"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Giovedì, 06 Febbraio 2014 00:00

Fra ciò che è e ciò che appare

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Vero è ciò che è o ciò che appare? La realtà è vera in quanto tale, oppure è vera solo quando è legittimata dalla propria rappresentazione? Come si discerne il vero dal falso? E dal verosimile? Possiamo credere a tutto ciò che vediamo, oppure i nostri occhi possono essere ingannati? Miraggi, fate morgane, allucinazioni, immagini deformate, o anche semplicemente angolazioni e prospettive differenti, punti di vista in base ai quali la medesima verità può apparire diversa e cangiante.

Un esempio su tutti, la luna e l’allunaggio: vero? presunto? una macchinazione per i gonzi? Oppure davvero “un grande passo per l’umanità"? Sì, ma dove? Su un satellite conquistato dall’uomo lanciato nello spazio, oppure su una modesta palla grigia che pare fatta di sabbietta per gatti? Questione di prospettive…
La prospettiva dalla quale guardiamo a questa dicotomia tra il vero ed il verosimile è quella di Andrea Cosentino, affabulatore instancabile che in un’ora o poco più di monologo suscita il riso, inocula il dubbio, stimola la riflessione, immette il dramma ed infine di nuovo suggerisce un sorriso che stempera la comicità iniziale in un divertimento più moderato perché comprensivo di sostanza su cui ragionare.
C’è un uomo che entra in scena di soppiatto, quasi non fosse un attore, mentre in platea ancora insiste il vociare, quasi che chi assiste non fosse un pubblico teatrale. Offerto in visione è uno spettacolo, che quasi non è uno spettacolo, ma che viene presentato come un residuato postumo del repertorio dell’attore. Cosentino parla di se stesso in terza persona, come a celebrar memoria di un attore che non c’è più, che ha lasciato in eredità questo spettacolo che ancor non è e che prende le mosse da qualcosa che è stato sì storicizzato – la conquista della luna – ma che per qualcuno non è mai avvenuto.
Metateatralità clownesca appare sin dall’abbrivio: il nostro intrattenitore inforca sulla cucurbita un paio d’antenne culminanti in altrettanti pon pon oscillanti; si esprime con un marcato accento ciociaro e dà inizio alla sua incalzante performance affabulatoria, che prende le mosse dall’anniversario dello sbarco sulla luna, sì, ma che casualmente è anche ricorrenza del manifesto futurista, anniversario della morte di Stanley Kubrick e del lancio sul mercato della Barbie; tutti elementi che vengono legati, mescolati e saldati in una storiella divertente incentrata sulla tesi negazionista del mai avvenuto allunaggio, che sarebbe invece stato ricreato in studio dalla macchina da presa del regista di 2001: Odissea nello spazio, macchinazione da guerra fredda per impressionare la credulità popolare.
Andrea Cosentino continua il suo recital da attore che non c’è, protagonista di uno spettacolo postumo, rinfocolando così, col gioco del teatro nel teatro, la sensazione di distonia fra il reale ed il verosimile. Il monologo comico, a tratti esilarante, cede d'improvviso il passo alla comparsa del dramma: si passa dalla verità universale (e dalla menzogna che ne costituisce il rovescio, ovvero l’altra faccia della luna), alla verità particolare, che affonda le radici nella propria storia personale, nel proprio vissuto di padre che teme per la salute della propria figlia: un retinoblastoma, o almeno così pare, è minaccia che sembra mettere a repentaglio l'orbita oculare della piccola. Anche qui, cosa è vero e cosa è verosimile? Se prima sulla verità s’era innervato il dubbio della finzione, adesso sulla finzione scenica s’inasta lancinante il dubbio di una verità drammatica. Insomma, verità e finzione si mischiano, si sovrappongono, vanno a braccetto, così come si mischiano, si fondono e vanno a braccetto realtà e teatro. L’affabulazione confonde il vero con l’inscenato, la realtà con la finzione, sovrappone i piani, li mescola come tessere di un domino, sparpaglia le parole come bastoncini per giocare a shangai.
Bel gioco, il gioco del teatro; bel gioco perché, se condotto con abilità – e Cosentino è abile eccome – consente di maneggiare la realtà, di confondere i piani – quello del reale e dell’apparente – di sovrapporli e di rendere infine questo gioco di dissolvenze funzionale al racconto di una storia e, perché no, all’estrapolazione di un senso.
Mettendo insieme tutto ciò, Primi passi sulla luna parte da una miscellanea apparentemente eterogenea ed arriva, attraverso un’affabulazione senza posa, dalla luna grande in cielo ad una piccola luna d’argento che sormonta una culla, dall’universale al particolare, dall’attore che si racconta in scena come se fosse postumo di se stesso, al personaggio che in scena racconta la vita vera dell’attore, dell’uomo, col suo dramma di padre in pena (ma sarà vero? Arrivati a questo punto, i piani sono così confusi che ogni dubbio appare ragionevole e legittimo).
Ma soprattutto questo spettacolo, nella sua comicità arguta e accattivante, è testimonio contemporaneo di quanto labile sia il filo su cui si gioca la rappresentazione credibile del reale, in una società in cui è preso per vero solo ciò che appare.
Giocando ad entrare ed uscire dal suo personaggio, saltabeccando fra il presente ed il postumo, raccontando il tutto all’imperfetto (che è il tempo in cui si raccontano le storie, i giochi ed i sogni, “il tempo in cui ogni cosa può accadere”), Andrea Cosentino racconta vicenda di vita di un attore e di un uomo, del mistero e dell’inganno che ogni sera si consuma sulla scena, allorquando si offre al pubblico una finzione, che tanto più funziona quanto più è capace di instillare in chi vi assiste il dubbio circa la veridicità di ciò che viene detto e fatto sulla scena: "Sarà vero o no?", si è portati a chiedersi. I fotogrammi che la sua voce evoca si sovrappongono fin quasi a dissolversi gli uni negli altri; e così la pienezza della luna sembra riflettersi nel volto evocato d’una bambina e del suo occhio minacciato dalla malattia: se può sussistere il dubbio che l’uomo non abbia mai messo piede sulla luna, che Neil Armstrong non fosse Neil Armstrong, ma il suo sosia spiccicato “live from Viterbo” e che tutta la scena del Lem che si posa sulla superficie lunare sia frutto del lavoro di una macchina da presa in uno studio di posa, allora, a maggior ragione può sussistere il dubbio che il retinoblastoma della bambina sia il frutto di una diagnosi fallace, di un errore di valutazione, di una visione distorta del reale, apparso per quel che non era.
La drammaticità del momento può stemperarsi, lasciando nuovamente il posto ad un’affabulazione che ritorna a divertire, con un sorriso venato d’amaro, illuminato dal disincanto.

 

 

 

Primi passi sulla luna – Divagazioni provvisorie per uno spettacolo postumo
di e con
Andrea Cosentino
indicazioni di regia Andrea Virgilio Franceschi
collaborazione artistica Valentina Giacchetti
disegno luci Dario Aggioli
produzione Pierfrancesco Pisani
in collaborazione con
Kilowatt Festival
lingua
italiano
durata 1h 20’
Caserta, Teatro Civico 14, 2 febbraio 2014
in scena 1° e 2 febbraio 2014

 

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