"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Venerdì, 21 Marzo 2014 00:00

Oltre l'oblìo. Controvento

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“Io non temo la morte, io temo l’oblìo”.
Fragile e prepotente, tutto intimamente umano, il testamento morale di una donna che ha fatto del coraggio e di una spregiudicata intelligenza le armi più forti per sfidare la paura più profonda, il gigante nemico. Questa è la storia della battaglia di un’identità, quella di Cristina Trivulzio, Principessa di Belgiojoso: una sfida ardita e sofferta, se al tempo essere donna, ‘armata’ poi di una tale carismatica determinazione così come di una singolare lungimiranza culturale, ha significato sopravvivere alle asfissianti e persecutorie calunnie che ripetutamente le mozzavano il fiato.

Al tempo, come se la sterilità morale di questi tempi (capace di uccidere e non di generare) potesse smentire quelli passati, renderne vita al verde di una nuova linfa. Intanto, ancora oggi, il gigante oblìo prova ad imporsi se poco si ricorda e si racconta di quest’eroina del nostro Risorgimento. Guerriera, passionaria ed indomita, così come la sua Cristina, è l’interpretazione di Anna Bonaiuto che incolla gli sguardi del numeroso pubblico all’intimo racconto di questa vita.
Qui non si dirà di scene né di costumi (al di là del fatto che, evidentemente, qui la pièce è messa in scena in versione rivisitata rispetto a quella originaria): oltre ogni immaginazione, la parola in azione viene a farsi vedere, perché lo stesso ricordo continui ad essere (re)azione.
In scena è la storia della belle joyeuse, primadonna, “comedienne” da scandalo denigrata e schernita a teatro, così come nella vita, per aver scelto di prender parte alla storia del suo tempo e non di restare a guardarla. La storia di un dramma di cui Cristina scrive e dirige la sceneggiatura, stavolta superando le frontiere dello spazio storico,come per disarcionare il nemico oblìo.
Tutto si muove per le strade dei ricordi, strette e lunghe, sospese in una direzione intima dove è impossibile scorgerne inizio e fine: in ogni ricordo, una manciata di istanti da stringere, per riconoscersi nel senso di una vita attraversata sempre così, controvento.
Tenero è il ricordo di Cristina da piccola, quando i suoi grandi occhi neri erano già tesi e vigili, specialmente di notte, quando li tratteneva sbarrati per vincere il buio, come per far luce sul mondo che faticava a comprendere. Era già il tempo dei primi singulti della malattia che l’ha voluta compagna di vita, l’epilessia. Era già il tempo in cui Cristina imparava a conoscere la sua irrefrenabile voglia di “vivere tutto, di essere tutto”.
Pochi gli affetti dell’età più tenera ma singolare è il ricordo di sua madre, simulacro di bellezza, tempio di venerazione per gli occhi curiosi e vigili della piccola Cristina. Di giovane donna è, poi, il ricordo di Emilio, Principe di Belgiojoso cui andò in sposa a soli sedici anni: un amore acerbo e maturato, forse, solo negli anni della separazione quando le fughe di lui nelle tane del piacere lasciavano a lei soltanto l’eco del dolore di un tempo e spazio per una nuova e, allora, di certo sopra le righe, complicità. La Principessa, sola, torna ad affacciarsi sulla piazza delle ipocrisie nobili, borghesi e clericali del tempo, che giudicavano la licenziosità di ogni suo gesto.
“Sanguinaria assassina” per il governo austriaco, “sfacciata meretrice” per Pio IX eppure “prima donna d’Italia” per Cattaneo. Con Locate nel cuore, passando per la Napoli delle ‘cinque giornate’ di cui si fa promotrice, questa “Messalina che vaga per l’Europa” vive da fuggiasca tra Francia ed Asia Minore: qui, in Turchia, dove è a capo di un falansterio, dove è guida e rifugio per ammalati e feriti, dove con lucida intelligenza ricorda di aver “visto povere donne in misere capanne emettere suoni gutturali”, pioniera del gusto dell’erba da hashish, trova dimora per diversi anni insieme a sua figlia Maria. Nulla si sa della paternità di questa, la ricorda come “lo sconvolgimento più grande della mia vita”.
Nostalgica del verde della sua Lombardia, la principessa torna in patria trascorrendo in solitudine i suoi ultimi anni. Il ricordo si fa spasimo, fremito, ogni volta che rivede le radici dei suoi sogni. Oltre l’oblìo, vivrebbe in eterno, come nel desiderio che qualcosa possa rinascere da lei ogni primavera. Oltre l’oblìo, benedice il male che l’ha voluta con sé. Oltre l’oblìo, prega il Cristo risorto senza stringere il rosario. Oltre l’oblìo, la “bella patriota” ritrova il suo sogno di sempre, di un’Italia unita.
Sorniona ed ironica, ancora una volta, la belle joyeuse dal capo un po’ incline si accomoda sull’epilogo beffandosi di Gustave e del suo Sottisier: in fondo, “Flaubert aveva riso di me, ed io con lui”.
“Se è infelice chi vive un’esistenza mancata, è sventurato chi ne vive molte”.
Senza paura, neanche più dell’oblìo. Eternamente controvento.  

 

 

 

 

La belle joyeuse. Cristina Trivulzio Principessa di Belgiojoso
drammaturgia e regia
Gianfranco Fiore                          
con Anna Bonaiuto
scene Sergio Tramonti
costumi Sandra Cardini
luci Pasquale Mari
Caserta,Teatro Civico 14, 16 marzo 2014
in scena 15 e 16 marzo 2014

 

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