“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Domenica, 23 Marzo 2014 00:00

Weltanschauung Calamaro

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Vivere in una grande finzione. Chiamata al servizio del fare. Noi ci assentiamo da noi. Siamo contenti di aver partecipato male e poco, o quasi niente, al mondo. Resistere al fare. Riuscire ad essere anche quando non esisti. Avere nelle mani la vita e non esserne all’altezza. I protagonisti si sono smarriti nella vita, ed ormai ne restano al largo.
Sono solo alcune delle frasi che rimbalzano da una bocca all’altra in questa epopea quotidiana. Parlano un linguaggio spesso e raffinato, ci dicono del loro male di vivere, della loro inadeguatezza, di capacità che non pagano, di competenze che non fanno testo, di visibilità disertate, di posizioni disabitate, di vite isolate.

Vite il cui fluire lotta tra un dentro ed un fuori condominio, tra un dentro ed un fuori possibilità mancate, tra un dentro ed un fuori nevrosi della metropolitaneità; chiusi in stanze scomode, da riorganizzare negli spazi, ma in continua corsa/fuga verso/dall’esterno, nel disperato tentativo di occupare il tempo per non impazzire, per non soccombere all’assenza di lavoro, per non cedere al rifiuto di un mondo che rifiuta. Quattro storie, quattro inquietudini, quattro diversi esserci la cui storicità è la peggiore delle sciagure possibili. Quattro disoccupati, inoccupati, sottoccupati che incontrandosi non fanno altro che parlarsi addosso, analizzando le proprie vite alla presenza dell’altro, ma dall’altro assenti. Quattro capaci individui che non riescono a collocarsi, devastati dall’assenza di chances, da un mondo che non premia il valore. Quattro antieroi, quattro destini falliti. Su tutto domina la sospensione, il surreale o per meglio dire un reale scivoloso, senza appigli, rispetto al quale è difficilissimo restare in piedi.
Il debutto quattro giorni prima (il 14 marzo), al Teatro Mengoni di Magione (provincia di Perugia, dove lo spettacolo non ha incontrato il netto favore del pubblico), è servito all’autrice a considerare una breve introduzione all’opera, per un pubblico un po’ lontano da certe dinamiche, dalla dilatazione del tempo e dello spazio metropolitano, da un sentire reso sempre più fragile dalla frenesia cittadina. L’Umbria è una regione, tutto sommato, calma; è una grande città con mille quartieri, fatta di rapporti consolidati e certi; una terra sincera, di cuore e calore, dove però le occasioni sono date più dal risultato di queste componenti, che dalla spietata competizione tipica della grande città. Una terra con oltre il 70% della popolazione proprietaria di immobili, con il 60% di impiegati pubblici; nell’ultima analisi dell’andamento della congiuntura in Umbria, pubblicata dalla Regione nel febbraio scorso, si parla di “tenuta” dell’Umbria rispetto alla crisi economica, una condizione niente affatto condivisa dalle altre regioni italiane (ad esempio), dove il “disagio” raggiunge livelli sempre più allarmanti. Allora appare evidente che il rischio per uno spettacolo del genere sia l’esiguità di un pubblico consapevole, sia il fraintendimento o l’assenza di comprensione. Questo tour umbro ha proprio l’obiettivo di testare lo spettacolo, i suoi testi, la sua proposta, l’universalità dell’analisi. "Diario del tempo" – dichiara l’autrice – "è una riflessione sul tempo che diventa presa di coscienza secondo un filo narrativo legato all'attualità, che segue le disavventure metafisiche di quattro personaggi disoccupati". Un’attualità da cui l’Umbria, sembra, fortunatamente, restare ai margini, ma che spiega anche la tiepida accoglienza del pubblico eugubino; a metà spettacolo il numero dei presenti si riduce fortemente, i commenti all’uscita dalla sala durante l’intervallo dicono di un tema “pesante” e distante. Per noi no, noi siamo da ciascuno dei quattro personaggi incarnati, siamo sulle loro labbra con le loro stesse riflessioni, facciamo fatica a trovare un motivo per alzarsi dal letto la mattina, fatica a raccogliere il coraggio per recarsi in Facoltà a sostenere un esame, fatica a non sentirsi un fallito per il lavoro svolto, fatica a non essere disgustati dalla vita.
Siamo Federica Santoro, quarantenne, talmente disoccupata da non trovare nemmeno la lucidità necessaria a compilare un modulo con i propri dati anagrafici, lei che, per dirla con De Andrè, ha fatto quaranta concorsi novanta domande e duecento ricorsi, è talmente inoccupata da rischiare d’essere schiacciata all’inazione, abbandonata ad un letto ad aria, da cui riesce ad alzarsi con grandissimo sforzo e solo dopo aver raccolto tutta l’energia che le è rimasta. La prova sul palco è notevole, Federica (sì, Federica, e non “la Santoro”, premio Ubu 2012 come miglior attrice non protagonista de L’origine del mondo. Ritratto di un interno), non si risparmia, si interpreta, è talmente reale da rendere irreale tutto il resto, il palco, il pubblico, gli oggetti di scena, tutto scompare, c’è solo lei ed i colori che la circondano, c’è il suo sconforto e la sua rabbia, c’è un corpo schizofrenico, scisso tra l’inattività ed il sudore, c’è un destino pressato e pressante, inanità e scopo. Siamo Roberto Rustioni, un impiegato part-time costretto ad un contratto di solidarietà, con l’incubo della compassione altrui, carico di manie d’ordine e pulizia, esasperato dalla consapevolezza di una presente che non decolla, col sogno di una compagna dell’est europeo a placare le convulsioni dell’anima, combattuto tra la sordità e l’ascolto dell’altro. Anche per lui, il personaggio sembra cucito addosso, anche lui non si lascia pregare, si dona per intero alla scena. Siamo Davide Grillo, studente di filosofia alle prese con l’ansia da pre-esame, da dilatazione del tempo da fuoricorso, da esami non sostenuti; Davide ha quell’aria di spaesamento e provvisorietà che rende il suo personaggio ancora più reale, in bilico tra il tentativo ed il ripensamento, ha quell’incertezza della battuta che, pur facendo pensare ad un’insicurezza non solo scenica, pone il suo essere ancora più vicino al tremore della coscienza, e convince. Siamo Daniela Piperno, docente di Lettere condannata alla supplenza, lei che avrebbe potuto essere assistente di Truffaut, è, invece, costretta ad assistere a scene di vita immobile, annoiata da tutto ciò che la circonda, nauseata dall’esistenza delle cose, dalla loro gratuità, nausea di sartriana memoria dunque. Daniela ha la magia della narrazione associata alla straordinaria capacità da interprete, non si riesce a distogliere lo sguardo dai suoi movimenti minimalisti, l’ascolto dalle sue frasi, è precisa, è leggera, è soave.
Ci sono delle stanze in affitto in un quartiere romano, c’è il quartiere, c’è la città, ci sono i suoi parchi, le sue strade, i suoi mezzi di trasporto, ci sono diversi luoghi ed un unico tempo che li attraversa, ci sono delle vite ed un tempo che le rallenta, che le supera e che poi si lascia afferrare ed impiegare. Tutto su questo stesso palco, tutto nel lavoro sinergico di Lucia Calamaro, Gianni Staropoli, Marina Haas, Barbara Bessi; il risultato è degno di nota: un unico fondale, tre quinte (due laterali ed una di fondo) e tante luci colorate a portare in scena interni ed esterni, il colore del cielo e quello del prato, la luce calda del sole e quella fioca di una lampada da interno, tutto senza nemmeno una nota musicale, unico suono quello emesso dalla voce dei protagonisti, tutte scelte coraggiose e fortunate. Il lavoro dell’autrice-regista (autrice del tre volte premio Ubu 2012, L'origine del mondo. Ritratto di un interno: miglior drammaturgia per Lucia Calamaro appunto, miglior attrice protagonista, miglior attrice non protagonista) è grandioso, tutto si tiene, tutto è intonato e centrato, tutto curato ed efficace. I testi sono bellissimi, il linguaggio è raffinato, colto, profondo, alla base del lavoro un chiaro sistema filosofico, una evidente, consapevole e condivisibile Weltanschauung; operazione che raramente è proposta così nettamente. Sono riflessioni intorno al destino dell’uomo, al suo essere al mondo, alla volontà all’azione, al fare che la situazione attuale, quasi istanza metafisica, vorrebbe bloccare, senza però, per fortuna, riuscirci. Il percorso fatto con gli attori è notevole, attori senza respiro, che sulla scena lavorano, sudano, urlano, che si adirano e si placano, che calcano la scena come la vita. Tutto ciò a cui s’è assistito trasuda vita e verità, una danza di psiche, un concerto di anime a cantare l’ansia, l’immobilità, la noia, la frustrazione, la debolezza e poi la volontà, il coraggio, la forza e la riuscita. Uno spettacolo complesso ma fruibile, che chiama il pubblico ad una prova, l’ascolto e la concentrazione, la distrazione è però, dal nostro punto di vista, improbabile, troppo bravi gli attori, troppo interessanti i dialoghi. È uno spettacolo a cui bisogna assistere, che risponde ad una urgenza; e lo fa senza cadere mai nel qualunquismo o nel semplicismo; è uno spettacolo attento, che avrebbe potuto adoperare tecniche di compiacimento ma ha scelto di non farlo; è uno spettacolo di denuncia che però non punta il dito contro nessuno, che non fa nomi, e sa che se li avesse fatti, avrebbe accolto il plauso di una o dell’altra parte. È uno spettacolo coraggiosamente esistenzialista che solo una grande donna, supportata dalla forza delle proprie idee, poteva portare in scena. E con questa donna noi abbiamo parlato a lungo alla fine dello spettacolo, una vecchia compagna di corso all’università, una collega al tavolo di un pub, una compagna di Interrail, Lucia Calamaro si presenta così, ci dice come sia stata anche lei, come noi, Federica Santoro, con due lauree in tasca e quattro lingue conosciute a menadito. Quando le chiediamo ragione dell’aver voluto portare in scena un’omogeneità linguistica e culturale, con il rischio di non essere capita da chi, quell’omogeneità, non conosceva, ci parla di una scommessa, la scommessa di una denuncia, denuncia di quanto sia insostenibile la difficoltà che si incontra nell’inserimento lavorativo, di quanto siano preparati e validi questi giovani, spesso non più giovanissimi, di come fosse necessario parlare con il loro linguaggio, un linguaggio consapevole e forbito ad esprimere riflessioni profonde, esistenziali; scegliendo di correre il rischio. Ad una nostra domanda nega l’ispirazione a codificati sistemi filosofici ma noi, un rimando qua e là, lo abbiamo rintracciato, c’era un po’ di Sartre, un po’ di Heidegger ma non toglie nulla all’opera, aggiunge. Quando le diciamo quanto ci siano piaciuti i colori usati, come abbiano fatto da controcanto alle vite desolate e desolanti dei protagonisti, come abbiano, a parer nostro, voluto dare un’accezione positiva a tutta la trattazione, l’autrice afferma che anche i protagonisti, nonostante l’inquietudine, godano dei colori, dei raggi del sole, della bellezza. La salutiamo con la sazietà che solo l’arte sa dare, pensando a quanti non abbiano potuto continuare la discussione fuori scena, a quanti siano andati via subito dopo o addirittura durante, al bene che gli avrebbe fatto restare fino alla fine. Non lo sapranno mai!

 

 

 

Diario del tempo. L’epopea quotidiana
scritto e diretto da Lucia Calamaro
con
Federica Santoro, Roberto Rustioni, Daniela Piperno, Davide Grillo
disegno luci
Gianni Staropoli
realizzazione pittorica
Marina Haas
realizzazione scenica Barbara Bessi
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
In collaborazione con PAV
lingua
italiano
durata 2h 40'
Gubbio (PG), Teatro Comunale, 19 marzo 2014
in scena 19 marzo 2014 (data unica)

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