"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Sabato, 12 Gennaio 2013 16:46

La bellezza fragile dell'umanità

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Sfondo nero. Una sedia, un microfono, un leggio. Un uomo abbigliato in maniera informale, ma con la kippah, promette parole, melopee, storie. Propone un viaggio e si propone come nocchiero, lo seguiamo, solo a tratti con un po’ di stanchezza, e ci libriamo con lui, o come lui cerchiamo di librarci ad altezze vertiginose dello spirito, che tuttavia sempre ci restano precluse e un po’ goffi, noi e lui, cerchiamo comunque di trattenere l’eco di un mondo che non conosciamo, che conosciamo solo di riflesso a sua volta riflesso di altri echi, proprio come nella storia dei maestri Chassidim all’approssimarsi del pericolo.

“C’era una volta un vecchio rabbino...”, seguiamo incantati la storia, come bambini o forse come gli esseri umani di un’età più aurorale e comunque ormai irrimediabilmente perduta. L’età in cui gli esseri umani si raccontavano storie e attraverso quelle storie ricordavano chi erano, da dove venivano, qual è il senso del mondo e della vita, quale il rituale, la forma che mantiene l’esistenza. La forma è sostanza. Il vecchio rabbino, all’approssimarsi dei pericoli, si recava in un bosco (per i pagani sarebbe stato un bosco sacro...), in un luogo specifico di quel bosco (il lucus dei Latini, che indica sia il bosco che il luogo sacro nel bosco sacro), accendeva un fuoco con gesti rituali e recitava una preghiera su una melodia rituale. E i pericoli si allontanavano. Il racconto prosegue di generazione in generazione e ad ogni generazione si perde un passaggio: prima il lucus, poi il bosco, i gesti per accendere il fuoco, le parole della preghiera, la melodia stessa della preghiera, ma i rabbini riescono sempre ad allontanare il pericolo. Finché l’ultimo ha dimenticato tutto, ma non tutto è perduto, perché gli resta la storia, l’ultimo sa ancora che “C’era una volta un vecchio rabbino...” e questo basta ad allontanare i pericoli. Il racconto è la storia, forse perché una tradizione chassidica ricorda che Dio ha creato l’umanità per sentirsi raccontare delle storie.
La forma è sostanza. La forma è identità e il popolo ebraico da millenni racconta la storia della propria identità, preserva la propria identità nel racconto e nella conservazione di gesti e parole (il valore sacrale delle parole, delle singole sillabe nella Cabbalah...), dimostra che essere un popolo è qualcosa di più e diverso che abitare una terra, altrimenti, dice Ovadia, è solo un fottuto nazionalista. Ma c’è un profondo senso religioso in questa affermazione, perché ogni popolo in realtà è straniero su questa terra, perché la terra è di Dio e ciascuno di noi è straniero tra stranieri, ognuno di noi è pellegrino su questa terra e deve saper riconoscere nell’altro, l’altro da sé, il fratello, accomunato dall’essere straniero o magari un Arcangelo travestito...
Racconto, canto, umorismo. Tre le parti di questo spettacolo/conferenza colta. Parole e musica che tentano di evocare un mondo, quello dei Chassidim, i puri, noti anche come gli Ebrei Ortodossi dell’Europa orientale, movimento nato nei territori dell’impero zarista nel XVIII secolo e spazzato via nella sua essenza più pura dai pogrom e dal genocidio. Moni Ovadia gira attorno all’argomento, consapevolmente, lo addenta attraverso le storie, ce ne fa ammirare gli echi, ci incanta, ma sa che non possiamo arrivarci, noi e lui, forse perché il Chassidismo era troppo per questa terra. Una mistica della gioia, lontana dal cilicio e, pur nell’ambito di una stretta e rigorosa ortodossia, lontana dal formalismo pago di se stesso. La forma è sostanza e la sostanza si fa spirito, o meglio, citando il gesuita Teilhard de Chardin, “noi siamo esseri spirituali calati in una realtà materiale”, i Chassidim, come tutte le grandi anime, prescindono dal corpo e vivono una vita spirituale, illuminata, infervorata, sostenuta dal fuoco dello spirito, unica vera realtà. I mistici possono volare, come le figure dei quadri di Chagall, perché pur calati nella realtà materiale, dotati di senso del reale e dell’umorismo, sono altro dalla materia.
Il registro dei peccati lo conosceremo solo alla fine del viaggio, si tratta della storiella del rabbino che rideva fragorosamente dei peccati annotati da un povero diavolo. In questa storia è condensato tutto il senso di ciò che Moni Ovadia ci racconta e cerca di evocare, in quella storia c’è il seme dell’umorismo ebraico, così peculiare e così alieno dal nostro spirito. Il riso non è mai amaro, non nasce dal sentimento del contrario, non è l’arcigno moralismo giudicante, che maschera nel sorriso e nella lama della risata il livore dello spirito. No. L’umorismo ebraico evoca piuttosto il sorriso di Dio (che viene qui nominato quasi sempre come il Santo Benedetto), la risata che cancella i peccati, che allevia il peccato, che fa spazio agli angeli. Dio non è nella giustizia, ma si mescola al peccato, abita con gli esseri umani, in mezzo alle loro impurità. L’umorismo ebraico non è nel giudizio, ma nel paradosso. Il paradosso illumina il piano terzo della realtà, quello che stempera la contrapposizione. La soluzione è nella risata perché non è importante chi ha ragione, ma una bella discussione in cui ciascuno può intervenire.
Ricco questo viaggio, molto e lieve, nonostante tutto. Troppo forse perché sia racchiuso in altre parole o forse sì, perché oltre alle storie c’è l’interpretazione delle storie (la parola del Santo Benedetto e lo studio e l’interpretazione della legge), e ogni storia si frantuma e riverbera nelle altre.
Ciascuno di noi ha un compito, ciascuno di noi deve assumersi la propria responsabilità, come se Dio non esistesse, ciascuno di noi deve raccontare un suo pezzo di storia e cullare dentro di sé ciò che ha ascoltato, digerirlo, meditarlo, trasformarlo, utilizzarlo per costruire e preservare i frammenti della propria identità, affinché siano tasselli di un mosaico e non cocci da spazzare via.

 

Il registro dei peccati
di e con
Moni Ovadia
lingua italiano
durata 1h 50'
Napoli, Teatro Bellini, 11 gennaio 2013
in scena dall'11 al 13 gennaio 2013

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