“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Venerdì, 14 Marzo 2014 00:00

'Schifosi' dentro

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“Amarti m’affatica, mi svuota dentro. Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto. Amarti m’affatica, mi dà malinconia. Che vuoi farci, è la vita. È la vita, la mia”.
Quasi ancestrale, una voce si leva. Si fa musica, pur rigida come scorza: c’è un dolore che chiede la parola, un pieno che si conturba per svuotarsi. Una voce che chiede di ascoltarsi, ancor prima che di essere ascoltata. Non importa a chi appartenga, quanto la libertà che va cercando per essere riconosciuta: che il corpo smetta di viversi come macchina, e inizi a ricercarne il motore. Corpo – pieno, se nel pieno è il vuoto dell’anima che non sa parlarsi, se nel pieno di ridondanti sterilità il vuoto è l’astrazione che feconda.

La voce s’insinua, dal fondo,  circumnavigando una semiseria armonia orchestrale e un uomo in cuffia ascolta come per dirigere. L’armonia è semiseria, anche quando ogni pieno rincorre il vuoto.
Ascoltando, l’uomo inizia a cercarsi e lo fa raccontandosi, narrando di sé attraverso il work in progress di una sequenza di capitoli dall’eco sveviana di cui ingessa i titoli su di un ripiano di ardesia.
Capitolo 1: la madre. La voce diventa, ora, familiare se nel ricordo c’è il vissuto di un amore materno: un corpo pieno, un pieno che inizia a svuotarsi con sincopata ironia. Il ricordo di una madre premurosa, amorevole, onnipresente, che trova il coraggio per svuotarsi di ogni pienezza pretesa e svilente, un ricordo così ascoltato come un messaggio in segreteria, outing stereofonico, scaraventato con il pieno della colpa sul vuoto dell’incoscienza: “…impara a crescere, figlio mio. Io non ci sono riuscita. Ti ho sempre odiato. Con amore, mamma”. Questo pieno trova il vuoto nel suicidio, come si narra e la morale diventa un soffio veloce sull’anidridica asfissia del non compreso, del non detto. Per una madre colpevole di aver dimenticato di esser persona, donna, anche per questo figlio e averne fatto un alibi senza responsabile misura, partendo dall’amore. Per un figlio, in ascolto solo ora, colpevole di essersi preso troppe premure facendo del silenzio-scudo un’altrettanta irresponsabile dismisura. Ironiche le soluzioni stilistiche che rendono croccante lo sviluppo di quest’esperienza metadrammatica.
Capitolo 2: il padre. La voce, adesso, si riempie d’affanno quasi a strozzarsi: è quella del padre, in fin di vita. Negli intervalli tra le ripetute crisi respiratorie, prende tutto il fiato che gli resta per abbandonarsi ad un’ultima confessione. L’odio lo consuma, ora più velocemente, un odio smodato verso l’unica amara ragione del suo dolore: il figlio. Quello stesso figlio che disprezza da quando si è attaccato al seno della sua donna allontanandolo dall’amore di questa al punto da non lasciargli più la dignità di sentirsi uomo (come se la dignità dovesse dipendere da questo). Quello stesso figlio,“schifoso”, che è arrivato ad “infinocchiare tutti, anche se stesso”. Quello stesso figlio per il quale si svuota di un pieno di ipocrisia, arrivando ad esprimere un’ultima volontà prima di spirare: che sia, dopo di lui, il padre confessore a perpetuare la forza del suo odio perché non sia ancora  suo figlio a vincere.
Capitolo 3: il figlio. Cosa resta di quest’uomo? È ‘schifosamente’ a nudo, vestito solo di una pelle che comincia a stargli stretta, a tirare da dentro. Dentro c’è la vita che vede scorrere davanti al suo stesso sguardo, dal momento in cui ha iniziato a far spazio nel presente ad un passato ingombrante. Tira, da dentro, la pelle di un passato fatto di un’attenzione smodata, di un’incosciente condizione di vita, incosciente se si diventa inconsapevoli strumenti per rifiutare una responsabile ammissione di verità. Incosciente ma colpevole se una violenza subita e nascosta diventa l’atroce pretesto per macchiarsi della stessa colpa, come per un primitivo bisogno di ritornare al male facendone. Da oggetto a soggetto per poi restarne, evidentemente, oggetto.
Il pieno si svuota nella rivelazione dei suoi ripetuti e maniacali adulterii: in ognuno di questi, nient’altro che un profondo bisogno di consolazione.
Il pieno si svuota quando quest’uomo si fa amorevole padre mentre prepara, come da rito, la colazione alla figlia e prova a ricondurre i mali del mondo sotto l’egida di uno strano relativismo, quasi giustificazionista, come a dire che per capire il dolore e superarlo bisogna passarvi e viverlo. Come il dolore di uno stupro.
La dolce marmellata è spalmata sul pane, così come certi amari e ‘schifosi’ ricordi.
Il passato ingombrante si fa spazio nel presente, ora di padre in figlia: anche l’orrore dice della fragilità umana. È l’oggetto dell’Epilogo: il pasticcino. 
“Amami ancora, fallo dolcemente. Solo per un’ora, che sia per sempre”.
Ritorna la voce ancestrale: è l’umano sentire. Vuota è l’orchestra se l’armonia dell’esistere si camuffa tra le note confuse di un silenzio sordo.
Contemporaneo è questo riempire e svuotare, nel silenzio sordo e vuoto di un’incomunicabilità prolifica e un po’ pop.
“Amami ancora, fallo dolcemente. Solo per un’ora, che sia per sempre”.
Tutto passa per il dolore, e ci resta.
Tra pieni e vuoti, fingiamo di esistere. Ad ogni modo, secondo la forzuta (e lodevolissima) interpretazione di Luca Iervolino nella rilettura di Wallace, ‘schifosi’ dentro.

 

 

 

Schifosi – L’orchestra vuota
ispirato all’opera omnia di
David Foster Wallace
regia Rosario Sparno
con Luca Iervolino
produzione Bottega Bombardini
luci Riccardo Cominotto
foto Alessandra Basile
grafica Officine Vonnegut
musiche Massimo Cordovani
Caserta, Teatro Civico 14, 9 marzo 2014
in scena 8 e 9 marzo 2014

 

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