“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Mercoledì, 02 Aprile 2014 00:00

Oh cavolo!

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Li avevamo lasciati un paio di giorni prima alle prese con uno studio (Morsi a vuoto, teatro in visione nel suo divenire), li ritroviamo in scena con uno dei loro lavori compiuti: Biografia della peste. Loro sono Maniaci d’Amore, compagnia formata da due attori trentenni o giù di lì i cui cognomi si combinano con casualità così perfetta che potrebbe perfino sembrare sospetta.

Pochi complementi di scena, quando in scena ci sono loro, perché preminenza assoluta spetta alle parole ed al senso che dalla loro combinazione si sprigiona; un senso che è anche nonsense, portando ad alternarsi sulla scena situazioni verosimili e trasmigrazioni oniriche e favolose che sembrano suggerire declinazione teatrale di quel realismo magico caro a tanta letteratura, in particolare sudamericana (ma anche no, se solo si vuol pensare a Le città invisibili di Calvino).
Onirico, fiabesco, grottesco, iperbolico e simbolico: il microcosmo di Biografia della peste è punteggiato di ciascuna di queste componenti; si parte da un presupposto a spanne “realistico” (Chris è un ragazzo che viene investito per strada) e lo si trasforma quasi da subito in una negazione del reale, attraverso un’interazione tra vita e morte in cui chi è morto continua ad interloquire descrivendo la propria morte e chi è in vita nega la morte, non foss’altro per scongiurare gli effetti che un evento del genere avrebbe sulla reputazione familiare presso le malelingue del paese.
Spettacolo bipartito, Biografia della peste vede Francesco D’Amore dar corpo ad un giovane uomo, corpo che dista uno spasmo dal normale, vita strappata di colpo dal reale, mentre Luciana Maniaci ne interpreta prima la madre, poi l’amata. Il dialogo impossibile fra vita e morte, fra aldiquà e aldilà, limite segnato in scena da un frigorifero che funge da porta di confine fra regno dei viventi e mondo dei trapassati, si svolge sul limitare di questa soglia, fra due essenze portatrici di differenti istanze, una madre despota ed un figlio succube cui non è concessa nemmeno libera autonomia di morte.
Scrittura surreale, che lega reale ed onirico in un rapporto di contingenza: sospesa è la vita come sospesa è la favola, che vede, dopo il cambio di scena che ribalta il frigo rendendolo una bara, due innamorati, Chris e Adelina, vivere il loro amore imperfetto, coniugato nell’effimera città di Duecampane, in cui si è morti per ventitré ore al giorno; e nell’ora rimanente, nella quale si potrebbe lavorare a render migliore la propria biografia, per giunta si preferisce dormire. La peste è l'inazione, virus che infetta tutti, meno i due protagonisti; la felicità è dietro l'angolo, ma l'angolo è lontano.
Fra esistenze bloccate e aspirazioni immobili (Chris non a caso è su una sedia a rotelle, che fa da contraltare alla bara in cui è immersa Adelina), si vagheggia rimedio ad una vita sbagliata come i verbi che profferisce Adelina.
Scampato grazie alla morte al controllo vessatorio materno, resta come nume tutelare, statico e muto, per Chris la figura paterna: sospeso all’amo di una canna da pesca, entità vegetale sotto forma di cavolo, il padre di Chris, che incarna (“invegetala”, diremmo se solo si potesse dire) il destino dei padri che debbono essere fagocitati e 'sputati' dai figli nel divenire storico che porta una generazione a superare la precedente, nel tentativo di raggiungere quell'angolo lontano, dietro cui alberga la felicità, tenendosi per mano.
Realtà polisemica quella di Biografia della peste, realtà (o favola) in cui ci si sforza di mostrare la variabilità di senso dei concetti cardine regolatori dell’esistenza: non a caso, all’inizio e alla fine, le parole “morte” e “sesso” – termini che designano fine e nuovo principio dell'esistenza – vengono declinate in due ‘a parte’ nelle relative e disparate sfumature di senso ed accezione e non senza valenza parodistica.
Sulla scena Francesco e Luciana hanno un ritmo ed un’energia collaudati, debordano d’inventiva linguistica e giocano sul piano semantico con le sfumature di senso dando luogo ad una partitura raffinata e graffiante, ironica come una commedia sofisticata, ma profonda come un’analisi antropologica. Messinscena bipartita, si diceva, con due componenti che sfumano l’una nell’altra tramite una cesura scenica che le disgiunge nella forma ma non nella sostanza, riconducendo sempre e comunque al filo conduttore di uno sguardo grottesco sul salto generazionale e sui meccanismi che vi sottendono e che vi si frappongono.
Brandendo l’arma dell’ironia con l’eleganza del fioretto, quel che ne sortisce è affresco feroce, tratteggiato con pennellate sferzate con arma da taglio, discorsi acuminati, quantunque veicolati da una leggerezza capace in più punti di suscitare il riso, ma che non pare mai andare a detrimento dello spessore contenutistico dell’opera, in ciò avvalendosi di una padronanza del meccanismo scenico che fa di Biografia della peste felice esempio di giovane drammaturgia contemporanea coniugata ad una attorialità già piuttosto matura.
Biografia della peste: ovvero come maneggiare un cavolo senza incorrere in cavolate.
E di questi tempi non è affatto poco.

 

 

 

 

 

Biografia della peste
di e con Francesco D’Amore, Luciana Maniaci
regia Roberto Tarasco
costumi Alessandra Berardi
assistente scenografa Marzia Cicala
assistenza tecnica Fabio Bonfanti, Alberto Comino
training attoriale Giuseppe Bisceglia, Andrea Tomaselli
produzione Nidodiragno
lingua
italiano
durata 55’
Pagani (SA), Casa Babylon Teatro, 29 marzo 2014
in scena 29 marzo 2014 (data unica)

 

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