Teatro, 18 aprile 2014
in scena dal 18 al 19 aprile 2014

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