“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Venerdì, 07 Marzo 2014 00:00

Sull'origine dei magnati russi

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Il sipario si apre ed è ancora tutto buio sulla scena, poi lame di luce sono proiettate verticalmente ed orizzontalmente sulle pareti della scenografia, con una cucina misera sulla destra, un tavolo e delle sedie al centro. Una figura femminile, la madre (Elsa Bossi), entra in scena scolpita dalla luce bianca mentre si avvicina ad uno strano altare dalla forma ogivale, rosso, messo nell’angolo a destra. Su di esso vi sono varie icone sacre.

Subito dopo entrano in scena tutti gli altri personaggi: il figlio scemo, che tanto stupido non è, Nixon (Stefano Meglio) che parla solo inglese e non si separa mai da un grosso peluche, gli altri due figli Boris (Adriano Pantaleo), il giusto e Yuri (Francesco Di Leva), il ribelle, poi il nipote della donna, Mel (Giuseppe Gaudino), il nonno Kuzja (Luigi Diberti). Sono siberiani che dagli anni ’30 e ’40 il regime comunista ha deportato a Fiume Basso, in Russia, perché criminali. Di questo loro status ne fanno un vanto ed una comunità unita, legata da un codice morale tutto particolare reso dall’ossimoro “criminali onesti”. La loro onestà consiste nel far resistenza al mondo russo rappresentato dal poliziotto corrotto, nell’osteggiare una società repressiva tramandando valori come l’amicizia, la fedeltà, la condivisione dei beni. È questo il ruolo del nonno che disinvoltamente, quasi naturalmente, fa scivolare la difesa criminale di questi valori nella sacralità cristiana. Infatti sull’altare rosso sangue accanto alle icone sacre campeggiano tranquillamente le pistole e i coltelli. Di questo mondo ne è testimone l’autore Nicolai Lilin che nell’omonimo romanzo che dà il titolo alla pièce trasporta tutta la sua formazione.
La violenza, cercata con ogni pretesto, con la rissa, con il furto, è una forza pura che a stento è trattenuta dai tre giovani anche nella gestualità scenica. Altrimenti non si vedrebbe il motivo per cui gli attori, sia pur bravi e calati nella parte, enfatizzano ogni movimento innocuo come prendere una sedia, bere vodka, solcare l’assito a grosse falcate. Quella violenza viene mostrata in tutta la sua ferocia tra coltelli e pistole, grazie alla trovata risolutiva della doppia scena che si apre alle spalle della cucina. È come il muro di Berlino, anche sbrecciato nella parte superiore, che segna il confine tra il “nido” familiare siberiano ed il “fuori” russo comunista. Esso si apre come una lama orizzontale che progressivamente amplia sempre di più l’orizzonte che vi è dietro. Così dall’altra parte c’è la strada dove avviene la rissa, la casa che andranno a derubare, il carcere che andranno a patire. Di là dal muro, quando la Storia metterà fine al mondo comunista, la corruzione a Fiume Basso dilagherà. Gestita dall’autorità rappresentata nel poliziotto di prima, troverà nel ribelle Yuri lo strumento del proprio potere: dalla droga al traffico di armi la società profondamente criminale trasformerà il giovane facendolo diventare il traditore dei propri parenti. Farà di Nixon il capro espiatorio per salire al vertice di questo nuovo mondo che sembra appartenergli. Via gli abiti dimessi, poveri, ma da “criminali onesti” siberiani, avanti il cappotto di pelle con il collo di pelliccia, l’opulenza ostentata perfino nella sedia-trono su cui Yuri siederà quando Boris, uscito di galera, vorrà vendicarsi dopo aver saputo che dietro l’assassinio di Nixon, di Mel e del loro arresto c’è il fratello ribelle. Via anche il nonno che andrà lontano a morire da solo, dopo aver visto il Dio denaro distruggere quel mondo che tanto faticosamente aveva tramandato. Un’educazione siberiana “alla vita nella violenza e nel sangue” che aveva una sua dignità, un suo codice morale. La nuova società post-sovietica che cresce dall’altra parte del muro distruggerà il singolo e quel mondo intero. Nel caos tra vecchio e nuovo si fa avanti un’idea distorta della libertà che porterà Yuri a credere che tutto gli è ora consentito. Nella scena finale che vede lo scontro tra i due fratelli, tra le grida di Yuri e di Boris travolti dalla loro stessa violenza, il muro avanza verso il proscenio trascinando innanzi a sé il tavolo, le sedie, la cucina. Sembra quasi cadere addosso ad un inerte, sorpreso spettatore della platea. Così come fu il popolo sovietico uscito dalla dittatura comunista senza più la sua storia scritta nei tatuaggi sulla pelle. “L’animo umano è una goccia che cade nell’oceano dell’eternità”. Regia intuitiva e risolutiva, attori che non fanno mai calare la tensione.

 

 

Educazione siberiana
di
Nicolai Lilin e Giuseppe Miale di Mauro
da un’idea di Francesco Di Leva e Adriano Pantaleo
regia Giuseppe Miale di Mauro
con Luigi Diberti, Elsa Bossi, Ivan Castiglione, Francesco Di Leva, Giuseppe Gaudino, Stefano Meglio, Adriano Pantaleo, Andrea Vellotti
scene Carmine Guarino
luci Luigi Biondi
musiche Francesco Forni
costumi Giovanna Napolitano
cura del movimento Roberto Aldorasi
foto di scena Andrea Macchia
produzione
Fondazione del Teatro Stabile di Torino, Teatro Metastasio Stabile della Toscana, Emilia Romagna Teatro
in collaborazione con NestT (Napoli Est Teatro)
durata 1h 15’
Napoli, Teatro Bellini, 4 marzo 2014
in scena dal 4 al 9 marzo 2014

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