“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Lunedì, 24 Febbraio 2014 00:00

Ambiguità di genere nel teatro sociale

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Ambiguità, contraddizione, dubbio. Non si è di certo spettatori impassibili, alla vista di ciò che accade sul palcoscenico de Il Primo, un piccolo e grazioso teatro situato nella periferia della vasta area collinare di Napoli. Luogo di diffusione culturale e polo di sperimentazione teatrale, ha dato vita nel corso degli anni a diverse iniziative e rassegne contro la discriminazione.

Ambiguo, contraddittorio e dubbio (nonostante il carattere sfacciato) è The Houseboy. Sesso, amore, morte, lo spettacolo di produzione italo/americana vietato ai minori di diciotto anni e firmato dal regista fiorentino Massimo Stinco. Scrittura scenica dell'omonimo film di Spencer Schilly (approdato in Italia prima al Torino GLBT Film Festival e poi nel 2009 al Florence Queer Festival), ha solcato anche palcoscenici della East Coast statunitense nel 2011 e descrive un crudo, purtroppo reale, spaccato della comunità omosessuale americana compresa tra i venti e i trent'anni. Scomodo intento della rappresentazione – duro “scossone” per il pubblico – è quello di far luce su delle tematiche scottanti che sempre più da vicino interessano le grandi città d'Europa (Italia non esclusa) e che, del resto, non badano a differenze di genere: prostituzione giovanile, sessualità promiscua con conseguenti malattie veneree, crisi identitaria che è la causa sempre più frequente di suicidi e di tossicodipendenza.
Houseboy è il termine specifico col quale si indicano quei ragazzi molto giovani (maggiorenni) che lavorano per uomini single o coppie omosessuali più mature, svolgendo mansioni domestiche e ricevendo in cambio compensi che variano dal vitto e alloggio ad un'effettiva retribuzione. Nella relazione che si instaura tra questi, possono verificarsi legami sentimentali e rapporti sessuali, portando il giovane a ricoprire in definitiva il ruolo di un escort.
Il lavoro di Stinco, reinterpretando liberamente il soggetto della pellicola, racconta di Ricky, un chitarrista ventenne che dopo aver confessato alla madre di essere gay è costretto ad andar via di casa, lasciando la sua città e trasferendosi a New York. È qui che Ricky si lascia “affittare” da una coppia di due uomini sulla trentina − Simon e DJ − mosso dall'aspettativa di una nuova famiglia in cui può sentirsi protetto ed amato per quello che è.
Un anno è ormai trascorso, ricco di quei discutibili piaceri e ricordi che può offrire un ménage à trois e si è vicini al Natale, in una città che è tutto un brillare di luci come è la Grande Mela. Simon e DJ si apprestano a preparare le valige per partire e trascorrere le vacanze con le rispettive famiglie, lasciando la casa e gli animali domestici in custodia del ragazzo. Durante una conversazione privata tra i due però, Ricky viene a sapere che al ritorno dal viaggio sarà sostituito da un nuovo “gioiellino” e che dovrà quindi lasciare quella casa. Si innesca così un sistema pericoloso ed autolesionistico che porterà il giovane a molteplici incontri di sesso occasionale con uomini senza cuore e dalla sprezzante voglia di dominio fisico, culminante in un festino orgiastico la notte stessa della Vigilia, all'insegna di droga, perdizione ed istinti suicidi. Sarà l'incontro con Blake, un ragazzo romantico e dolce, a salvargli la vita, regalandogli una speranza d'amore per continuare a vivere e lasciarsi il triste passato alle spalle.
Lo spettacolo si apre con la visione di un uomo completamente spoglio, privo di vita, disteso su un letto. Il colore rosso è usato come espediente scenografico per le sue qualità evocative. Rosse ed eccitanti le lucide lenzuola in raso, rosso il comodino attiguo, scarlatte le rose che delle figure scure continuano ad adagiare sul corpo come se fossero ad un funerale. Siamo nell'incubo del protagonista; quel corpo freddo e rigido su un manto rosso sangue è lo stesso Ricky, che nella morte dell'individualità vive la sua paura più recondita, quella di perdere tutto ciò che ha “costruito” con i suoi due amanti, finendo nell'ombra della solitudine.
Già da questo inizio si percepisce come la drammaturgia sia del tutto affidata all'essenzialità del corpo, lasciando libero spazio al nudo integrale. Gli interpreti sembrano affrontare con naturalezza questa difficoltosa condizione durante tutto lo svolgersi della trama e forse anche con comodità, a discapito di una recitazione promettente ma piuttosto acerba. La loro presenza scenica, la capacità stessa di rimanere immobili sul palco senza pronunciare battuta alcuna (abilità attoriale legata al teatro fisico) non è tale però, da valorizzare l'espressività del corpo nella sua purezza. Quest'ultimo non è trattato artisticamente, anzi, sembra più ostentato in maniera estetica: corpi scultorei, alti e totalmente lisci, padroneggiano le scene solo grazie alla prepotenza anatomica, necessaria per le scene fortemente esplicite come quelle di sesso simulato. Forse solo durante il momento orgiastico si utilizza un linguaggio del movimento più convincente e coreografico. Lì i corpi dei ragazzi si fondono, si inarcano in modo sinuoso e creano strutture piramidali dal sapore erotico ma non volgare. La colonna sonora in queste azioni pseudo-cinematografiche (sembrano eseguite a volte al rallentatore) tocca lo stile dark del genere Trip Hop con celebri brani dei Massive Attack e di Craig Armstrong, chiaro (e prevedibile) rimando alla fortunata serie televisiva Queer as Folk, una delle poche alle quali è stato concesso l'ambito doppiaggio italiano.
Siamo di fronte all'aspetto più ambiguo e dubbio di The Houseboy “versione teatro”: il significato della nudità. Subito dopo che Ricky si desta dal sonno lanciando un urlo di terrore, (che in effetti spaventa i presenti), gli attimi non erotici della pièce sono quasi sempre interpretati da attori totalmente nudi o pronti a denudarsi anche quando non vi è nessuna necessità logica. La domanda che sorge spontanea è: perché?
La rappresentazione, come già riportato, affronta problematiche pesanti a livello sociale, rientra, appunto, nella categoria del teatro sociale ed in quanto tale dovrebbe essere votata alla sensibilizzazione. Perché allora questa svendita della figura maschile, alla quale il più delle volte si aggiungono (oltre agli atti sessuali marcati in forme anche estreme) dialoghi per niente “ortodossi”? Ad esempio le conversazioni che Ricky intrattiene con i protagonisti dei suoi incontri, su di una chat-line come dal vivo, non risparmiano parole ed espressioni parecchio spinte.
Potrebbero esserci svariate risposte a questi interrogativi. La prima è quella che ritiene l'eccesso la chiave vincente per lasciare impresso un segno nello stato d'animo di chi assiste allo spettacolo...
Le realtà più sotterranee della vita omosessuale vengono quindi vomitate senza censura e gettate su di un palcoscenico  allo scopo di debellarle. “Traumatizzando” il pubblico si spera forse in un'analisi psicanalitica di un ragazzo appena ventenne, che rifiutato dalla famiglia è costretto a trovare asilo in situazioni del genere o ad affogare il dolore in altro dolore. Chissà, forse questo può risollevare il senso di solidarietà, può portare ad evitare situazioni simili grazie ad un atteggiamento nuovo, più comprensivo!
Evidentemente non è questa la risposta se i tentativi pride hanno finora fallito ed intensificato sentimenti di avversione, specialmente in un Paese come l'Italia, rimasto agli albori della questione sui diritti delle coppie di fatto.
Se poi consideriamo che tutto questo viene messo in scena a Napoli bisognerebbe pensarci bene su come far avvicinare il pubblico medio alla questione. Non siamo negli USA, purtroppo, dove l'esasperazione regna sovrana sotto tutti i punti di vista e ci sono poche cose che sconvolgono l'utenza – e nemmeno lì ovunque – e non siamo nemmeno a Milano, dove la cultura dell'omosessualità gode di relativa benevolenza grazie ad una maggiore diffusione delle correnti artistiche e della moda che la riguardano. A Napoli, e soprattutto in altri capoluoghi del Sud, urge la possibilità di diffondere un'immagine dell'omosessualità più “pulita” possibile, date le forti convinzioni eteronormative che  ancora dilagano.
Con ciò non significa che bisogna mettere il cappello da cowboy in testa a due uomini che si scambiano un bacio e crearvi una drammaturgia fondata sul mito dell'amore impossibile o sul modello tradizionale della vita di coppia; il teatro rimane uno strumento di diffusione e di informazione che quando può deve sempre poter rappresentare il vero attraverso giusti canali della comunicazione.
Esiste una sterminata cinematografia LGBT, senza considerare gli short-film diffusi negli ultimi anni sui canali di condivisione ed i documentari tematici (tra i più recenti, Felice chi è diverso  di Gianni Amelio, candidato al premio Panorama del Film Festival berlinese). Molti di questi utilizzano sceneggiature e lessici che nonostante la natura drammatica, hanno un qualcosa di poetico in cui il pubblico eterosessuale può riconoscersi.
Si cade nell'ovvietà: un certo tipo di lavori artistici rimarranno sempre destinati ad un pubblico ristretto di persone, in questo caso ad una “setta” di soli gay e lesbiche, se l'arma teatrale viene usata in modo superficiale. The Houseboy rischia di risultare incomprensibile e di cadere in contraddizione con se stesso. Un pubblico non abituato a sessualità diverse avrà difficoltà a capire di che genere di spettacolo si tratti, nonostante il messaggio di amore che vi è alla base, e potrebbe avvalorare inutili cliché omofobici.
Stinco tenta di addolcire la pillola con momenti comici, provando ad ironizzare la recitazione in molte parti del copione. Si avvale per qualche minuto anche di un mini show di Mamma Natale, ovvero la drag queen Regina Miami, che coinvolge sulla scena una persona del pubblico. Il personaggio nonostante provochi risate in platea, risulta sostanzialmente superfluo e inaspettato.
Del resto una figura simile compare anche nella versione di Schilly, ma a differenza dell'atmosfera che possono creare le luci della ribalta, la potenza della macchina da presa non sottrae alla storia quel lirismo di fondo di cui parlavamo. In teatro, dove tutta la performance degli attori si svolge in un unico ed angusto ambiente – la camera da letto dei due conviventi – tutta l'attenzione ricade sulla ricerca ossessiva del sesso.
Il protagonista, concluso un atto sessuale (che magari non lo ha lasciato soddisfatto), si mette subito alla ricerca di una nuova avventura in cui imbattersi. Il campanello bussa in modo incessante e la stanza diventa una piccola garçonnière ed il giovane Ricky di conseguenza non può che apparire come la prostituta delle circostanze, non trova giustizia sufficiente come individuo avvolto da una miriade di turbe e aspirazioni. Sarebbe assurdo condensare quest'ultime nell'incontro del “principe azzurro” su una panchina di chissà quale luogo ipotetico di una New York inesistente.
L'azzardo di The Houseboy lascia irrisolta la questione su quale sia o poteva essere il modo più mediato di poter proporre una scelta di questo tipo, sollevando questioni più serie riguardo l'effettiva possibilità di sopravvivenza che può avere il genere queer nel teatro d'impegno sociale.

 

 

 

 

The Houseboy. Sesso, amore, morte
liberamente ispirato a The Houseboy
di
Spencer Schilly
regia Massimo Stinco
con Francesco T. Marchetti, Dario Tucci, Giorgio Volpe, Fabio Cannarozzo, Jacopo Guidoni, Massimo Stinco, Natale Calabrò, Marco Prato
scene e costumi Giuliano Pannuti
assistenza alla regia
Raffaele Pandolfi, Vito Gennaro Giancalone
luci
Andrea Pirrello
foto di scena
Niccolò Scelfo
scenografia e progetto grafico
Emanuela Esposito
produzione Compagnia Viceversa Teatro
Napoli, Teatro Il Primo, 21 febbraio 2014
in scena dal 21 al 23 febbraio 2014

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