“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Sabato, 08 Marzo 2014 00:00

Troilo e Cressida, eventualmente

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Napoli. Lanificio 25. Uno di quei luoghi bizzarri, quasi surreali, che spuntano in mezzo al degrado e provano a mettere in piedi un altro approccio alla realtà. Fuori la città livida, stranamente silenziosa, svuotata della sua multietnica e brulicante attività diurna. Si varca l’ingresso classicheggiante, memore della ottocentesca manifattura della lana, ormai roso dal tempo e dall’indifferenza collettiva. La porta spazio-temporale ci trasporta in quello strato della città che si muove, nonostante tutto, e che forse può creare davvero fermenti vitali, a patto che non si prenda troppo sul serio, non si cristallizzi in realtà precostituita e autoreferenziale, ché altrimenti recherà in sé già i germi della decomposizione, una volta caduto lo stucco nuovo della facciata, proprio come il portale.

In attesa di entrare incontriamo il banchetto di Antonio, neonata rivista (volutamente) cartacea che un gruppo di ragazzi di Ponticelli ha avuto il coraggio di mettere in giro, pronta ad ospitare penne, matite e bombolette, spazio di discussione e creatività, non male in tempi così grigi e disillusi. Si augurano di trovarla nei bar, tra le mani di ragazzi troppo malati di social networks... e perché no?
Infine si entra, i cinque attori sono già in scena, tre uomini e due donne, in abbigliamento da danza/ginnastica. Prove. Qualcuno saltella. Movimenti di scioglimento. Il titolo campeggia sul proscenio, scritto in bianco su un cartello nero. Troilo e Cressida. Forse a scanso di equivoci, per ricordare, almeno nel titolo, chi sono i protagonisti e quale vorrebbe essere il focus dell’azione. Parte la musica. Gli attori si mettono in movimento. Avanzano compatti con ritmo incalzante. Il pestare pesante dei piedi basta a rendere la marzialità dell’esercito. “La scena è a Troia”. Giusto per capire dove siamo. Una narratrice, o forse un messo, riassume l’azione, con caricate movenze da saltimbanco.
Corpi chiari, indumenti neri. Unica nota di colore il rosso scarlatto dei segni che decorano il ventre o il petto, diversi per ciascuno dei personaggi, felice espediente scenico per la riproduzione degli episemata sugli scudi degli eroi omerici. È il settimo anno della guerra di Troia. Achille sdegnato si è ritirato dal campo e non vuole combattere. Conosciamo tutti i futili motivi dell’ira funesta. Solo l’astuto Ulisse saprà come riportarlo in battaglia, per il duello mortale con Ettore, anche se ciò comporta il sacrificio di Patroclo sull’altare della Realpolitik. Unica voce dissonante quella di Tersite, il kakos, impersonato da un’attrice che entra ed esce dallo spazio scenico, si immagina per un effetto di metateatralità, con movenze caricate e clownesche che forse dovrebbero contrapporsi alla statica fisicità degli eroi.
Sullo sfondo di questa tragicommedia, che attinge a Shakespeare e all’immaginario epico, l’amore di Troilo e Cressida, due giovani acerbi, travolti dalla guerra. Proprio travolti. Come noi. La guerra assorbe tutto. Le urla degli eroi omerici sovrastano ogni ragione e ogni sentimento. Lo spazio scenico è invaso da questi toni accesi, dallo scalpiccio dei passi pesanti dei soldati, dalla furbizia arrogante, dalla violenza che sotterra tutti. Resta alla fine solo un cumulo di corpi, sui quali si erge Tersite, “il buffone abietto, Tersite, l’emarginato, la sghignazzante quanto crudele parodia del mondo, che da esso ha deciso di (e)straniarsi, pur tuttavia essendone parte. Tersite è illeso ma non salvo, ha scelto il male minore, non si sporca le mani, ma sporco è comunque e lo sa bene”.
E cosa resta di Troilo e Cressida? Un’eco confusa e sfilacciata. Giovani. Acerbi. Inconsapevoli. Vicini per un attimo, per una contingenza si direbbe. Subito dopo separati, perché così doveva essere. Del resto sono creature senza spessore emotivo, fantocci, figurine ritagliate ai margini della carta dell’epos. Il loro idillio sembra rappresentare un a parte rispetto all’azione principale, quella dell’ira funesta del Pelide Achile e della guerra di Troia, un intermezzo comico, o meglio leggero, ma niente di più, affidato ai motti arguti di Pandaro, che condisce le parole con un cadenzato campionario di movimenti che dovrebbero accentuare il carattere buffo della situazione. Restano alcune soluzioni sceniche interessanti, ma che forse avrebbero richiesto maggiore consapevolezza e meditazione. I personaggi di Patroclo/Paride sono affidati alla stessa attrice, forse per rendere il carattere ancora acerbo dei due ragazzi, ma l’effetto è ambiguo e le parole urlate suonano stridule, senza essere marziali.
Ci consola all’uscita lo schizzo (sketch per anglofilia...) dei ragazzi di Antonio.

 

 

 

 

 

 

Troilo e Cressida. Storia tragicomica di eroi e di buffoni
da Troilo e Cressida
di William Shakespeare
riscrittura di Alessandro Paschitto
regia Mario Autore, Eduardo Di Pietro
con Mario Autore, Annalisa Direttore, Martina Di Leva, Eduardo Di Pietro, Michele Iazzetta, Cecilia Lupoli
rielaborazioni musicali Mario Autore
tecnico audio Fabrizio Cavaliere
tecnico luci Alessandro Paschitto
organizzazione Giulia Esposito
produzione Collettivo Teatrale LunAzione
lingua italiano
durata 1h 15’
Napoli, Lanificio 25, 6 marzo 2014
in scena 6 e 7 marzo 2014

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