“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Mercoledì, 09 Aprile 2014 00:00

Predisporsi all'esistenziale

Scritto da 

Che teatro è il teatro di Alessandro Bergonzoni? Certamente un unicum che tende a sfuggire alle catalogazioni di genere; di base si è di fronte ad un monologo comico, ma è sufficiente assistere ad un breve stralcio di una sua performance per comprendere quanto una siffatta categorizzazione risulterebbe riduttiva e restrittiva. Che teatro è, dunque, il teatro di Alessandro Bergonzoni? Ce lo siamo domandati spesso rimpinzandoci dei suoi spettacoli fin quasi a scoppiare della pletora esilarante dei suoi equilibrismi verbali, del suo inesausto giocare con una lingua presa e plasmata fino a farle scoprire sentieri inesplorati lungo il cammino del polisemico esasperato.

Ce lo siamo chiesti e non siamo riusciti a darne una definizione incontrovertibile e nemmeno soddisfacente, talvolta rischiando di ridurlo a qualcosa che aveva a che fare semplicemente con lo spettacolo di intrattenimento, sia pur giocato ad un livello piuttosto alto. Questa volta, assistendo a Nessi, ultima sua fatica scrittoria per la scena, abbiamo avuto la sensazione che l’intrattenimento tout court c’entrasse davvero poco. E che fossimo in presenza di un Bergonzoni sempre più prossimo alla propria maturità poetica (per quanto concerne quella espressiva, siamo sempre rimasti attestati su standard assai alti, dagli inizi fino ad oggi, mantenendo egli un livello di creatività verbale costantemente elevato).
Che teatro, dunque? Più che di parola, lo diremmo teatro ‘della parola’, declinata nelle sue molteplici sfumature di senso – e di non senso – presa, plasmata, rielaborata e ricomposta in deliri lessicali protesi a varcare il confine del comico per raggiungere effetti spiazzanti. Raffinatezza compositiva e intelligenza linguistica sono le coordinate artistiche lungo le quali si muove Alessandro Bergonzoni. Nessi ne rappresenta l’ultimo approdo in ordine di tempo; spettacolo che lo vede come al solito da solo in scena col suo eloquio caleidoscopico.
A sipario chiuso, dieci minuti di voce fuori campo; la voce, la sua, inconfondibile logorrea che affabula con quell’inflessione felsinea che sembra quasi non lasciare interstizi fra le parole. È una logorrea di colori mutanti quella che avvolge la sala (ancora buia) del Nuovo Teatro Abeliano, quando quella voce inconfondibile dipinge immaginifica oggetti grigio topo e verde pungitopo; ad apertura di sipario la scena appare avvolta in un velo caliginoso, fumigante, lattiginoso; in centro di scena Alessandro Bergonzoni, l’affabulatore designato e atteso, ha mani infilate nelle fessure di un’incubatrice; altre due incubatrici occupano altrettanti angoli di scena, la foschia caliginosa ne annebbia i vetri.
Mentre si prende visione della scena, la favella bergonzoniana è già partita senza favorir tregua, senza conoscere soluzione di continuità, sciorinando il consueto caleidoscopio di calembour, nonsense ed ardite elucubrazioni lessicali, ingenerando un vorticoso turbine di giochi di parole, per i quali si finisce per ritrovarsi a ridere ancora per qualcosa che è già stato sopravanzato dai motteggi successivi (in pratica è un ridere di rincorsa, ma senza affanno).
Ma, come si diceva, c’è qualcosa in questa nuova scrittura di Alessandro Bergonzoni che sembra differire dai monologhi precedenti: pur senza rinunciare alla propria cifra stilistica, al proprio abbacinante potere di reggere il filo (il)logico di una narrazione surreale e surrealmente esilarante, il ‘nuovo’ Bergonzoni – del quale per la verità avevamo intravvisto tracce di evoluzione già nei precedenti lavori, Nel e Urge – sembra aver voluto addensare nei suoi testi un senso pregnante che travalichi il semplice intrattenimento comico per parlare, a modo suo, di qualcosa che riguardi il tempo in cui si vive, si agisce e si va, per accidente, anche in scena. Fino ad ora la poetica di Bergonzoni sembrava essersi circoscritta e dedicata ad un universo surreale attraverso cui aggirare il reale, sovvertendone le regole espressive per darne una visione paradossale sotto il velame del gioco di parole; adesso siamo dinanzi ad un monologo comico impregnato del senso del tragico – o ad un monologo tragico impregnato del senso del comico, l’ambivalenza è sottotraccia – e ci ritroviamo a seguire il filo di una narrazione, pur sempre surreale, che finalmente tende a fornire sottolineature significative a concetti antitetici come la vita e la morte (l’amorte, direbbe lui…). Le sue mani affondate per tutta la prima parte dello spettacolo nelle fessure di un’incubatrice sembrano proprio volersi infilare nel senso della vita, nei suoi misteriosi meccanismi – è questo mistero che ci pare possa significare la foschia che inizialmente avvolge la scena e che permane ad appannare i vetri delle incubatrici – ed il senso della morte, in relazione alla vita: ecco i “nessi” del titolo, intesi come legami e relazioni, fra vita e morte, fra i vivi e i morti, fra chi c’è e chi c’è stato, fra le generazioni dei generanti e dei generati, nessi, nell’epoca dei connessi, in grado di stabilire reti di relazioni con ciò che è umano e partecipe del grande “circo esistenziale” di cui ciascuno è parte. Un invito, quello di Bergonzoni, a dare l’avvio alla rivolta del sé, dell’io pensante, invitato, quasi istigato ad entrare in collegamento empatico con ciò che accade intorno: ribellarsi al banale, opporsi al nulla, al “geniocidio”, come lo chiama lui, perpetrato dalla comunicazione contemporanea in cui domina il vacuo, che uccide in noi l’artistico ed il poetico. Ecco, è questo il Bergonzoni che differisce, che addensa senso dentro il proprio virtuosismo comico-linguistico, che infarcisce l’affabulazione ridanciana di pregnanza di senso, di concetti di cui si è troppo spesso dimentichi, da cui si è troppo spesso e artatamente sviati, che suggerisce di prendere coscienza di essere parte di un gioco più grande di noi, in cui svolgere ciascuno il proprio ruolo senza rivendicare come straordinaria l’eroicità dell’ordinario.
Frastorna la loquela da cui si è investiti, frastorna, diverte, piace. Piace così tanto che, come accade di solito, al momento dei bis invocati (e, come al solito esauditi), Bergonzoni fa una gran fatica a strappare i polpacci dalle mascelle di un pubblico avido e mai sazio della sua affabulazione, dei suoi ghirigori verbali: è il momento dei bis, raccattati a piene mani in un repertorio che non ci si stanca mai di riascoltare e che mantiene sempre intatta freschezza e dirompente forza comica. Alla fine lo si lascia andar via, frastornati, divertiti, abbacinati. Ma con quel qualcosa in più che ha visto la vis comica riconosciuta arricchirsi di uno spessore fatto di senso, ancorché attraverso il sapido goco del non senso.
Piace, Alessandro Bergonzoni, e piace questo unicum che è il suo teatro, che forse non riusciremo a definire, ma che è davvero difficile stancarsi d’applaudire.

 

 

 

 

 

 

 

Nessi
di e con
Alessandro Bergonzoni
regia
Alessandro Bergonzoni, Riccardo Ridolfi
produzione Allibito Srl
lingua italiano
durata 1h 15’
Bari, Nuovo Teatro Abeliano, 6 aprile 2014
in scena dal 4 al 6 aprile 2014

Lascia un commento

Sostieni


Facebook