“La storia è un profeta con lo sguardo rivolto all’indietro: da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà”

Eduardo Galeano

Domenica, 09 Marzo 2014 00:00

Maltrattando Antigone

Scritto da 

Gruppo L’Espresso, in collaborazione con la Scuola Holden di Baricco. Collana editoriale chiamata Save the Story. Obiettivo: raccontare le grandi trame del passato che pare rischino l’oblio, la dimenticanza perpetua, l’abbandono definitivo. Tra queste, l’Antigone di Sofocle. Ad Ali Smith il compito di sottrarre al (presunto) pericolo il testo greco perché continui a vivere, ad essere posto a scaffale e in teatro, ad avere lettori e spettatori.
Il moto d’urgenza produce – dunque – la (nuova) narrazione di una (antica) narrazione; questa (nuova) narrazione diventa un volume, il volume si fa copione per uno spettacolo, lo spettacolo va in scena.

Piccolo Bellini, Napoli. Palco in penombra. Sulla sinistra un musicista, alle tastiere. Sulla destra un leggio, che ha forma d’albero spoglio: un reticolo di rami secchi e ferrosi, d’un marrone che ricorda la ruggine, si dipana incurvandosi con eleganza. Nostro primo pensiero, probabilmente errato: il richiamo è ai “rami appena divelti” della tragedia sofoclea. Vi pendono, in quanto segni teatrali: un campanaccio, che servirà per destare attenzione ad un punto dello spettacolo, ed una grossa goccia di vetro, emblema del pianto.
Anita Caprioli entra dalla quinta di destra. Passi silenziosi, sguardo al pubblico, volto chiaro e pulito, delicato. Poggia una cornacchia di ferro, stilizzata artisticamente, sul primo dei rami del leggio-a-forma-di-albero. Comincia: “Flap, flap, flap. La cornacchia attraversò il cielo a lunghi colpi d’ala. Flap, flap, flap”. Poi: “Era notte…”.
Il tentativo che Roberto Tarasco compie con La storia di Antigone, assecondando la scrittura della Smith, è quello di valorizzare la forma del cunto, imponendo rari segni scenografici perché accompagnino (senza mai prendere il sopravvento) la parola dell’attrice.
La dimensione visiva dello spazio funziona. Qui non c’è Tebe ma un teatro e questo teatro va reso una landa desolata, uno spazio postumo e asciutto, un scuro luogo di parole, capace di ospitare e di sopportare soltanto il leggio e le sedici cornacchie di metallo che (ora ai rami, ora alla tastiera o in ribalta), vengono progressivamente ostentate.
Significato: lo spazio vuoto.
I lamenti degli uomini e delle donne sono terminati, il corpo di Antigone ha già smesso di palpitare, quelli di Emone e di Euridice hanno il sangue seccato, Creonte ha pronunciato la condanna verso se stesso. Qui – dunque – non si offre il presente del fatto (la tragedia), ma la narrazione a posteriori del fatto medesimo (il racconto della tragedia). Per questo non si finge rappresentazione né immedesimazione; per questo si pone il musicista a vista; per questo si consente all’interprete – più volte – di recarsi a fondo-scena, di scegliere una tra le cornacchie adagiate su una piccola panca e di sistemarla in un punto del palco.
Significato: le cornacchie.
Ci dicono della tragedia compiuta; ci dicono della condizione pestilenziale e luttuosa; ci dicono del presente funebre, sventurato, straziato. Immaginate immobili e acquattate d’intorno, esse richiamano il testo giacché nel testo, più volte, si accenna allo spaventoso volteggiare di uccelli che portano i resti di Polinice: “Sia lasciato illacrimato, insepolto, tesoro agognato per soddisfare la fame degli uccelli” ha ordinato Creonte, ad esempio; mentre lo stesso Tiresia riferisce dello “strano schiamazzo” dei volatili che, “ingozzatisi” di resti umani, “non emettono più suoni intelligibili” ed ammalano gli altari e i bracieri con “i brandelli di carne” che “hanno strappato a quel misero”. Ecco: terminato il loro giro, adesso questi uccelli riposano, in scena. Forse attendendo il prossimo morto, la prossima carcassa cui dare beccata.
Significato: l’albero-leggio.
Spoglio com’è spoglio l’albero di una terra arida, assetata, in cui non c’è né ci può essere traccia di vita, l’albero serve soprattutto a fare da appoggio ideale al racconto giacché – il racconto – è compiuto da una di queste cornacchie, non a caso fissata dall’attrice al suo ingresso, con un gesto che sa di evidenziazione simbolica, di indicazione emblematica, di sottolineatura risaltata.
Si aggiungano gli sguardi diretti alla platea; certi incisi che vorrebbero far legame col pubblico; la funzione iconica delle luci (ad esempio: ai tre fari, in alto e centrali, se ne aggiungono sei quando si devono proferire le parole di Tiresia perché – l’eccesso di bianco – significhi acquisizione della verità e consapevolezza, individuale e collettiva).
Ma se il tentativo appare chiaro nella sua definizione teatrale, va pur detto che questo stesso tentativo non produce risultati adeguati al compito che si propone. Troppo, in La storia di Antigone, lascia insoddisfatti.
Lascia insoddisfatti il riporto attoriale, che inciampa talvolta e che si mostra incapace davvero di lavorare in termini di plurivocalità e pluritonalità. Una voce, sostanzialmente piatta e monocorde, s’ode dall’inizio alla fine e le micro-variazioni di cui fa uso la Caprioli si rivelano insufficienti a personalizzare, di volta in volta, le parti della narrazione.
Creonte non richiama o ricorda mai Creonte, con la Caprioli, tanto quanto Emone non richiama o ricorda mai Emone e, anche Antigone e Ismene, risultano prive di una vera differenziazione vocale. Reading insoddisfacente quindi, privo del basso pseudo-maschile quanto della diversificazione sonora necessaria e allusiva, non produce mai la presenza (o l’eco della presenza) di più figure, limitandosi ad un riporto lineare e flebile, sbiadito, incolore.
Lascia insoddisfatti l’utilizzo della musica giacché si ha la netta sensazione di ascoltare un arbitrio in aggiunta, un’intromissione priva di scopo. Incapace di sottolineare adeguatamente i passaggi della storia, il musicista s’affanna ad accumulare facili soluzioni di richiamo (il battito dei piedi); aggravi tonali o rese incomprensibilmente metalliche; intere canzoni in lingua straniera (Born to Die di Lana Del Rey) ed anche la sua partecipazione, come spalla della prima attrice, ha forma incerta, titubante, modesta.
Lascia insoddisfatti soprattutto la (ri)dimensione dell’opera. Il testo della Smith non è la salvezza di una storia (che, tra l’altro, non corre il pericolo dell’oblio: rappresentata com’è ad ogni nuova stagione teatrale) quanto, piuttosto, si dimostra la sua mortificazione per banalità, superficialità, mancata aderenza al sofocleo d’origine. Che senso ha ridurre Ismene ed Antigone all’età infantile pur mantenendo – della prima – il ruolo di sposa promessa e – della seconda – il carattere decisionale e la funzione di vittima? Come si spiega l’età da fanciullo di Polinice con la conferma della sua morte in battaglia? Dov’è la dimensione sociale e politica dell’opera (pensiamo ai dialoghi tra Creonte e il corifeo)? Perché le cornacchie, piuttosto che portare brandelli dell’uomo privo di sepoltura, trascinano un lembo della veste di Ismene? Perché si allude alla figura di un buon cane randagio quando – nel testo di Sofocle – i cani sono bestiacce affamate, anch’esse impegnate a fare strazio del cadavere (qualche esempio: “sia lasciato insepolto e sfigurato, pasto di uccelli e di cani”; “dilaniato dai cani famelici”; “il corpo di Polinice, impietosamente dilaniato dai cani”)?
La storia di Antigone è un testo malriuscito già nella sua produzione cartacea, che si conferma malriuscito anche in forma teatrale giacché è inadeguato nel rendere la pluralità delle questioni che appartengono alla fonte greca: se rivolto ad un pubblico adulto, mostra la propria inconsistenza narrativa e drammaturgica; se rivolto a bambini e ragazzi, andrebbe ricordato che questi sono capaci di confrontarsi con la complessità letteraria e teatrale e che non è necessario un processo di semplificazione che faccia di un capolavoro il residuo di un capolavoro, condannandolo ad uno strazio più di quanto sia condannato allo strazio il corpo di Polinice.
Ascoltare frasi come “Sì, sì, molto bravino, lo alziamo o non lo alziamo il capo chino?”, “Voleva tanto seppellire il suo fratellino” o “Vissero tutti morti e contenti” chiarisce quanto sia errata la prospettiva e la fattura dell’intero progetto: con lo scopo di rendere fruibile qualcosa che si ritiene (erroneamente) non lo sia più, lo si incornicia in un pre-testo in aggiunta e lo si mortifica con i diminutivi, con le incongruenze, con le infantilizzazioni e con gli incisi zuccherosi ed inutili, con gli effetti pletorici e le deformazioni da mercato musico-televisivo quando sarebbe stato più opportuno e più utile rispettare Sofocle, la sua tragedia, la profonda capacità che essa ha ancora di raccontare il dolore e l’affetto, la fratellanza e l’abuso, l’ingiustizia e il potere quanto la giusta volontà di rivolta, il senso individuale del sacrificio, il desiderio di libertà, il rispetto per i vinti.
Sarebbe bastato rispettare Sofocle per consentire a Sofocle di parlare ancora: agli adulti di oggi e a coloro che saranno adulti domani.
Invece scegliendo di modificare l’Antigone in una fiaba priva di spessore, di carattere e di coerenza, si mortifica l’autore di cui si vuol confermare la grandezza; si tradisce la storia che si vuol tramandare; si offre a chi legge e a chi osserva qualcosa che stanca, che annoia, che allontana.
“Non sono più nulla” dice di sé Creonte, ad un punto.
 Non è (quasi) più nulla, l’Antigone, così maltrattata a teatro.

 

 

 

 

La storia di Antigone. Favola in musica per cornacchie, cani selvatici, maledizioni, tiranni, sepolcri & fanciulle in fiore
di Ali Smith
liberamente ispirato ad Antigone
di Sofocle
regia Roberto Tarasco
con Anita Caprioli, Didie Caria
istallazioni Giovanni Tamburelli
costume Fabiana Bassani
produzione Nidodiragno
foto di scena Luca Lombardi
durata 1h 10'
Napoli, Teatro Piccolo Bellini, 6 febbraio 2014
in scena dal 6 al 9 febbraio 2014

Lascia un commento

Sostieni


Facebook