“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Sabato, 08 Marzo 2014 00:00

“La coscienza di Zeno” tra artisti e realitygirl

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Al suono di un valzer viennese, annuncio dell’ambientazione (Trieste era, fino al Trattato di Rapallo del 1920, annessa all’Impero austro-ungarico), si apre il sipario sull’interno dello studio del dottor S. Sulla scena dominano il pavimento a scacchiera ed il grande specchio opacizzato dagli anni (in realtà una lastra d’allumino), al cui confronto il resto dell’arredo liberty, diventa piccolissimo; piccolissimi appaiono anche gli uomini in scena: Zeno Cosini ed il dottor S., piccolissime le loro vite, piccolissimi i loro sogni.

Parte da qui, da una seduta psicoanalitica, ennesimo tentativo di liberarsi dalla “malattia”, da una delle tante malattie di cui Zeno si sente affetto, il racconto per immagini della sua vita. Attraverso il ricordo della morte del padre, dell’amore non corrisposto per Ada, del matrimonio con la sorella di lei, Augusta, del legame di amicizia e di affari con Guido (inizialmente rivale in amore, sarà questi ad ottenere l’amore di Ada), la cui mala gestione della comune società porterà al suicidio, della relazione extraconiugale con Carla, Zeno spoglierà la sua coscienza dalla corazza della reticenza e si mostrerà nudo nei pensieri, nelle intenzioni e negli avvenimenti vissuti, di fronte al dottor S. (il riferimento è a Sigmund Freud, più volte citato nel testo), di cui alla fine decreterà l’insuccesso terapeutico.
La fedeltà alla tendenza mitteleuropea, a cavallo tra la Belle Epoque e la prima guerra mondiale, Lorenzo Cutùli, scenografo, la conserverà per tutto il progetto scenico. La sua coerenza non dispiace. Gli interni, pur caratterizzandosi per quelli che, da sempre, sono i simboli della coscienza psicoanalizzata − grandi specchi, grandi orologi (ma ci piace credere che questi siano lì anche a sottolineare l’inattualità del protagonista, il suo essere senza tempo e al di là del tempo, benché questo sia scandito con precisione dagli eventi bellici che lo caratterizzeranno), elementi a scacchiera e chaise longue − nella loro classicità, si intonano perfettamente al piano musiche, all’impianto registico ed infine alla saggia scelta dei costumi.
Strategica e fortunata l’idea di Carla Ricotti di ricoprire i costumi di scena femminili (gli stessi dall’inizio alla fine) con del tulle nero, a segnarne il lutto, durante il corteo funebre per il suicida Guido. Giusto anche il piano luci; manca, forse, solo un po’ di fumo in più: Zeno tutto sommato, fuma solo all’inizio e alla fine della messinscena, il personaggio sveviano, invece, ha, nella dipendenza al fumo, il tono grigio di tutta la sua esistenza; ma questa scelta, è, evidentemente, da addebitarsi alla regia, che sicuramente l’ha voluto meno fumoso e cupo, e più ridanciano.
Scaparro si misura con la riduzione teatrale di Tullio Kezich, prodotta nel 1964 dal Teatro Stabile di Genova e portata in scena da Alberto Lionello e Luigi Squarzina, e lo fa degnamente; il risultato è gradevole, non si riescono però a condividere i tagli dati ad alcuni personaggi. Nel suo Zeno Cosini ad esempio, magistralmente interpretato da Giuseppe Pambieri, non si palesa la consapevolezza della tragicità della sua inetta esistenza, che nel personaggio sveviano, veniva fuori attraverso il distacco e l’ironia; qui troviamo ironia ma più che distacco, accettazione, certo, non c’è disperazione in Svevo e non la cercavamo qua, ma, forse, un velo di malinconia ce l’aspettavamo.
Pambieri passa con troppa disinvoltura dall’io narrante all’io narrato; pur essendo interessante la soluzione del passaggio, con la discesa di arazzi, a nascondere l’io narrato e a portare in proscenio l’io narrante (e viceversa), non è sufficiente a disvelare l’inquietudine del personaggio principale (ed, in vero, mette in difficoltà macchinisti ed interpreti).
Questo è un taglio che non si può non attribuire ad una scelta strettamente registica; Pambieri è bravissimo sul palco, perfettamente a suo agio nei panni del Cosini, regge la scena senza sbavature dall’inizio alla fine, le sue doti attoriali non si lasciano scalfire dai problemi tecnici che comunque ci sono stati, il suo carisma riesce persino a fronteggiare l’inopportunità della presenza di qualche attrice alle prime armi, in un cast di professionisti di alto livello. Proprio non si capisce, infatti, come Scaparro abbia potuto affidare i ruoli di Ada e della signora Malfenti, rispettivamente a Guenda Goria e ad Anna Paola Velaccio, pessima la prima (alle sue prime esperienze teatrali, ben più nota per la partecipazione al reality L’isola dei famosi in qualità di "Figlia di papà": Amedeo Goria suo padre, Maria Teresa Ruta sua madre); meno fuori squadra ma comunque inopportuna, la seconda. Non c’era la sobrietà e la compostezza della Ada prima del matrimonio con Guido, non c’era la disperazione per la morte di quest’ultimo, non c’era la sua serietà, ma solo tanta rigidità, assenza di coinvolgimento, impostazioni da laboratori teatrali, innaturalezza, una troppo ricercata leggerezza e disagio nei movimenti sulla scena, ché già i movimenti erano pochi.
Spiace scriverlo perché la ragazza si sarà anche impegnata, ma i risultati non sono affatto soddisfacenti ed il confronto con gli artisti che l’accompagnano è spietato. La Velaccio è sicuramente molto più a suo agio, ma anche lei troppo impostata, troppo attenta all’emissione della voce piuttosto che all’intenzione delle parole. Molto brave le altre donne, tra tutte spicca per “verità” Margherita Mannino che interpreta Alberta: lei è assolutamente credibile, è spigliata, sciolta e naturale, la tecnica che possiede è solo un valore aggiunto (così come dovrebbe essere sempre e per chiunque) per la godibilità dell’interpretazione. Degna di menzione la simpaticissima Silvia Altrui, nei panni della piccola peste dispettosa, Anna Malfenti, ma classe 1988 nella vita. Grande performance quella di Giancarlo Condé, molto dentro entrambi i personaggi interpretati, il dott. Coprosich ed Enrico Copler, rigido ed austero, con una perfetta pronuncia del tedesco, nel primo, disincantato e gioviale nel secondo; peccato solo non abbia partecipato alle uscite finali, e ricevere il giusto riconoscimento, che il pubblico, sicuramente, gli avrebbe attribuito.
Molto ben costruito il bellissimo e lucidissimo monologo finale sulla guerra, il primo conflitto mondiale che, presto, avrebbe trasformato il volto dell’Europa. Al limitare del proscenio, questa volta, un tessuto su cui è stampata una parete grigia, con in rilievo due colonne ed un grande orologio, ad arricchire la scena una sedia ed un tavolino da bar, una bionda tra le dita ed una luce soffusa accompagnano questo finale: “Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.
Pambieri si alza, e quasi con passo di danza, dà le spalle al pubblico ed il corpo al muro.

 

 

 

La coscienza di Zeno
di Tullio Kezich
dal romanzo di Italo Svevo
regia Maurizio Scaparro
con Giuseppe Pambieri, Nino Bignamini, Giancarlo Condé, Silvia Altrui, Guenda Goria, Margherita Mannino, Marta Ossoli, Antonio Renzella, Raffaele Sincovich, Anna Paola Vellaccio, Francesco Wolf
scene
Lorenzo Cutùli
costumi
Carla Ricotti
musiche
Giancarlo Chiaramello
produzione Teatro Carcano di Milano
lingua
italiano
durata 2h 10'
Gubbio (PG), Teatro Comunale, 5 marzo 2014
in scena 5 marzo 2014 (data unica)

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