“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Martedì, 11 Febbraio 2014 00:00

In solitudine

Scritto da 

www.Testamento.eacapo di Luca Trezza vuol essere il racconto e l’analisi di una condizione di soglia, di incertezza, di confuso eccesso emotivo: narrando il delirio di chi attende l’incontro, la conoscenza, la visione fisica e reale di una persona conosciuta via etere, cerca anche di rendere le derive grottesche del fenomeno, il suo patimento giocoso, la sua maniacale espressione generica. Potremmo parlare di una commistione di prima e terza persona, di soggettività che narra – in maniera disturbata e disturbante – la propria vicenda nel mentre, questa stessa vicenda, viene interrotta da lampi, scaglie, frammenti d’altre vicende possibili perché fungano da documentazione, sottolineatura e conferma. La sensazione, al primo sguardo, è simile a quella dello zapping televisivo contraddistinto però non da immagini nitide, pulite e perfette, ma da sequenze momentanee e discordi, distorte, come piegate e stritolate in se stesse.

Incisi testuali come “La verità va detta indirettamente” o “Andiamo ora con l’analisi” sembrano confermare l’assunto: il tentativo di Luca Trezza è di fondere il racconto di un Io ipotetico (un solitario affetto da frenesia da tastiera e da dipendenza illusoria) con la trattazione del fenomeno in quanto tale, teatrografando quest'ultimo sia dall’interno che dall’esterno: monologo e testimonianza, soggettività ed oggettività, confessione diretta e analisi indiretta ed obliqua, quasi straniata, danno forma allo spettacolo. Così da un lato abbiamo la devastata liturgia di vocaboli espressa da un uomo che attende invano la realizzazione carnale della parola “contatto”; dall’altra un microcoro di maschere plurime che appaiono e scompaiono, dopo aver reso la loro testimonianza comica o triste.
Fusione di un soliloquio ossessivo, fratto, che si raggomitola sempre degli stessi spasimi e che tende a confondersi con un pulviscolare défilé d’apparenze minuscole, fantasmatiche, incerte – rese tra accenni dialogici solitari e prolissità da mente superficiale o ammattita – www.Testamento.eacapo lavora perciò per accumulo, associando ai pochi oggetti di scena (un bicchiere di latte, una rosa finta, un leggìo ed una webcam) l’esposizione eccessiva e irrefrenabile della parola, che blatera senza alcuna pausa aggrovigliando andamento lirico dalla cadenza poetica ma dal rimbombo barocco; secchezza da messaggio in centoquaranta caratteri; freddezza da spiegazione tecnico-strumentale; linguaggio piano ma povero dell’italiano corrente e neologismi o storture pseudo-dialettali, tra napoletano e romano con certa retro-cadenza salernitana (“Fioccolo”; “Traficcavano”; “Bottica”).
Proprio perché volutamente troppo nel suo essere un linguaggio fittizio, ieratico e sforzato, talora non ci convince in alcuni passaggi, che sembrano cedere alla facilità compositiva (“Io che parlo di me, io me, io me, io me ed intanto la mia vita se ne sta andando. Resta qualcosa di me?”); all'assillo metaforico ("Ed io da quella X fui preso, proprio come una formica nella rete") o ad una liricità di maniera (“Adesso s’era fatto tardi, più tardi del tardi”; “Adesso non c’era più tempo per nulla: solo per il silenzio e la fragilità”).
Invece più interessante è il lavoro fisico: un campionamento insistito di spasmi espressi con forza e con energia che esplode in un attimo per placarsi l’attimo dopo: il ripetuto scivolìo della mano sinistra, gli scatti laterali del volto, il formicolio battuto sul corpo o sul pavimento e certa propensione al ripiegamento corporeo (schiena curva, scapole e spalle inclinate) riescono ad accompagnare e significare più di quanto faccia – in alcuni casi – il dettato: l'immobilismo auto-reclusivo, lo stato di abbandono casalingo, la situazione di chi vive rintanato in un’ombra colorata solo dalla luce pallida di uno schermo producono perciò una semi-epilettica caratterizzazione gestuale, tipica di chi s’affolla la mente di ricordi e pensieri che, pur scacciati, ritornano rendendo il presente invivibile.
Il latte della madre, le canzoni del padre, l’odore d’urina di certe strade, le gomme masticate degli androni dei palazzi, le falene che gravitano attorno ai lampioni, il miagolio dei gatti che costeggiano un viale sono fisse e fisime che – prima ancora per sfoggio ulteriore delle frasi – emergono proprio tramite questa denotazione fisica più diretta, decisa, quasi frontale: lampi o barlumi di una confessione meno stilizzata e più chiara, s'afferrano ben distinti nel mezzo di un'eccedenza (in alcuni momenti fin troppo) frastagliata, discontinua e frastornante.
E se poco ci ha convinto la mascherata (troppo facile) di certi atteggiamenti ormai tipici della comunicazione via-web (l’auto-esposizione, la condivisione del privato, l'insistenza al presenzialismo del "mi piace" ed il rifiuto del vero identitario, i pensieri ridotti in emoticon, certa faciloneria nel banalizzare concetti complessi), risulta invece teatralmente interessante il gioco compiuto col proprio volto: inizialmente imbiancato, a simboleggiare la chiarezza malata di chi vive segregato soltanto all’interno, nella propria stanza, davanti al proprio computer, il volto viene ripulito con l’uso frenetico e calcato delle mani (tocco del corpo col corpo) perché sia evidente il cambio di condizione, che è cambio di spazio, di posto, di luogo: l’esterno, il buio, l’aria fredda e notturna fanno da scenario ulteriore ad una solitudine che prosegue, si dilunga, continua ma che – almeno – torna ad avere una dimensione tangibile, effettiva, certificata.
“Io sono qui fermo e aspetto questa X”. Saltellando sul posto, facendo cioè battere la pianta dei piedi come a voler timbrare un’orma nel mondo così sentendo – del mondo – la buccia materica e lo spessore effettivo, quest’Io sembra finalmente riprendere peso, sostanza, consistenza e coscienza di sé.
Nell’inutile attesa di chi non esiste, la sua salvezza. Forse.

 

 

 

 

 

Teatro d’appartamento
www.Testamento.eacapo
di Luca Trezza
regia e interpretazione Luca Trezza
produzione Formiche di vetro
distribuzione a cura di Erre Teatro Salerno
con la collaborazione di Associazione Culturale “Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale, Europeo”
lingua italiano, napoletano, romano con neologismi
durata 1h
Napoli, interno privato, 8 febbraio 2014
in scena 8 febbraio 2014 (data unica)

Lascia un commento

Sostieni


Facebook