“Perché per spiegare il prologo del Decameron, che è una questione di peste, morte, fuga, avete bisogno di di dieci pagine sulla civiltà comunale del Trecento, altre dieci sulla mimesi e la diegesi in Boccaccio, e magari altre dieci ancora per prendere in esame le opinioni di tutti quelli che vi hanno preceduto? Siete matti? Non lo vedete in televisione che fine sta facendo l'arte? Gli Uffizi devastati? Le case della mafia dentro i templi di Agrigento? Il ponte di Monstar distrutto a cannonate? Questo succede quando i popoli perdono coscienza che un romanzo o un quadro li riguardano, in quanto individui e in quanto parte di una comunità”

Emanuele Trevi

Sabato, 19 Aprile 2014 00:00

Un'Antigone, ovvero una Giovanna d'Arco

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“Della guerra sono stanca ormai / Al lavoro di un tempo tornerei / A un vestito da sposa o a qualcosa di bianco / Per nascondere questa mia vocazione al trionfo ed al pianto”. Cominciamo a parlare di Antigone, di questa Antigone, che reca ad estensione di titolo la dicitura una guerra civile, partendo da una suggestione. Una suggestione che, forse è giusta, forse no, ma che ci arriva con l’immediatezza di un lampo in più di un passaggio scenico e che ci induce ad assimilare Antigone, questa Antigone, ad un’altra eroina: Giovanna d’Arco, la Giovanna d’Arco cantata da Fabrizio De André.

Ci torneremo più avanti, ma procediamo con ordine. Ambientazione anni ’40, appena dopo la fine della guerra; la scena si apre con musiche del tempo, che risuonano in un Paese diviso, una Tebe senza tempo – o buona per ogni tempo – trasposta in un Italia devastata dalle macerie, concrete e morali, di un conflitto appena finito, col suo strascico di odi non sopiti, invelenita dai rancori efferati di una guerra civile che è sangue e dolore, lutti e livori. Quattordici giubbe ed un abito bianco da sposa sono lo sfondo di scena, una gabbia sospesa a mezz’aria da un lato, aperta a metà, completerà la propria estensione claustrale quando dovrà farsi prigione per Ismene; un attaccapanni dall’altro lato fungerà da supporto per i cambi d’abito a vista del protagonista maschile. La protagonista femminile è seduta, in penombra, mentre il commissario politico Creonte comincia il proprio monologo sul senso dello Stato.
Eteocle e Polinice, i figli di Edipo, sono morti combattendo su fronti opposti, si sono uccisi a vicenda, fratelli contro, com’è nell’essenza di ogni guerra civile, fratelli fra loro, fratelli di Antigone e di Ismene; partigiano l'uno, fascista l'altro. Il nuovo ordine costituito s’incarna in Creonte, lo zio di Eteocle, di Polinice, di Ismene, di Antigone. Egli è l’incarnazione della nuova Legge, quella dello Stato, che non ha pietà per i nemici vinti, che intende soppiantare la legge di natura, il richiamo del sangue, in nome di un superiore valore ‘politico’; ma proprio per questo, Creonte incarna anche la miopia del nuovo potere, sostituitosi al precedente ereditandone le efferatezze. Antigone, questa Antigone, che pure da piccola fascista inconsapevole s’era convertita in staffetta partigiana, è l’anima forte che non si piega, che rivendica una giustizia che non sappia di vendetta, che si contrappone al nuovo potere sfidandolo; il suo imperativo morale è tirare giù il corpo del fratello Polinice dal lampione da cui pende come monito estremo, per l’estremo ludibrio, fio da pagare per l'estrema infamia. La legge dell’odio soppianta la legge del sangue. Ed Antigone freme e trema, sulla scena, in preda a moti di ribellione.
Bieco e miope, Creonte non sente ragioni, “Ognuno paga i suoi debiti, in questa guerra di tutti”, ripete come un mantra. E per Creonte Antigone non è altro che “la solita borghesuccia di sempre”, perché voler rispondere alla propria coscienza viene da lui percepito come un atto di egoismo, perché sussiste un’antinomia fra il possibile ed il necessario, perché “prima di dimenticare bisogna imparare”. Perché la guerra, questa guerra che fa da sfondo a questa Antigone, si porta dietro il peso del passato, e Creonte ne sciorina le ragioni come se recitasse un breviario di politologia di parte.
Tragedia della dualità, l’Antigone sofoclea è la tragedia del putrescente, di cadaveri che dominano la scena, nei quali trasmigra la decomposizione di un sistema che va disgregandosi. In Antigone, in questa Antigone trasposta in scena da Mirko Di Martino come una guerra civile, tale disgregazione viene proposta mutatis mutandis sullo sfondo di un’Italia dilaniata e la stessa dualità sofoclea ricorre nella scelta di avere due soli attori in scena (Titti Nuzzolese e Luca Di Tommaso) ad interpretare di volta in volta le varie anime che incarnano valori e personaggi di questa Antigone. Quindi dualità che diventa anche doubling, con Titti Nuzzolese che è a turno Ismene, Antigone, una partigiana ed alla fine persino un Tiresia convertito al femminile, e con Luca Di Tommaso che è progressivamente Creonte, una guardia di nome “Bistecca” –  che non si capisce perché debba esprimersi marcando accento veneto come fosse il carabiniere delle barzellette e perché, in una tragedia che resta tragedia, debba connotarsi a tratti come macchietta da commedia – e il contraltare dialogico dei personaggi femminili quando incarna un partigiano deluso.
Un fazzoletto rosso che si sposta dalla gola alla vita, fino a divenire benda sugli occhi privi di luce di un Tiresia mutato di genere, e legaccio per i polsi si Antigone a simboleggiare la prigionia rappresentata da un ideale tradito, un paio di scarpe cambiate in scena (ballerine, scarpe col tacco, stivaletti) segnano i passaggi di ruolo di Antigone/Ismene/la partigiana; parimenti, una giacca ed un gilet segnano il passaggio da Creonte a “Bistecca”. Il tutto avviene a vista, in cambi di quadro che avvengono sullo sfondo di una scenografia che offre alle spalle dei due attori in recita le quattordici giubbe di vario colore appese ad un’asta (forse simulacri di corpi periti in battaglia, nel sangue della guerra civile) e fra queste un abito da sposa, l’unica veste che rimarrà appesa anche quando Antigone afferrerà e getterà in terra ogni giubba. Ed ecco che ritorniamo alla Giovanna d’Arco della suggestione citata in esergo: c’è in Antigone, in questa Antigone che rimane nel solco della tradizione in quanto portatrice di una legge morale che le impone in coscienza di dare sepoltura alle spoglie del fratello Polinice, traditore della patria, una femminilità che anela ad essere riconosciuta e che è anche desiderio di pacificazione (“della guerra sono stanca ormai”) e che sembra, nell’atto di gettare in terra le giubbe, lasciando intatto l’abito bianco, rimarcare il proprio desiderio di una vita ‘normale’, “un vestito da sposa, o qualcosa di bianco”, la pacificazione cui necessariamente potrà aspirare solo dopo aver dato sepoltura al corpo fraterno. Per Antigone, per questa Antigone, tutto ciò sembrerebbe essere naturale, esecuzione della legge morale che ella ha dentro di sé e che dovrebbe condurla alle nozze con Emone, figlio di Creonte (ovvero cugino di Antigone, ma l’incesto, si sa, nella tragedia greca è tòpos ricorrente e non sempre gravato di taccia peccaminosa).
Antigone, fiera e tignosa, rappresenta il modello a cui sua sorella Ismene, fragile e remissiva, tende essendo però incapace di aderire, per cui sulla scena finiranno per stagliarsi l’un contro l’altro contrapposti i due personaggi antitetici di Creonte ed Antigone, fino al tragico finale, in cui non basteranno le profezie di Tiresia a far sì che Creonte si ravveda e accetti le istanze di Antigone, di questa Antigone che vuole vivere, che vuole essere al mondo secondo i propri valori, quand’anche questi si scontrino con l’immutabilità della legge. Ed è un’Antigone, questa Antigone, che abbraccia il suo destino, come l’eroina sofoclea, come Giovanna d’Arco – peraltro evocata nel testo – una Antigone, questa Antigone, che affronta la propria morte dichiarandosi in pace.
La sua legge morale non ha bisogno dell’avallo degli dèi, anzi, gli dèi, menzogneri e ingannatori, sono scappati; Sofocle già li aveva relegati a funzione accessoria e distaccata, la rielaborazione in chiave novecentesca di Mirko Di Martino non li richiama alle armi, non li rende partecipi, se non marginalmente – come marginali erano nell’Antigone sofoclea – rispetto alla vicenda, il loro intervento non solo non è risolutore, ma, in buona sostanza, nemmeno c’è.
C’è invece in Antigone, in questa riscrittura dell’Antigone di Mirko Di Martino, una volontà – in questo seguendo la lontana scia sofoclea – di incentrare il fulcro drammaturgico proprio sull’umanità della figura di Antigone – ed in ciò vediamo corroborata la funzione, tutta umana e, di più, femminile, di quell’abito da sposa che non verrà mai indossato – attraverso una scelta registica peraltro felice nel privilegiare la linearità narrativa, servendosi altresì di quegli elementi teatrali cui abbiamo fatto cenno (il doubling, i cambi d’abito a vista, la stessa struttura scenica) che finiscono per concorrere alla realizzazione di una convincente riduzione teatrale i cui unici nei, a parer nostro, risiedono nella scelta di caratterizzare comicamente il personaggio della guardia e di affibbiargli un accento da Serenissimo ed in qualche posa attoriale troppo marcata, ad esempio nell'ostentazione di fremiti e tremori.
Nel complesso però un’Antigone, quest’Antigone, che ci piace vedere e leggere, nella sua universalità di mito senza tempo e buono per ogni tempo, come una Giovanna D’Arco alla ricerca di una pacificazione negata. All'inseguimento di un vestito da sposa o di qualcosa di bianco.

 

 

 

 

Nb. Fonte delle foto a corredo dell'articolo: https://www.facebook.com/photo.php

 

 

Antigone, una guerra civile
riscrittura da Antigone
di Sofocle
drammaturgia e regia Mirko Di Martino
con Titti Nuzzolese, Luca Di Tommaso
aiuto regia Laura Cuomo
scenografia Alfonso Fraia
produzione Uroboro Teatro
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Sala Assoli, 17 aprile 2014
in scena 16 e 17 aprile 2014

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