"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Sabato, 22 Febbraio 2014 00:00

Malinconia saltimbanca

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Che bel circo questo Circo Equestre Sgueglia! Nato dalla penna di Raffaele Viviani, passato per le tavole d’assito polverose del teatro napoletano degli anni Venti del Novecento, viene ripreso, riadattato e messo in scena da Alfredo Arias, il quale fa d’una messinscena d’epoca spaccato senza tempo d’una condizione connaturata all’essere umano ed alla sua essenza saltimbanca.

Che non inganni lo scorcio d’altri tempi d’una piazza del Mercato della Napoli che fu: questo Circo Equestre non ha e non vuole avere una collocazione temporale; ed anche lo spazio in cui prende vita – una piazza Mercato di Napoli di un secolo fa – non va letto che come mero accidente; o meglio: è una piazza come mille, di un luogo come mille, di un’epoca come mille. Come mille altre figlia di un passato che l’ha ridotta alla fame e presaga di un futuro dalle certe incertezze. E il presente è un piatto di maccarune a cui tendere.
Mentre i musici prendono posto nella buca dabbasso al palco, il fondale dipinto – che raffigura una Piazza Mercato d’antan, appunto – è un sipario che si alza per aprirsi sul tendone del circo, pista scalcagnata e teatro del mondo, di un mondo che è il microcosmo di chi il circo lo fa, ovvero saltimbanchi girovaghi, acquartierati in carovane fuori e dentro alle quali si consumano storie che girano intorno alle pulsioni basilari d’uno stomaco da riempire e di una voluptas da soddisfare nei suoi più belluini appetiti.
La scena possiede la forma ridotta d’un conchiuso ambiente circense: due carrozzoni in primo piano costituiscono gli abituri delle famiglie che nel circo lavorano e che di circo si sfamano, alle spalle una pista è il luogo deputato ad acrobazie che non evoluiranno, a clownerie che non si reciteranno, a spettacoli di domatori che non domeranno, insomma è il luogo di un circo che non vedremo, perché non il circo, ma le vite dei circensi sono le protagoniste della scena. I circensi di questo Circo Equestre Sgueglia, coi loro abiti vistosi e le loro esistenze sbilenche, portano in scena rappresentazione di vite marginali d’un sottoproletariato che fu e che facilmente s’apparenta col compenetrarsi di umano e di meschino che appartiene a ciascuna epoca, a ciascuna miseria a ciascun sottobosco e microcosmo in cui s’agita, gestisce e vive un’umanità liminare.
Su una scena ingombra e pure non pletorica è ricreata ad arte la vita nomade dei circensi, fatta di dimore a rotelle e pasti consumati in uno spiazzo comune, camarilla nella quale si gioca a carte e si consumano inciuci ed amorazzi. Negli abiti dalle tinte sgargianti, nei costumini aderenti, nel maxipull  a righe di un Bagonghi (uno splendido Tonino Taiuti), i ruoli di scena ricevono tratteggio marcato; a completare la vestizione dell’apparato circense un attore en travesti (Gennaro Di Biase che fa la parte di Bettina), ed un uomo in frac (Mauro Gioia), maestro di scena e della scena narratore, come se questo Circo Equestre demandasse al proprio imbonitore il compito di offrire in diretta al pubblico presentazione di sé. È il circo visto dietro le quinte e, significativamente, il “dietro le quinte” è in proscenio, mentre la pista dove il circo avviene (avverrebbe) rimane sullo sfondo e, persino quando si evoca l’andata in scena, questa scompare alla vista, coperta dai raffazzonati tendaggi.
Il meccanismo scenico funziona come un oliato congegno, merito di una regia misurata e sapiente, che si avvale di ottimi attori, affiatati e capaci di delineare i propri caratteri con nitore, ciascuno svolgendo la propria parte con raffinata padronanza del proprio mestiere. Il dramma di povere genti, fatto di beghe, tradimenti, amanti fuggiaschi e fanciulle traviate, si dipana contemperando il comico macchiettismo e i toni melodrammatici in una sintesi essenziale, condita da intermezzi musicali da varietà: comico e tragico si combinano come essenze di una medesima sostanza, in un amalgama scenico colorato e malinconico. È come se Arias mostrasse la faccia oscura di quel caleidoscopio lunare che è la vita dei saltimbanchi, la mestizia che si cela dietro al sorriso del re della risata, le tristi nequizie che s’annidano nel quotidiano di chi ogni sera va in scena per divertire. Lo fa, Arias, combinando poetica l’armonia dei contrari, dilatando la gamma dei registri, dal comico al tragico passando per il varietà e la canzone.
Il teatro di Viviani, incentrato per lo più su un’umanità bassa e reietta, riceve da Arias una rilettura iperbolica, che ne decontestualizza sostanzialmente i personaggi, astraendoli dall’epoca di origine per consegnarli ad una sorta di scatola atemporale a forma di tendone, nella quale le iperboli (i personaggi stessi) divengono figure emblematiche di un’umanità marginale. Ma non solo: essi sono anche emblematici di una umanità eminentemente teatrale (e non ci vuole un passo poi troppo lungo per assimilare in diretta contiguità circo e teatro), che consuma se stessa, sera dopo sera, replica dopo replica, contemporaneamente vivendo fuori dalla scena le beghe e le nefandezze del proprio quotidiano esistere.
Lo scalcinato circo vedrà i propri componenti disperdersi, fra amanti scappati e circensi ammazzati; le anime più candide, il clown Samuele (un Massimiliano Gallo in gran spolvero) e l'assistente cavallerizza Zenobia (Monica Nappo), traditi dai propri consorti e dalla vita, si ritroveranno, ridotti male in arnese, circensi senza tendone, di lì ad un anno nel medesimo luogo, in quella piazza del Mercato di Napoli che ancora una volta sarà luogo come mille in un tempo come mille a far da sfondo al ritrovarsi di due anime reiette, che in un finale di tenera malinconia sanciranno l’essenza caduca della loro vita raminga: “Nuje simm’ dduje pizzichi ‘e povere, ca nu sciusc’ ce sperde”, sentenzierà amaro Samuele, mentre le due anime raminghe e ritrovate, spalle alla scena, vanno via verso il compiersi già scritto del loro destino saltimbanco, destino del quale decidono di scrivere insieme la pagina più tenera, che è l’unica che gli compete.
La tenerezza dell’afflizione, la malinconia del circo accompagnano lo spettatore mentre si spegne lontano il fragore delle risa, mentre risuona l’eco delle canzoni e delle macchiette. Mentre il circo, questo circo, il Circo Equestre Sgueglia, consumata la sua replica, tira giù il tendone per replicarsi ancora. Suscitando malinconica la risata, ricevendo meritato l’applauso.

 

 

Circo Equestre Sgueglia
testo e musiche originali Raffaele Viviani
regia Alfredo Arias
con Massimiliano Gallo, Monica Nappo, Tonino Taiuti, Carmine Borrino, Lorena Cacciatore, Gennaro Di Biase, Giovanna Giuliani, Lino Musella, Marco Palumbo, Autilia Ranieri
con la partecipazione di Mauro Gioia
musicisti Giuseppe Burgarella (pianoforte), Gianni Minale (fiati), Alberto Toccaceli (percussioni), Marco Vidino (chitarre e mandolino)
scene Sergio Tramonti
costumi Maurizio Millenotti
disegno luci Pasquale Mari
arrangiamenti musicali Pasquale Catalano
coreografie Luigi Neri
aiuto regia Alfonso Liguori
assistente ai costumi Teresa D’Arienzo
assistente alle scene Luigi Ferrigno
assistente alle luci Lucio Sabatino
trucco Le Foyer Kriss e Carmen
direttore di scena
Silvio Ruocco
foto di scena Elisabetta Giri, Agenzia Cubo
produzione Teatro Stabile di Napoli, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Teatro di Roma
lingua napoletano
durata 1h 30'
Napoli, Teatro San Ferdinando, 19 febbraio 2014
in scena dal 19 febbraio al 2 marzo 2014

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