"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di via Manzoni e di via Merulana, al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione; l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 12 Marzo 2014 00:00

“Amor, ch'a nullo amato amar perdona”

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Lo scorso nove marzo al Teatro Nuovo di Napoli si è conclusa, con ampio successo di pubblico, la terza edizione di Quelli che la danza, rassegna dedicata ai nuovi linguaggi coreografici dell'arte contemporanea italiana ed internazionale.

Sei giorni in cui si sono alternate sui palcoscenici del Nuovo e della Sala Assoli – nascosti fra i vicoli di Via Toledo sono storici spazi d'avanguardia per la diffusione culturale in città – dodici produzioni diverse, e fra queste non sono mancati lavori di sperimentazione e contaminazione che hanno spaziato dal balletto contemporaneo all'hip hop, dalla giocoleria al teatro.
Promossa dal CDTM Circuito Campano della Danza (ente che da molti anni valorizza, sostiene la danza sul territorio regionale impegnandosi nell'organizzazione di festival e spettacoli multidisciplinari), la rassegna rappresenta una piattaforma di incontro/confronto tra compagnie giovani ed emergenti, ma anche fra performer nostrani e coreografi freelance di residenza estera. Compaiono in lista i nomi di Enzo Cosimi, C.ia DRACU, Petros Gallias, Giulio D'Anna, Nicoletta Cabassi, Claudio Malangone, Company Blue, impegnati in racconti biografici, tematiche filosofiche ed antropologiche.
L'ultima serata della “tappa” napoletana – QCLD si è svolta anche al Teatro Carlo Gesualdo di Avellino e nel  salernitano – ha visto in scena Cinque Canti, spettacolo della MMCompany, giovane compagnia di danzatori contemporanei diretta dal coreografo reggiano Michele Merola (Premio Positano “Léonide Massine” per l'anno 2003, già danzatore dell'“Aterballetto”).
Cinque coreografi, cinque diverse personalità, cinque “canti danzati”, ciascuno nettamente distinto dall'altro grazie a linguaggi unici ed originali, eppure decisamente affini tra loro per schema compositivo e sensibilità narrativa. Cinque pièce coreografiche ma in effetti un unico grande canto, un inno all'amore in tutte le sue contraddizioni e sfaccettature, quelle più tenere e quelle più insidiose.
Sette interpreti (due donne e cinque uomini) recitano col proprio corpo un brano che loda il sentimentalismo agro-dolce della passione, tra repulsione ed attrazione reciproca. La danza, corposa ed incorporea, sostituisce le parole e sembra alternare rapidi e virtuosistici “sonetti” a componimenti più articolati, lunghi e riflessivi.
Sul palcoscenico del Teatro Nuovo, non vi sono le solite quinte, i tendaggi sono stati eliminati, e gli spazi del retroscena appaiono nudi, con le funi esposte agli occhi del pubblico.
Un danzatore avvia l'azione con l'accensione, ritmica ed intermittente, di una lampada posta su un tavolino, facendo intravedere i pochi elementi scenici presenti, tra cui una panca ed una barra appendiabiti piena di costumi. Questo palco destrutturato, privato dei suoi elementi tecnici, sembra quasi una camera teatrale desolata, abbandonata, che oltre a favorire maggiore spazio, evidenzia ancor più gli oggetti e crea – forse inconsapevolmente – la scena perfetta per il primo canto:  un estratto da Fluke di Mats Ek.
Genio e nume tutelare del balletto narrativo in forma contemporanea, l'ex direttore del Cullberg Ballet in Fluke (come in molte delle sue creazioni più recenti), crea una danza non astratta, che si dichiara per ciò che è nel presente, rimanendo attaccata al luogo fisico in cui si svolge, che denuda la condizione esistenziale dell'uomo sfuttando la sue debolezze più intime; le passioni appunto. Michele Merola ne è consapevole e sceglie di inserire nei suoi canti un passo del lavoro di Ek (un “passo” a tre maschile che a volte sembra quasi un tango) per esprimere l'amore solidale, il sostegno morale che solo l'abbraccio caloroso di un amico o di un fratello può trasmettere. Lo stile inconfodibile di Ek è riportato meticolosamente dai danzatori della compagnia. L'atmosfera è melanconica, intrisa di quel grigiore borghese tanto caro al coreografo svedese, così come le musiche dei Fleshquartet adoperate spesso nelle sue creazioni. I movimenti sono scorrevoli, forti ma mai esasperati, ed a volte sembrano voler alleggerire con elegante ironia la drammaticità dell'interpretazione sfiorando gestualità quasi pantomimiche. Quella di Mats Ek è una danza che non deve assomigliare alla parola e che si presta perfettamente ad essere prologo dei Cinque Canti.
Subito a seguire una creazione dello stesso Merola. La coreografia è eseguita in penombra enfatizzando la misteriosità, poiché l'illuminazione è quasi del tutto affidata ad una serie di lampadine sospese ad un filo.
Uomini in abito scuro, con lo sguardo nascosto da mascherine nere, si scrutano a vicenda camminando in cerchio e mantenendo le distanze dalle due donne che sembrano incutere nel gruppo un certo timore. Quest'ultime infatti camminano con aria fiera e crudele, sfoggiando un intrigante abitino lucido dallo spacco vertiginoso. Governano la scena, interpretano il ruolo di avide dominatrici, giocando con i corpi dei danzatori, afferrandoli in movimenti bruschi e graffianti, per poi scaraventarli al pavimento. La danza è ridotta e minimale, si intravede solo in una serie di cadute e di prese. L'attenzione è rivolta tutta alla figura femminile, protagonista del perverso gioco di seduzione in cui gli uomini sono prede senza volto, schiavi senza personalità. Un'interazione corale in stile Tarantino ma dalle linee eleganti e raffinate.
Il terzo canto si intitola Parafernalia ed è firmato da Karl Alfred Schreiner ed Emanuele Soavi. Come già il nome suggerisce il pezzo è incentrato sulla brama di un bene inestimabile, in questo caso un amore intatto, ingenuo, infantile, irragiungibile, invidiato, che non può essere sottratto. Questo amore morboso è riversato su di un palloncino bianco, custodito gelosamente da un Pierrot in tutù rosa. I performer iniziano a cambiarsi d'abito: gli uomini indossano una gonna mentre le due danzatrici calzano lunghi pantaloni con acido maschilismo, abolendo la diversità di genere e consentendo alla danza, all'amore, di esprimersi oltre la sessualità degli interpreti. La drammaturgia di questo brano è alleggerita da un tocco beffardo e tragicomico, come quando tre ragazzi in gonnella si divertono a creare imbarazzanti rumori con l'aria contenuta all'interno dei palloncini. Ma questi fanno da cornice alla corsa inarestabile della compagnia per sottrarre al mimo ballerino quel prezioso oggetto simbolo di candore e purezza. La composizione coreografica si articola proprio intorno a queste dinamiche di rincorsa, la danza è quindi sfuggente e si lascia afferare nei momenti di partnering, alternati a begli insiemi, dinamici e a canone, adattati sulle adrenaliniche note dell'Estate di Vivaldi ricomposta da Max Richter. Ma nonostante l'ambito palloncino passi per alcuni attimi nelle mani sbagliate, non puo che ritornare sempre al legittimo proprietario, l'unico che può decidere della sua sorte, l'unico che può liberarlo lasciandolo volare via verso l'alto.
Segue il terzo canto, la straordinaria coreografia ideata appositamente per lo spettacolo da Enrico Morelli, direttore tra l'altro dell'Agora Coaching Project, progetto di perfezionamento per giovani danzatori promosso tra il 2010 ed il 2011 proprio dalla MMCompany.
Ritorna la luce fioca sulla scena, questa volta è quella di una piccola lampadina poggiata al suolo, intorno alla quale un uomo e una donna dialogano con il proprio corpo instaurando con il contatto e con lo sguardo, un rapponto intimo, dolce, come se fossero in una camera da letto, in un ambiente privato. La scena è molto suggestiva, i movimenti coreografici, di grande plasticità, qualità e vigore si spostano nel piccolo perimetro circoscritto dall'alone luminoso. Sono attimi che toccano la sensibilità del pubblico richiamando immagini fortemente poetiche; sono due artisti che danzano seguendo il loro flusso emozionale chiusi in un'angusta stanza. Il sentimento d'amore che con la propria interpretazione riescono a trasmettere è caldo e più sincero rispetto alle sensazioni precedenti.
Ma l'azione si evolve, si sviluppa in una coreografia di gruppo con vorticosi passaggi di prese, spirali alle quali prendono parte tutti i danzatori.
Si intensifica la tecnica e a discapito di chi crede che l'espressività non si manifesti attraverso linee definite, questo dirompente intreccio di corpi − che Morelli rende fluido, pulito e musicale − evoca fantasmi psicologici, turbe emotive (in sottofondo canti corali di tipo cerimoniale) tradotte dall'unione di corpi ormai androgini, che volteggiano in uno spazio introspettivo non più scenico; lo spazio di un singolo pensiero, quello dell'artista che riversa il suo amore creativo nell'idea. E forse è proprio l'idea che rappresenta quella lampadina che sul finire del pezzo viene spenta tra le mani da un solo danzatore.
L'ultima coreografia, posta ad epilogo dello spettacolo, è estratta da Offillusion di Emanuele Soavi.
Un passo a due su opera lirica di Handel eseguito dallo stesso Morelli insieme a Lorenza Vicidomini (fine danzatrice di forte carisma e preparazione tecnica), che rimanda al rapporto tempestoso che a volte si instaura fra una coppia ove il sentimento di passione non è corrisposto.
Lei è testarda, capricciosa, resiste e si ribella alle attenzioni amorevoli del partner. Indecisa se abbandonarsi al rapporto, sovrasta l'uomo e la sua sensibilità. Proprio per questo entrambi è come se avessero la stessa forza, l'energia dei loro corpi all'interno della composizione azzera la distinzione tra maschile e femminile.
La conclusione vuole una donna seminuda che avanza verso il proscenio, incorruttibile alle emozioni, che come una regina dannata rende il suo uomo animale deforme da passeggio.
Performance di grande impatto visivo, non semplice da fruire, ma apprezzata perché frutto di talenti italiani con un grande bagaglio di esperienza e formazione alle spalle (stiamo un po' dimenticando quanto questo fattore sia importante), termina con un esito tragico, con quell'amore quasi epico, combattuto, di cui leggiamo nel V Canto dell'Inferno; un sentimento che travolge gli animi e stravolge i sensi.

 

 

 

Quelli che la danza 2014
Cinque Canti
di
MMCompany

estratto da Fluke
coreografia Mats Ek
musica Fläskkvartetten

creazione per Cinque Canti
coreografia Michele Merola
musica J. Cage, W. Basinski

Parafernalia
coreografia Karl Alfred Schreiner e Emanuele Soavi
musica A. Bick, A.Vivaldi ricomposto da Max Richter

creazione per Cinque Canti
coreografia Enrico Morelli
musica Ars Nova Copenhagen, B. Frost, H. Guldnadottir

estratto da OFFillusiON
coreografia Emanuele Soavi
musica G.F. Handel
interpreti Fabiana Lonardo, Lorenza Vicidomini, Paolo Lauri, Enrico Morelli, Giovanni Napoli, Tommaso Quartani, Salvatore Castelli
disegno luci Cristina Spelti
assistente di compagnia Maurizio Drudi
maestri ripetitori Veli Peltokallio (Fluke), Nora Sitges Sardà (Parafernalia)
foto di scena Tiziano Ghidorsi
produzione MMCompany
con il sostegno di Associazione Arearea, Associazione Progetto Danza, Pro Music, JiT Management

Napoli, Teatro Nuovo, 9 marzo 2014
in scena 9 marzo 2014 (data unica)

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