“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Sabato, 15 Marzo 2014 00:00

La Vita, il Caso o il Destino

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Pinocchio di Babilonia Teatri è uno spettacolo e come tale va recensito. Occorre scrivere immediatamente questa ovvietà perché – questa ovvietà – potrebbe sfumare e non essere tenuta in giusta ragione. La scelta, infatti, di portare sul palco tre attori che sono anche tre uomini realmente usciti da un coma rischia di rendere la recensione un racconto ed il racconto un empatico elogio di tre uomini usciti dal coma, facendo dimenticare che sono o vanno considerati tre attori.

Funziona? Esiste una struttura drammaturgica di base? Quali sono le scelte scenico-visive? Che rapporto c’è tra la regia e gli interpreti? Che significato (metaforico, allusivo, effettivo) hanno gli oggetti? Cosa esprime davvero Pinocchio e in che modo? Sono queste alcune delle domande che passano in testa a chi scrive. A queste cercheremo di rispondere.

Il tentativo di Babilonia Teatri è di mettere in scena una condizione, o meglio: una pluralità di condizioni che hanno come loro epicentro l’attimo in cui un individuo entra in coma (“La sospensione”; “L’assenza di motore”; “Una stanza buia e, nella stanza buia, una piccolissima luce da raggiungere” secondo i tre interpreti). Stabilito l'evento, fermato il momento, colto l’istante in cui tutto ciò accade, si desidera osservarlo, comprenderlo, teatralizzarlo e condividerlo, cercando di rendere in palco anche il prima e il dopo.
Il prima ovvero tutto quel tempo in cui le gambe andavano, in cui la schiena stava diritta, le braccia rispondevano alle sollecitazioni, le mani realizzavano un desiderio; quel tempo in cui si poteva ballare, correre in moto, guardare le donne, in cui si poteva rimandare la lettura di un libro convinti che lo si sarebbe letto il giorno seguente.
Il dopo ovvero questo tempo presente in cui le gambe non vanno ma devono andare di nuovo, in cui la schiena non sta diritta ma può tenere ancora in piedi, in cui le braccia fanno fatica ma si muovono e le mani tornano ad afferrare le cose; questo tempo in cui se non si balla benissimo si può comunque tentare di ballare, si può tornare a guardare le donne, sperare di tornare in sella a una moto, riprendere la lettura interrotta.
Prima, dopo e quell'attimo.
Per farlo Babilonia Teatri individua nel Pinocchio di Collodi la trama che può servire da appoggio e da sostegno allo spettacolo; rinuncia (apparentemente) ad ogni possibile finzione scenica; stabilisce un rapporto verbale, funzionale e immediato tra chi recita e chi dirige e coordina dalla regia.
Trama, scena, regia, dunque, nella nostra analisi.

La trama.
Per raccontare ciò che vuole raccontare vengono individuati sei frammenti o sei temi del Pinocchio: la nascita del burattino, la scuola, la Fata Turchina, il Paese dei Balocchi, la trasformazione in asino, il ritorno alla dimensione di burattino prima e la trasformazione in bambino poi. Questi sei momenti vengono tradotti in altrettanti episodi teatrali: imperfetti, discontinui, apparentemente improvvisati ma in realtà non improvvisati del tutto. Ecco, dunque, la nascita tramutata in una presentazione-intervista; la scuola resa attraverso il rapporto con la lettura e coi libri; la Fata Turchina intesa come vagheggiamento sentimentale e sessuale del femminile; il Paese dei Balocchi tradotto in discoteca; la trasformazione in asino attraverso un raglio e il conseguente senso di vergogna (detto con cartelli usati in sequenza) mentre il ritorno alla vita – come burattino e bambino – diventa l'immagine pre-finale (un volo per fune e per gancio) che allude, di certo, anche al Teatro come mezzo di rinascita (l'uso palese dell'attrezzeria, la perdita di peso, la levità) ma che ci è parsa soprattutto il vero tarlo dello spettacolo, un'aggiunta retorica, un di più evitabile.
In definitiva − valutando la trama − potremmo scrivere di traduzione o di adattamento di lembi, lacerti, vaghi echi dell'opera di Collodi; potremmo scrivere soprattutto di un necessario utilizzo di brevi passaggi libreschi perché le vicende individuali abbiano una struttura narrativa continua, stabile, adatta a condurre (gli spettatori e gli interpreti stessi) da una partenza a una meta.


La scena.
Rinuncia – apparente – ad ogni artificio, ad ogni mascherata possibile, ad ogni truccatura o finzione. Babilonia Teatri sembra voler sottolineare che ciò che si offre è reale, che non è un’invenzione, che chi ascoltiamo o vediamo porta in dote se stesso e la propria esperienza. Per questo fa porre i tre protagonisti in posizione frontale, imponendoli al pubblico con un pieno-luce; per questo non si premura di nascondere certi trucchi da palco (pensiamo al pezzetto di scotch); per questo utilizza le parole del Pinocchio come sonoro fuori-scena.
Tuttavia pensare ad un’assenza formale o ad una riduzione della componente estetica sarebbe un errore. I camerini a vista, con gli specchi ed i neon e gli attori posti in attesa del pubblico; la denotazione dell’ingresso degli interpreti; l’ostentazione dei microfoni; l'elenco dei personaggi e dei ruoli; la presenza di una quarta figura che funge da Pinocchio-icona ma anche da servo di scena; i giocattoli posti in assito; l’utilizzo di cartelli, musiche, brevi composizioni coreografiche; l’attenzione all’eccesso o alla scarsità di luce (con l’impiego variabile da cinque a quattordici fari); l’uso metaforico di una sedia; la recita prodotta all’interno della recita (il viaggio dei tre, i campi, la moto, il trattore e la vecchia, il contadino, il viandante); la danza-specchio; la lettura di poesie già scritte e che vengono rilette ad ogni replica; la reiterazione prevista di Patience dei Guns N’ Roses e certi cambi di ruolo, certe interrelazioni, certe movenze individuali o collettive ci dicono quanto Pinocchio sia anche una costruzione, una partitura fissa, un meccanismo.
Pensare quest’opera solo come una confessione d’immediatezza attraente, pensarla solo come un insieme di vite vissute ed offerte, pensarla solo come un avvicinamento solidale e partecipe risulterebbe un errore perché vorrebbe dire non comprendere quanta ri-definizione teatrale (non sempre riuscita: si avvertono rallentamenti, qualche vuoto e un paio di trovate non originali) viene invece prodotta, realizzata e consumata.

La regia.
Colpisce particolarmente il costante dialogo tra regista ed interpreti. In basso (anche per la particolare connotazione di Sala Assoli) stanno i quattro (scriviamo: tre-più-uno); in alto sta colui che chiede, pretende, sposta, compone e scompone, domanda, ferma e fa ripartire, unisce e separa, indirizza e ordina, regola, sistema, organizza, classifica, allestisce inducendo al gesto e all’immobilità, alla parola e al silenzio. Nel mezzo ci siamo noi spettatori, che commettiamo l’errore di avere gli occhi fissi soltanto verso il palco mentre andrebbe meglio inteso (e osservato) questo rapporto che si stabilisce tra chi sta sopra e chi sta sotto, tra chi dirige e chi viene diretto.
Due le suggestioni, più una terza in aggiunta.
La prima, la più facile: il regista è il Teatro, i tre (Paolo, Luigi, Riccardo) sono uomini che incontrano il Teatro, che al Teatro si offrono o sono offerti, che dal Teatro ricavano sollievo e leggerezza dopo il peso, il dolore, la stasi. In tal senso Pinocchio diventa quasi una messa-in-forma-di-spettacolo della fase laboratoriale che lo ha preceduto.
La seconda, intima e tutta personale, porta a vedere una storia oltre la storia (o meglio: un Pinocchio oltre il Pinocchio del palco) poiché c’è questa voce che tuona dall’alto, che dall'alto si impone e che rende – di fatto – il regista simile a un puparo che gioca coi suoi pupi, ad un autore che fa parlare i suoi personaggi. Ad un tempo, quindi, egli è il crudele Mangiafuoco della fiaba ma anche il dolce Collodi della favola stessa. Da questo deriva – in chi scrive – uno spaesamento, qualche dubbio e una sensazione d’abuso, d’eccesso, d’abile utilizzazione strumentale: talora generosa, talaltra cattiva.
Non basta: la terza suggestione in aggiunta.
L’idea di chi scrive, a questo punto, è che a raccontare la vicenda del burattino non sia davvero quel che avviene giù al palco bensì proprio questo rapporto così diretto, soldatesco, disequilibrato e immediato, che si stabilisce tra chi muove e chi viene mosso. Se così fosse saremmo in presenza di una voluta verticalità realizzativa, in grado di generare uno spettacolo il cui spazio reale s’allarga fino a comprendere gli spalti, le scale laterali, la cabina regia e quel terzo microfono che – colui che stabilisce e comanda – tiene stretto nel pugno. Interna e non esterna allo spettacolo, la sua voce diventa il filo che muove i pupazzi ed il fiato che dona presenza.
Frasi o incisi come “Taccia”; “Per cortesia, si attenga al copione”; “Non faccia lo spot al suo libro” e “Non è uno spettacolo di cabaret”; “Dobbiamo solo avere pazienza”; “Ritornano le luci e i tre, come per magia, sono di nuovo qui” sembrano una conferma e ci dicono che i veri interpreti di questo Pinocchio non sono solo i tre-più-uno di scena ma sono cinque e che, al quinto (Enrico Castellani), tocca il ruolo di padrone ma di un padrone che – allora – rappresenta la Vita stessa, il Caso o il Destino: come la Vita, il Caso o il Destino, egli mette al mondo, indirizza, permette la crescita e l’affermazione di sé; come la Vita, il Caso o il Destino egli impone all’improvviso un dolore, obbliga a lottare con questo dolore, con questo dolore costringe a convivere fino all’ultimo giorno.
“Gigi, ti cade la testa”, “Ti cade il busto”.
“Riccardo ti cade la testa”, Ti cadono le braccia”, Ti cade il busto”.
“Paolo, la testa”. “Le braccia”. “Il busto”.
Poi la voce (la Vita, il Caso o il Destino) – rimessi a sedere i suoi burattini, vuoti fantocci ora senza una guida – emette gli ultimi ordini: “La musica sfuma”; “Buio”.
Viene il silenzio. Giunge la fine.
La fine è la morte.

 

 

 

 

NB. Fonte immagini a corredo dell'articolo: http://www.claudiapajewski.com/babilonia-teatri-pinocchio/

 

Pinocchio
di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani
con Enrico Castellani, Paolo Facchini, Luigi Ferrarini, Riccardo Sielli, Luca Scotton
collaborazione artistica Stefano Masotti, Vincenzo Todesco
scene, costumi, luci e audio Babilonia Teatri
grafiche Franciu
produzione Babilonia Teatri
in collaborazione con Operaestate Festival Veneto
e con Gli Amici di Luca
con il contributo di Comune di Bologna, Regione Emilia Romagna
residenza artistica Babilonia Teatri, La Corte Ospitale
laboratorio teatrale presso La Casa dei Risvegli Luca De Nigris
foto di scena Claudia Pajewski
durata 1h 15'
Napoli, Sala Assoli, 13 marzo 2014
in scena dal 13 al 16 marzo 2014

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